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Vangelo della IV Domenica di Avvento

giuseppe sogna.jpgIl Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 1,18-25

18Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. 19 Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto. 20 Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. 21 Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati. 22 Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: 23 Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuel, che significa Dio-con-noi. 24 Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa, 25 la quale, senza che egli la conoscesse, partorì un figlio, che egli chiamò Gesù.

Lectio di don Alessio De Stefano

L’origine “umano-divina’’ di Gesù 1,18-25 Maria inaugura un’umanità nuova dove la donna appare come protagonista attiva della storia. Se il primo a generare nella genealogia è Abramo, padre di tutti i popoli, l’ultimo essere umano che partecipa alla generazione è Maria, madre di Cristo e, in lui, di tutti i viventi, in cui si rivaluta la grazia della maternità, dell’apporto femminile al disegno salvifico e della generosità più completa a dare la vita.

In questa pericope appare per la prima volta il tema del compimento delle Scritture, assai caro al primo vangelo e presente in ciascuno dei racconti dei vangeli dell’infanzia, per mostrare che la nascita di Gesù è strettamente connessa alla storia di Israele raccontata nelle Scritture ebraiche. Esse diventano Antico o Primo Testamento proprio nel momento in cui si compiono in Gesù. Il primo vangelo dunque, sin dall’inizio, mostra la circolarità ermeneutica tra le Scritture di Israele e la vicenda storica di Gesù, la loro relazione di reciprocità e corrispondenza: la vita di Gesù è conforme alle Scritture e le Scritture sono conformi alla vita di Gesù da esse profetizzata. Mt 1,18-25 offre un quadro iniziale con la presentazione di Maria e Giuseppe e del loro legame (vv. 18-19) e poi ci mostra il travaglio di Giuseppe di fronte al mistero di Dio che si manifesta nella loro vita (vv. 20-25).

Il quadro iniziale (vv. 18-19) - Giuseppe e Maria, che han­no già celebrato il loro fidanzamento (erusin), sono in attesa delle nozze (qiddushin). Per il diritto matrimoniale ebraico solo un atto di divorzio poteva sciogliere il contratto matri­moniale e il legame. L’improvvisa e sorprendente maternità di Maria compare come un fulmine a ciel sereno, scuotendo il suo sposo. Di Giuseppe non si menziona il sospetto nei confronti della sua sposa, quanto un profondo rispetto e il desiderio di custodirla dalle critiche. Egli vaglia tutte le possibilità di cui dispone per adottarne la migliore.

La legge di Dt 22,20-21 stabiliva che una fidanzata che non fosse vergine doveva essere cacciata dalla casa del padre e lapidata dalla gente della sua città. La prescrizione fu poi attenuata, con la possibilità di rompere il fidanzamento mediante una lettera, soluzione per cui opta anche Giusep­pe. Egli, però, da uomo «giusto» che sa cogliere lo spirito della legge e ha grande stima della donna che ama, si muo­ve con discrezione (l’avverbio che evidenzia il suo agire è làthra, «in segreto»), senza denuncia legale e processo per non esporla all’infamia. Ma tra i suoi pensieri si fa strada il pensiero di Dio attraverso il sogno, canale privilegiato nell’antico Israele per la rivelazione del mistero. Dio comu­nica a Giuseppe la sua volontà nel sogno, come aveva fatto con un altro Giuseppe, il figlio di Giacobbe, il sognatore che Dio rese provvidenza per i fratelli che lo avevano destinato alla morte.

L’irrompere della parola di Dio nel sogno (vv. 20-25) - Men­tre Giuseppe si dibatte con i suoi pensieri alla ricerca di una soluzione indolore, Dio viene in suo aiuto. Gli invia la sua Pa­rola mediante un angelo durante il sogno, che è l’esperienza umana in cui l’uomo abbassa le difese e diventa più sensibile alla vita. Interpellato con il titolo «figlio di Davide» (proprio come Gesù), Giuseppe è invitato ad accogliere Maria e tutto ciò che essa porta. È il via libera alla celebrazione delle nozze benedette da Dio stesso, che è l’artefice della fecondità della sua sposa. Giuseppe è invitato così ad assumere la paternità legale nei confronti del nascituro: l’assegnazione del nome (nel nostro caso «Gesù», cioè «salvatore», che deriva dalla radice ebraica yasha’, «salvare») è atto tipico della patria potestà.

Dare la paternità legale a Gesù da parte di Giuseppe equivale a garantirgli lo statuto di discendente di Davide. In tal modo, Dio partecipa a Giuseppe la propria paternità. Il nome del nascituro è strettamente in contatto con l’a­spettativa giudaica, secondo cui il messia sarebbe il salvatore del suo popolo (i romani nel 70 attribuivano all’imperatore Vespasiano il titolo di «salvatore»). La salvezza che porta Gesù viene qualificata in un senso prettamente spirituale: si tratta di una salvezza dai peccati (v. 21), come sarà ampia­mente sviluppato nel corso del vangelo.

Dopo la rivelazione divina che contiene l’ordine per Giuseppe, segue una citazio­ne profetica da Is 7,14 ripresa in Mt 28,20, ultimo versetto del vangelo («Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, per sempre»). Nelle ultime parole di Gesù risorto ai discepoli si compie, infatti, il significato delle parole dell’Angelo: Gesù annuncia la sua presenza ininterrotta nella storia. L’origine di Gesù, concepito prima della convivenza tra Maria e Giuseppe, appare così in tutta la sua “irregolarità”, che è una vera eccezionalità. All’origine del concepimento in Maria sta lo Spirito Santo. Questo diventa un dato tra­dizionale che permette di coniugare il suo essere «figlio di Davide» al suo essere «Figlio di Dio». L’interesse del testo non è tanto alla verginità di Maria, del cui carattere perpetuo non vengono fornite informazioni, ma l’ottica cristologica che ad essa soggiace. Dopo l’intervento dell’angelo, Giuseppe risponde prontamente e docilmente, eseguendo quanto Dio gli ha indicato.

Egli appare così l’uomo di fiducia di Dio, capace di vivere l’alleanza mediante l’obbedienza della fede. Di Giuseppe, poi, si dice letteralmente che non ebbe rapporti con Maria finché ella non partorì il bambino e lo chiamò Gesù. Il com­plemento di termine non segna una scadenza, ma piuttosto il limite dell’interesse del testo. Il testo allora pone l’accento non su una scadenza, ma sull’eccezionalità del concepimento verginale di Gesù e, al tempo stesso, sottolinea la natura di una maternità unica nella storia e di una paternità altrettanto eccezionale. Per la prima volta un uomo non dà il seme, ep­pure è sposo e padre a pieno titolo, perché accoglie la madre e il bambino, malgrado il mistero del concepimento vergi­nale. Inoltre è lui a dare il nome a quel bambino dall’origine umana e divina al tempo stesso, e a farlo crescere (Giuseppe in ebraico significa «Dio aggiunga»). Con Giuseppe l’uomo torna a essere come la Genesi ce lo presenta prima del peccato: cultore e custode dei doni di Dio.

a cura di Michele Sanpietro

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