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Vangelo di Domenica 9 Febbraio 2020

V-dom-del-to-anno-A.jpgVangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 5, 13-16

13 Voi siete il sale della terra, ma se il sale perde sapore con che cosa lo si potrà rendere salato? A null’altro serve che a essere gettato via e calpestato dagli uomini. 14 Voi siete la luce del mondo. Non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, 15 né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. 16 Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini perché vedano le vostre opere buone e glorifichino il vostro Padre che è nei cieli.

Lectio di don Alessio De Stefano

Il sapore e la luce: il DNA del discepolo 5,13-16 Nessuna prova o ingiustizia umana ha il potere di cancellare l’identità di chi ha scelto di fidarsi di Dio. Questi è assimi­lato al sale (v. 13) e alla luce (vv. 14-16), simboli di sapienza e conoscenza che rimandano alle qualità della Parola del Signore. La vocazione di ogni credente non dipende dalle circostanze esterne ma dal volere divino che fa della vita dei suoi discepoli un riflesso della sua, che fa del credente una Torah incarnata. Essere sale[1](v. 13) - Ciò che caratterizza il sale (halas) è la sua proprietà di condire i cibi dando sapore e di conservare gli alimenti. Il sale presenta altre valenze simboliche tra cui spicca il suo richiamo all’alleanza (in Nm 18,19 e 2Cr 13,5 si parla per esempio della berit melah, cioè dell’alleanza di sale) e il suo legame con la sapienza (in Col 4,5-6 il sale è impiegato per indicare il parlare e l’agire sapienti). Prova ne è che il verbo moràino, che al passivo indica il sale che diventa insipido, ha la stessa radice di morés, aggettivo con cui viene designato l’uomo stolto o superficiale (Mt 5,22; 7,26; 23,17) e anche la donna stolta o superficiale (cf la parabola delle dieci vergini in Mt 25,1-13).


[1]Sale (gr. halas; lat. sai)Minerale che sotto la forma del sale da cucina è considerato indispensabile perché lo si impiega per la conservazione degli alimenti deperibili (citato anche da Platone nel Simposio). Il termine latino sai significa anche arguzia e «salato» (salsus) può essere, ironicamente, un di­scorso o un’espressione arguta e morda­ce. Omero ne esalta il carattere «divino»; veniva tra l’altro usato in occasione dei sacrifici espiatori e dei Misteri come mezzo di purificazione simbolica. Già nell’antica Roma lo si metteva sulle lab­bra dei neonati perché li proteggesse dai pericoli. Stando ad alcuni miti siriani, gli uomini avrebbero appreso l’uso del sale dagli dei; in onore dell’arcaica dea litua­na Gabijà, signora del - fuoco sacro, si spargeva sale tra le fiamme. Si è sempre pensato che i demoni aborriscano il sale; anche nelle leggende, relativamente mo­derne, concernenti il «sabba delle - streghe», non si manca di ricordare che tutti i cibi, offerti durante il banchetto infernale, sono rigorosamente privi di sale. Nella Bibbia il sale è un mezzo simbolico che garantisce il legame tra Dio e il suo popolo (Levitico 2, 13 e altri): «dalla tua offerta non lascerai mancare il sale dell’alleanza del tuo Dio»; Eliseo puri­fica una - sorgente gettandovi del sale (nelLibro dei Re 2, 19 ss.). Nel nostro testo Gesù si rivolge ai suoi di­scepoli chiamandoli il «sale della Terra» e Girolamo, il dottore della Chiesa (348- 420 d.C.), indica in Gesù stesso il sale della redenzione che permea il - cielo e la-Terra. È inoltre ben nota l’efficacia distruttiva del sale: dopo aver annientato Cartagine, i Romani sparsero il sale sul suolo della città al fine di renderlo sterile per sem­pre, così come nella Bibbia si racconta che abbia fatto Abimelech dopo aver espugnato la città di Sichem (Giudici 9,4-5).

In India il sale era considerato un afrodi­siaco ed era quindi interdetto agli asceti e alle giovani coppie, nonché ai bramini durante certi sacrifici. Nel linguaggio dell’alchimia (- alchemi­ci, simboli) con sale non si intende il clo­ruro di sodio ma il terzo dei principi ori­ginari accanto a - sulphur et mercurius, che rappresenta (probabilmente per la prima volta in Paracelso) la qualità del «corporeo». Ma nell’alchimia ci si ri­chiama al sai anche seguendo altre asso­ciazioni simboliche, si parla per esempio del sai sapientiae, ossia del sale della sa­pienza. L’espressione «con un grano di sale» (lat. cum grano salis), che significa agire con discernimento, con buon senso, risale a una ricetta che troviamo citata da Plinio il Vecchio, secondo cui gli antidoti pote­vano essere ingeriti solo insieme a un grano di sale. L’espressione «restare di sale» si riferisce invece all’episodio di cui è protagonista la moglie di Lot duran­te la distruzione di - Sodoma e Gomor­ra.[cf. Dizionario dei Simboli - Garzanti]

