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Vangelo della Pentecoste - Domenica 23 Maggio 2021

pentecoste-fiamma.jpgVangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 15,26-27;16,12-15

26 Quando verrà il consolatore che io vi invierò dal Padre, lo spirito della verità che proviene dal Padre, quegli testimonierà di me 27 e voi pure testimonierete, perché siete con me da principio. 12 Ancora molte cose ho da dire a voi, ma per ora non potete portarle. 13 Ora quando egli verrà, lo Spirito della verità, vi condurrà nella verità tutta intera; infatti, non parlerà da se stesso, ma parlerà di quanto ascolterà e vi ripeterà le cose che avvengono. 14 Quegli mi glorificherà, perché prenderà dal mio e lo ripeterà a voi. 15 Tutte quante le cose che ha il Padre sono mie. Per questo vi dissi che prenderà dal mio e lo ripeterà a voi.

Lectio di don Alessio De Stefano

Il terzo detto sullo Spirito, collocato nel contesto dei discorsi dopo la cena (v. 26), si caratterizza proprio per la funzione testimoniale che gli viene attribuita in parallelo a quella attribuita ai discepoli: l'uno e gli altri, insieme, continueranno nel mondo la testimonianza cristologica, pubblica e visibile in parole e in opere. «Spirito della verità che procede dal Padre», lo Spirito succede a Gesù, è inviato da Gesù così come lo sono i suoi discepoli cf 20,21-22) ed è lo Spirito della sua verità, proprio quello che lo identifica come Figlio rispetto al Padre, capace di smascherare e «togliere» il peccato del mondo (cf 1,32-34). La sua azione, simultanea, interiore e congiunta a quella dei discepoli, continuerà a denunciare e, se il «mondo» lo accetterà, a risanarne l'«odio» gratuito (cf Sal 35,19; 69,5; 119,161) nei confronti del Figlio inviato e del Padre che lo ha mandato.

Se il peccato del mondo, che si traduce nell'odio violento, è un peccato di «non conoscenza» (cf 15,21; 16,3), lo Spirito e la comunità messianica, la sposa dell'Agnello, continueranno a dire al mondo l'ingiustificabilità del suo odio: ingiusto perché incoerente con la rivelazione dell'amore divino; ingiusto perché espressione del rifiuto responsabile di rinunciare alla tenebra e di venire alla Luce.

Il vantaggio della partenza di Gesù (16,4b-15) - Più Gesù parla più è il segno che il tempo in cui lui non ci sarà più è vicino! Il suo apparente lamento («Ora, però, vado da colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi domanda: "Dove vai?"»), in palese contraddizione con quanto in effetti è accaduto nella sua relazione con i discepoli (cf 13,36; 14,5), ha forse la funzione di provocare una sempre maggiore consapevolezza dell'«ora» nei discepoli. Non perché essi protestino una volontà di sequela che non potrebbero mai adempiere prima che Gesù compia la sua Pasqua (cf 13,38; 16,31-32), ma perché la «tristezza» che ormai li opprime - di fronte alla partenza di Gesù e alla sofferenza che li attende nel mondo - possa essere vinta dalla fede e fiducia nella «verità» che Gesù rivela loro, per quanto incredibile essa possa apparire. Si tratta del «vantaggio» o giovamento connesso alla sua morte. Se già Caifa aveva «profetizzato» il significato salvifico della morte di Gesù (11,50-52), ora è Gesù stesso che ne spiega il valore per i discepoli: il dono escatologico dello Spirito rinnovatore, quello associato già nelle Scritture al compimento pieno dell'alleanza di Dio con il suo popolo, è necessariamente connesso alla sua morte intesa come ritorno al Padre dopo l'espletamento della sua missione.

Come la preparazione di un «posto» per i discepoli è connessa all'«andare» di Gesù al Padre (14,3), così anche l'invio a loro del suo Spirito è connesso al suo andare (v. 7). Sarà lo Spirito a sostenerli nel loro viaggio verso il Padre e verso il loro «posto» nella casa dalle molte dimore; sarà «lo Spirito della verità» - spazio, vitalità e testimonianza della rivelazione di Gesù - a «condurli nella via» al Padre che Gesù è (cf 14,4-6) ovvero nella via della sua rivelazione integralmente assunta e compiuta con la Pasqua («la verità tutta», v. 13).

«Venuto lui» dopo Gesù, come suo successore (vv. 8.13), continuerà a svolgere in favore suo le sue funzioni tanto presso il mondo (vv. 8-11) che presso i discepoli (vv. 12-15). Presso il mondo, nel processo intentato dal «mondo» a Gesù, assolverà simultaneamente la funzione dell'avvocato difensore e a quella del giudice. Come difensore di Gesù «convincerà» il mondo della «giustizia» contenuta nel mistero della sua morte e ritorno al Padre, lo stesso che affligge i discepoli che, come il mondo, «non lo vedranno più» fisicamente e saranno privati della sua presenza (cf 7,33-36). Rifiutato dal mondo nella sua testimonianza e giudicato ingiustamente colpevole di bestemmia e di pretese illegittime, Gesù glorificato dal Padre e ormai tornato a lui sarà riconoscibile nella sua verità come giusto e tutta la sua opera come espressione della giustizia salvifica di Dio. Come protagonista attivo del giudizio di Dio sul mondo, poi, lo Spirito ne smaschererà il peccato (il rifiuto ostinato e permanente di credere in Gesù per non abbandonare le proprie opere malvage) e ne attesterà il giudizio da parte di Dio, perché con l'innalzamento di Gesù al Padre, attraverso la morte, il principe del mondo sarà ormai smascherato e condannato nell'esercizio del suo potere anti-divino e anti-messianico. La funzione presso il mondo, però, non sarà diversa né isolabile da quella presso i discepoli: sarà grazie ai discepoli e proprio in loro - così come già attraverso e in Gesù - che lo Spirito assolverà la sua funzione processuale. Quello che al mondo apparirà come il giudizio che smaschera e condanna l'iniquità delle sue opere sarà la capacità della comunità discepolare - nell'annunzio e nello stile di vita - di «portare» in sé e cioè di assumersi la responsabilità e il peso di tutta la rivelazione cristologica, continuando cioè nel mondo l'opera della glorificazione di Dio compiuta dal Figlio e diventando essa stessa, grazie all'azione dello Spirito, spazio della glorificazione del Figlio. Non tutto è stato annunziato da Gesù ai suoi: c'è una riserva di futuro («le cose a venire») in ciò che lui già è stato con i suoi discepoli e sarà proprio lo Spirito ad annunziare loro quanto di lui stesso - e, in lui, del Padre - ancora non era stato comprensibile durante la sua vita terrena.

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