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Impressioni sul Macbeth alla Scala di Milano

macbeth-scala.jpgHo riflettuto parecchio, pensato e ripensato allo spettacolo dI alcuni giorni fa, oggi mi sono cimentato in queste riflessioni che desidero condividere con tutti voi:
In questa analisi non parlerò dell'esecuzione musicale sulla quale avrei delle riserve (fatta eccezione per la mirabile direzione di Chailly), ma voglio concentrarmi sulla regia, perchè in fondo è quella che ha fatto più discutere. Macbeth è un'opera che ho amato fin da ragazzo al punto da averla praticamente imparata tutta a memoria; quello del POTERE è un tema senza confini (di luogo) né limiti di tempo, tanto è universale ed eterno. La portata capitale dell'argomento trattato è tale da rendere adatta qualsiasi collocazione storica e ambientazione. Davide Livermore deve essere partito da questo presupposto, suppongo, per la regia scaligera del capolavoro verdiano ispirato al celeberrimo dramma di Shakespeare con la riduzione librettistica di Francesco Maria Piave, per la versione del 1847, rivista poi da Andrea Maffei per la versione definitiva del 1865. Nel libretto e nella musica di Verdi emergono delle sfumature che definire attuali è limitativo, oserei dire atemporali. La regia di uno spettacolo non è altro che una rivisitazione che trasforma in effetti visivi (personali e soggettivi) idee filtrate dalla sensibilità del regista; in certi casi però allo spettatore volenteroso e NON PREVENUTO (come ho voluto essere io ieri sera), tocca il non facile compito di doverla interpretare (la regia); da qui lo scopo di questa breve analisi. Le vicende dell'ambizioso monarca di Scozia e della malvagia sua consorte hanno avuto la loro trasposizione in una caleidoscopica e variopinta ambientazione del tutto fuori contesto storico (Macbeth regnò in Scozia dal 1040 al 1057) e anche se nella prima scena ci appare una foresta, come da tradizione, è altrettanto vero che gli alberi si presentano alla vista dello spettatore come trasfigurati ed incolori, a fare da cornice ad un'auto (macchina del tempo?) con la quale Macbeth e Banco si dirigono verso una metropoli inquietante e claustrofobica, con proiezione degli esterni e rappresentazione scenica degli interni. E' parso subito evidente l'intento del regista di dare un'impronta quasi cinematografica allo spettacolo. Ma al di là dell'ambientazione, resta e rimarrà centrale per tutta la durata dell'opera (che sintetizza 17 anni di tirannia) il tema relativo la gestione del potere, affatto dissociata dalla necessità di essere cinici e spietati ("alla grandezza aneli, ma sarai tu malvagio?" chiede la Lady a Macbeth). Persone di potere le troviamo ovunque: non si tratta solo di ambire ad un trono, ma riguarda anche i vertici di una multinazionale, il controllo dei mercati finanziari, il consiglio direttivo di una multinazionale, poteri economici occulti, insomma in ogni ambito. La regia di Livermore mi è parsa paragonabile più alle pale trecentesche che conglobavano in un unica opera scene diverse di uno stesso soggetto, che ad un quadro organico Gli ambienti interni a guisa d'ufficio, gli sporadici e rari richiami al passato oltre alla già citata tetra megalopoli, ci ricordano che in ogni luogo e tempo "il calle della potenza" è "pien di misfatti" come canta la Lady nella sua cavatina. L'insistente presenza dell'ascensore in scena (con l'effetto televisivo di una telecamera di sorveglianza... Dio che vede tutto?), ci ricorda che nella vita si sale e si scende: allettati da certe prospettive (i presagi delle streghe a me ricordano molto le sirene di questa nostra società ambiziosa che premia e valorizza lo status e la scalata sociale), resta tuttavia pur vera e meritevole di profonda riflessione la prudenza di Banco che, nel duetto con Macbeth del primo atto, considera che "spesso l'empio spirto d'averno parla e c'inganna, veraci detti, e ne abbandona poi maledetti su quell'abisso che ci scavò". Ci affidiamo (o per meglio dire) ci fidiamo troppo delle influenze esterne, cerchiamo la riprova sociale ossessionati dalla brama di autoaffermazione, come Macbeth che fin da subito si palesa personaggio condizionato dalle streghe e condizionabile al punto che dall'iniziale intento a non forzare l'adempimento della profezia ("alla corona che m'erge il fato la man rapace non alzerò") di lì a poco ucciderà il Re Duncano, suo ospite, cedendo alle incitazioni della Lady. Nel quarto atto, la rottura della cornice del quadro (che rappresenta la foresta e le sue streghe), l'ho interpretata come una tardiva consapevolezza di quanto sia dannoso, spesso, il condizionamento esterno. Questa soluzione di Livermore l'ho trovata molto azzeccata e significativa. Il Macbeth ci insegna che esiste un vortice che risucchia sempre più in basso coloro che vi si affacciano; sangue chiama altro sangue, e puoi essere cinico finché vuoi ("le mani ho lorde anch'io, poco spruzzo e monde son", canta la Lady) ma prima o poi il conto arriva. Anche questa donna spietata e malvagia sarà sopraffatta dal peso di una coscienza che sembrava non avere: "chi poteva in quel vegiardo (in riferimento al re Duncano, prima vittima di una lunga serie) tanto sangue immaginar"?  Con la scena del sonnambulismo ambientata sul cornicione dell'ultimo piano di un grattacielo, Livermore ha forse voluto rappresentare un concetto peraltro intuibile, ossia che più sali in alto con mezzi illegittimi più rovinosa sarà la caduta. Il "lieto finale" del Macbeth, con la morte della malvagia regina, l'uccisione dell'oppressore e la liberazione della "patria oppressa", è stato da Livermore reinterpretato in chiave più pessimistica/realistica, con quella gabbia calata inaspettatamente in scena sulle ultime note "di giubilo" del capolavoro verdiano: un contrasto visivo ed uditivo (che mi ha lasciato lì per lì perplesso), a esemplificare ciò che la storia nella stragrande maggioranza dei casi ha registrato, ossia che dopo un re dispotico e malvagio ne arriverà quasi sempre un altro (come lui o peggio di lui) a perpetrare gli abusi di potere: Macduff e il nuovo re Malcom sono quindi rivisitati in senso più critico: anche loro "ingabbieranno" il popolo strozzando sul nascere il giubilo e la speranza che possa esserci una "patria" (leggi società) veramente giusta. Una trovata di Livermore che mi è piaciuta tantissimo. La storia in fondo si ripete sempre!

Luigi Maffeo

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