Nel giudaismo inoltre è la Torah stessa che viene assimilata al sale (Sopherim 15,8). Il sale che perde il sapore viene buttato, così come si buttano (anche qui il ver­bo è ballo) i pesci non buoni e gli uomini cattivi di cui parla Gesù nella parabola della rete (Mt 13,48.50). Il discepolo di Gesù, come il sale, deve fare della sua presenza una realtà che fa la differenza, che qualifica l’ambiente in cui è inserito. Essere luce[1](vv. 14-16) - Anche la metafora della luce (jos) rimanda alla sapienza (Sap 7,26) e alla parola del Signore (Sal 119,105). La metafora viene ampliata mediante il ricor­so a due immagini: la città edificata sul monte e la lucerna posta sul candelabro. Non si può negare la visibilità di una città posta in alto, così come non si può coprire una lucerna altrimenti perde la sua funzione di illuminare la casa e i suoi abitanti. La luce esiste per rifulgere e per illuminare gli uomini. Attraverso questa metafora Gesù invita i discepoli a far risplendere la propria luce interiore mediante le proprie opere. Se l’uomo sceglie di vivere nella luce, fioriscono nella sua vita opere piene di bellezza, azioni così affascinanti ed eloquenti che permettono a chi le vede di risalire fino alla loro causa prima: Dio. Il profumo di una vita intrisa dell’a­micizia con Dio suscita infatti nel cuore di chi lo sente una lode che apre il cuore a Dio.

 


[1] Simbolo universale della divinità, dell’e­lemento spirituale che, dopo il - caos dell’oscurità originaria, attraversò il Tutto, ricacciando nei loro confini le te­nebre. Luce e tenebre costituiscono il più importante sistema - dualistico di forze polari, in cui la luce viene simboleggiata anche per mezzo del più potente dispen­satore di luce, il - Sole. La luce solare è conoscenza immediata, quella della - Luna, al contrario, conoscenza riflessa, ottenuta speculativamente. Tuttavia l’oscurità non viene sempre avvertita come principio ostile, ma, talvolta, come origi­nario principio complementare (- yin­yang). Le culture patriarcali concepisco­no la luce «maschile» e l’- «oscurità» femminile. La religione dell’antica Persia mette in primo piano la lotta della luce (Ormazd) contro le tenebre (Ahriman), lotta in cui il regno della luce possiede qualità divine e quello dell’oscurità, demoniache. L’i­dea immediatamente «illuminante» del­l’ascesa alla luce attraverso le tenebre è oggetto della maggior parte delle dottrine iniziatiche. Nell’esoterismo ebraico del­la Kabbala, la luce originaria è incarna­zione della divinità, così come, nel Cri­stianesimo, il Redentore viene definito «luce del mondo». In ambito giudaico-cristiano, la luce possiede qualità proprie e non viene concepita come emanazione del Sole. La separazione fra luce e tenebre è, nel rac­conto della creazione del Genesi, la pri­ma manifestazione di Dio, mentre Sole e Luna vengono appese soltanto in un se­condo tempo al firmamento come mere «lampade» - e ciò per differenziare que­ste idee religiose dal culto degli dei solari presso i confinanti popoli «pagani». Nel­le leggende ebraiche (J. Bin Gorion 1980 - Bibl. 24) la peculiarità del racconto della creazione viene spiegata con il fatto che il Creatore nascose la luce creata il primo giorno, prevedendo che i futuri popoli della Terra avrebbero provocato la sua collera. «Egli disse fra sé: i malvagi non meritano che questa luce risplenda su di essi; essi devono accontentarsi del Sole e della Luna, luci che un giorno sva­niranno. Ma la prima luce, che dura eter­namente, sarà la luce dei giusti che ver­ranno». La più recente iconografia cristiana usa tuttavia l’espediente di raggi di Sole sti­lizzati per esprimere, con le corone lu­centi delle aureole e dei nembi (- aureo­la), l’associazione Dio-luce - probabil­mente appoggiandosi al Salmo 104: «Si­gnore, mio Dio, quanto sei grande! Rivestito di maestà e di splendore, avvolto di luce come in un manto... ». È chiaro che le parole di Cristo «Io sono la luce del mondo» erano destinate a esercitare il maggiore influsso sulla simbologia cri­stiana della luce, così che nelle chiese cat­toliche una piccola luce viene definita la «luce eterna» che, per devota interces­sione, deve risplendere davanti ai defun­ti. Anche le candele sono portatrici di lu­ce, per esempio le candele pasquali e le candele da accendere nelle case, quando vengono benedette per la «Candelora di Maria» (2 febbraio). Le candele del bat­tesimo o della comunione trasmettono al fedele non soltanto la simbologia astrat­ta ma anche una profonda suggestione. Vi sono varie forme di credenze popolari secondo le quali il solo accendere cande­le benedette che diffondono la loro deli­cata luce, preserva dal maltempo,dalla grandine, da inondazioni, da malattie, purché i fedeli, al cospetto del loro chia­rore, supplichino il divino Ausiliatore che li protegga.[cf. Dizionario dei Simboli - Garzanti]

L’espressione «con un grano di sale» (lat. cum grano salis), che significa agire con discernimento, con buon senso, risale a una ricetta che troviamo citata da Plinio il Vecchio, secondo cui gli antidoti pote­vano essere ingeriti solo insieme a un grano di sale. L’espressione «restare di sale» si riferisce invece all’episodio di cui è protagonista la moglie di Lot duran­te la distruzione di - Sodoma e Gomor­ra.[cf. Dizionario dei Simboli - Garzanti]

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