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Messaggio di Mons. Savino alle consacrate e ai consacrati.

savino con il calice 770x472“Una fraternità che sa di casa”

“La giornata della vita consacrata, che coincide il 2 febbraio di ogni anno con la Festa della Presentazione di Gesù al tempio, come perla preziosa si incastona oggi nel cammino sinodale della Chiesa. Ci stupisce e ci fa sentire preziosi in un itinerario che si snoda sulle vie della comunione, della partecipazione e della missione”. E’ quanto scrive il vescovo di Cassano All’Jonio, mons. Francesco Savino, alle consacrate e ai consacrati della diocesi. La pandemia, che non ci siamo ancora lasciati alle spalle, in soli due anni ha generato nella società, e quindi anche nelle comunità religiose, un cambio di sensibilità, facendo emergere in maniera più evidente nuovi atteggiamenti, nuovi comportamenti e le tante crepe esistenti. In positivo – sottolinea il presule -, sono venute in evidenza anche le speranze e la necessità di una vita più autentica, più essenziale, animata dalla fede e dall’interrogativo su che cosa voglia dirci il Signore nelle circostanze specifiche di ogni tempo. La proposta sinodale è la strada maestra per tutti, ma forse per i religiosi in particolare, nella riscoperta dell’esercizio spirituale dell’ascolto. Essa ci educa infatti a un metodo, strutturato sulla ricerca di Dio mediante il dialogo tra sorelle e fratelli, la crescita della comunione e l’opportunità colta di sintonizzarsi con tutte le realtà territoriali presenti là dove le comunità religiose abitano. Ci è mancato l’ossigeno, in molti modi, ma è tempo di respirare il nuovo che, grazie al soffio dello Spirito, comunque avanza. Delicatamente. L’impressione, che talvolta ci prende, di essere ormai un piccolo resto di Israele che arranca nel deserto, con la tentazione di non farcela che potrebbe prevalere sulla speranza di ritrovare la terra promessa, rischia di portare le comunità religiose a chiudersi nella propria cerchia.

Allora prevale quella che papa Francesco – prosegue la missiva -, fin da Evangelii Gaudium, ci ha descritto come una spiritualità intimistica, dallo sguardo nostalgico al passato, che sia la Babilonia in cui ci si era accomodati o un Egitto prosperoso in cui nutrire idee di grandezza, di numeri abbondanti, di autosufficienza e di efficienza privata e sociale. Assuefatti alla schiavitù. La sinodalità a cui la Chiesa chiama i religiosi e le religiose, invece, non combacia con la ritirata in una faticosa sopravvivenza da piccolo resto. Piuttosto, il cammino col popolo di Dio invita i consacrati – rimarca mons. S a sentirsi inseriti in esso a tutto campo, investiti della propria dignità profetica, regale e sacerdotale, lievito che fermenta tutta la pasta. Pur nella fatica del discernere, aiutati dallo Spirito di Dio coloro che tutto hanno lasciato per il Regno intravedono nuove strade, in cui configurare scenari dagli orizzonti più ampi di presenza e di apostolato. Secondo i propri carismi e con il così attuale volto multietnico delle loro comunità le religiose e i religiosi rappresentano avamposti di comunione, di partecipazione e di missione. Il processo di miglioramento, è vero, appare lento e faticoso perché implica la necessità di interrogarsi seriamente, e innanzi tutto, sulla profondità della propria fede, sulla capacità di trasmetterla con l’audacia di una testimonianza profetica, con la consapevolezza di voler mettere a servizio della chiesa locale, rigettando l’idea di essere “piccole chiese privilegiate”, il dono dei propri carismi, così che si entri in osmosi con l’intero grande progetto sinodale della Chiesa. Ai religiosi e alle religiose non dovrebbe bastare il vivere in comunità isolate dal resto della comunità diocesana o, anche singolarmente, coltivando l’orto del proprio individualismo. Camminare insieme, in comunità e nella Chiesa, richiede necessariamente la realizzazione di una fraternità che sa di casa, di famiglia, dove nell’interscambio dei doni che ognuno ha ricevuto, si ricavano una crescita e un arricchimento per tutti. Ad ogni età, un vissuto comunitario, per essere tale, deve poter respirare aria di creatività, di dialogo, di fiducia reciproca, di servizio. Tutti sappiamo personalmente quanto non sia scontato. La grande attuale attesa è che il processo sinodale in corso nella Chiesa universale, a partire da ogni chiesa locale, da ogni Diocesi, possa essere, anche per i consacrati, l’autostrada per rinverdire la speranza che una cultura del provvisorio, del relativismo, e poi gli scandali, il calo demografico e quant’altro hanno intiepidito, come il termometro vocazionale infallibilmente ci suggerisce. Aiutati dall’ascolto assiduo della Parola e dal discernimento che viene dallo Spirito sperimenteremo che avanzare insieme è rinascita, è sorpresa, è sovvertimento di ogni logica umana. Lo Spirito, come il vento, soffia come vuole e quando vuole. Le comunità religiose devono riguadagnare la consapevolezza di poter essere vitali: luoghi generativi, preposti a generare cammini diversi e il più possibile personali, in cui possano innestarsi le chiamate particolari sui differenti sentieri della sequela. Significa ascoltare, comprendere, accompagnare, orientare ciascuno come unico, inserendone la singolarità in un terreno di legami fraterni in cui ci si nutre l’un l’altro della propria rispettosa, ma calda presenza.

