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Brera dixit: "Italiani, popolo di usurpatori"

libro brera.jpgIn una delle mie vite precedenti ho fatto anche il libraio, per una di quelle casualità con cui il destino ci mette a confronto, mi ritrovai a gestire una libreria italiana discretamente avviata in una cittadina della Svizzera interna dove risiedevano per motivi di lavoro diverse migliaia di italiani. Non sto a raccontare come e perché intrapresi un mestiere che, onestamente, non era nei miei piani, sarebbe troppo lungo, ma la cosa non mi dispiacque: amavo leggere ed avere a disposizione libri di ogni tipo fece crescere in me ancor di più quello che, fino ad allora, era stato un semplice passatempo: la passione per i libri. Gestire una libreria non è facile, bisogna essere informati sulle novità librarie e, soprattutto, intuire e prevedere i gusti letterari di una possibile clientela non tanto erudita, ma sono stato, e sono ancora, un assertore convinto che la domanda spesso dipende dall’offerta che si riesce a creare, quindi mi misi a girare in lungo e in largo, soprattutto nei giorni festivi quando le comunità italiane si incontravano nelle chiese per la SS.Messa o nei loro circoli, non solo in Svizzera ma anche nella vicina Germania, portandomi dietro libri di ogni tipo ed ascoltando i desideri dei miei connazionali provenienti da ogni dove della penisola.

Così mi vidi costretto a cercare nei depositi delle case editrici libri che non venivano stampati più da decenni, perché qualcuno ricordava il libro citato dal nonno, che non aveva mai letto, ma che avrebbe desiderato avere. Fra i più strani titoli che mi furono richiesti in quegli anni ne ricordo alcuni desiderati da molti connazionali: “I Beati Paoli”, “Coriolano della Floresta”, “L’Orlando innamorato”, Guerino detto il Meschino”, “I Promessi sposi”, “I Tre Moschettieri”, ma oltre a questi romanzi epici, non mancarono richieste di pubblicazioni inerenti la magia, le divinazioni, l’esoterismo, ma anche, barzellette, storielle vagamente piccanti, brevi romanzi frizzanti pervasi da sottile ironia di autori del tipo di Castellano e Pipolo, Amurri e Verde, Giuseppe Marotta, Gianni Brera ecc. cc. C’era una casa editrice a Milano che all’epoca aveva una “Collana Humor” e deteneva il primato italiano per pubblicazioni di questo tipo, era la mitica “BIETTI” che oggi non c’è più. libro marotta.jpgQuando le ordinazioni aumentarono fui costretto a recarmi a Milano per fare incetta di libri che riuscivo a trovare, talvolta, con non poche difficoltà. Con la casa editrice Bietti si era instaurato un particolare “feeling” (dovuto al fatto, probabilmente, che in ogni mia visita lasciavo loro qualche milioncino di vecchie e care lirette) e il direttore, un signore piccoletto e simpaticissimo, cominciò ad invitarmi di tanto in tanto a cena nella sua villetta sulla “via Cassanese” che da Milano portava a Cassano d’Adda (guarda mo’ il caso), in una di quelle serate ebbi la sorpresa ed il piacere di conoscere il grande giornalista sportivo Gianni BRERA. Non ricordo bene l’anno, eravamo comunque alla fine degli anni ’70. Brera era anche scrittore arguto e in quel periodo era uscito un suo libro edito da Rizzoli e che stava avendo un certo successo “Naso Bugiardo”.

Non ero stato avvisato della sua presenza ed ebbi un attimo di sorpresa quando mi fu presentato, quella sera non vi fu una cena vera e propria, si trattò di un incontro tra “amici” in cui io ero certamente l’intruso di turno che il direttore aveva voluto far conoscere ai suoi conoscenti quale strano personaggio del sud che vendeva libri italiani all’estero in quantità “industriale”. Si bevve del buon vino e si mangiarono dei gustosi stuzzichini tra un aneddoto e l’altro, tra una battuta salace ed un pensiero arguto, al centro dell’attenzione, ovviamente, il Brera nazionale. Io parlai poco e solo quando fui direttamente richiesto, ma di quella serata ricordo bene una frase del grande giornalista, che non amava i meridionali, non in quanto tali, ma per la loro attitudine di voler, secondo lui, sempre fare i furbi e maestri nell’arte di “usurpare”. Si, disse proprio così, “l’italiano è un popolo di USURPATORI e i meridionali ne sono i migliori interpreti”.

Non vi nascondo che rimasi leggermente contrariato a quella battuta, ma essendo presenti anche un siciliano ed un campano ritenni che non toccava a me replicare, infatti quando gli chiesero i motivi di questo suo convincimento, rispose: “Quasi tutti i dipendenti pubblici occupano il posto di qualcuno più preparato di loro, essendo stati scelti per chiamata “ditocratica” e non per meriti propri, quindi penso che il termine “usurpatore” sia quello più giusto per definirli”.

Poiché, secondo una consolidata teoria settentrionale la maggior parte dei posti nel pubblico impiego erano occupati da “terun”, era chiaro che i più grandi usurpatori fossero proprio “sudisti”.

Ogni tanto mi capita di pensare a quella serata e alla battuta di Gianni Brera e guardandomi intorno, anche nel mio paesello, mi rendo conto che veramente di usurpatori ve ne sono tanti infilati nei vari uffici di enti pubblici e privati: comune, scuola, poste, banche, provincia, regione, tribunale, INPS, ASL e chi più ne ha più ne metta. Mi rendo conto che gli unici a creare reddito vero, soldini sonanti e non “virtuali” con cui si paga questa massa eterogenea di persone con le loro famiglie siamo in pochi: imprenditori, artigiani, contadini, liberi professionisti, su cui grava il peso dell’intera società nostrana.

Quando tornai in albergo quella sera ero abbastanza arrabbiato per l’uscita del giornalista, ma oggi, a distanza di anni devo dire che aveva ragione e credo che sia doveroso inviargli nell’aldilà un sentito “Grazie Gianni per la serata in quella villetta sulla “Via Cassanese” di tanti, molti, troppi, anni fa”.

Tonino Cavallaro

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