Innestati nelle Chiese locali, i consacrati con il proprio impegno apostolico e la propria vita di preghiera e fraterna hanno tutte le condizioni di rappresentare delle oasi di presenza concreta per il mondo giovanile. Anche se “liquido”, sfilacciato, frammentato, segnato da tante prove di questa particolare stagione della storia, si tratta di un territorio in cui Dio ci precede e ci attende, per stupirci ancora e convertirci. I giovani sono per noi l’adesso di Dio. Restano attratti da chi accoglie senza secondi fini (anche vocazionali!), da chi li ascolta disinteressatamente, li coinvolge non per approfittare di loro, li aiuta a far luce nella confusione del loro mondo interiore (a ben vedere così simile al nostro), a decifrare cosa voler fare della propria vita, almeno individuando il prossimo passo. A tale proposito brillano di verità le parole di Paolo VI: «L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri o, se ascolta i maestri, è perché sono dei testimoni». Tutto il popolo di Dio, è il mio impegno anche di vescovo, si interrogherà sul perché della carenza di vocazioni religiose, amara realtà che sta mutando silenziosamente il volto della nostra Chiesa in Europa, senza che ancora vi sia da parte di tutti una sufficiente consapevolezza in merito. Senza comunità religiose, le cui membra stanno diminuendo a vista, la Chiesa andrà comunque avanti, ma molto impoverita, perché privatasi di una testimonianza originale della memoria del vangelo. Riconosciamo, allora, nel Sinodo – ha concluso -, lo strumento carismatico che la Chiesa offre anche ai religiosi, per scuoterli all’interno del popolo di Dio dal loro eventuale torpore, sospingendoli a ‘uscire’ in missione. La sfida di essere segno visibile della dimensione profetica di questo popolo è più attuale che mai e ci impegna ancora di più laddove pare che le nostre forze siano poche: è l’ora di sperimentare che non sul nostro vigore, ma sulla grazia di Dio si appoggia la vita evangelica. È una continua conversione del cuore alla libertà spirituale che ci rende presenti nel tessuto sociale in modo tale da ricordare, discretamente, a tutti che l'edificazione della città terrena è fondata sul Signore, sulla fedeltà delle sue promesse. Siamo a Lui diretti: questo dice, di solito senza bisogno di parole, la vita religiosa. E allora: “Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! ... Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?” (Is 43, 18-19).

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