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Prevenire è meglio che curare? Non nell'Alto Ionio!

pap test.jpgSe non muori prima, tra un anno farai il pap-test

La nottata è stata un po’ agitata e stamattina mi sono alzata con un pensiero. Dopo vari risvegli in preda all’afa terribile di questi giorni, mi sono ritrovata a pensare a quanto siamo precari su questa terra, ai pericoli in agguato, a quante brutte storie mi capita di sentire ogni giorno. Ma anche alla mia trascuratezza, a quanto spesso sottovaluto la realtà. Riflessioni notturne, insomma.

Mi sono svegliata, quindi, carica di buoni propositi. Ho pensato a quanto ci bombardano con la storia della prevenzione, a come piccoli gesti possono salvare una vita. In sintesi, io e la mia avversione a tutto ciò che è medici, analisi e medicine ci siamo vestite di buon senso e siamo uscite di casa. Mi sono recata al consultorio ASP di Trebisacce per informarmi e per prenotare un pap test, esame legato alla prevenzione da tumore cervico-carcinoma. Ma lì in un attimo tutti i miei pensieri e i conflitti notturno/esistenziali si sono cementificati quando le mie orecchie hanno sentito l'espressione “torna tra un anno”.

Un anno? Un anno è un’eternità, ho pensato. L’arco temporale di un anno, per una patologia del genere, potrebbe drammaticamente significare intervenire “troppo tardi”. Ho chiesto immediatamente se ciò fosse legato a una difficoltà temporanea, se il disagio fosse legato al periodo estivo. Ho chiesto spiegazioni. L’operatrice che avevo davanti, molto pazientemente, mi ha spiegato che questa da un po’ di tempo è la normalità. Mi ha detto che il consultorio effettua i prelievi e poi li manda all’unità di anatomia patologica di Rossano per avere i risultati, che per legge devono pervenire entro 30 giorni. Gli operatori di Rossano, oberati di lavoro, non accettano più di 20 prelievi al mese perché non riuscirebbero a garantire le tempistiche prescritte. Ovviamente, di fronte al bacino di utenza di riferimento, 20 prelievi al mese sono un numero insignificante, che altro non fa che allungare le liste di attesa a dismisura.

è bene ricordare che il Pap test rientra nei LEA, ossia i Livelli Essenziali di Assistenza che comprendono tutte le prestazioni e i servizi che il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) è tenuto a fornire ai cittadini, gratuitamente o dietro pagamento di una quota di partecipazione (ticket), con le risorse pubbliche raccolte attraverso le tasse.

Sento parlare di prevenzione da almeno vent’anni. Dai tempi della scuola. Ci sono state donne e uomini impegnati in prima linea in campagne di sensibilizzazione affinché si superassero alcuni limiti culturali e logistici pur di scongiurare tumori mortali. Grandi passi sono stati fatti in tal senso. E se prima le donne andavano informate, e in un certo senso convinte, ora che hanno capito l’importanza di alcuni gesti “salvavita”, si trovano davanti all’incapacità di un servizio sanitario non più in grado di rispondere alle loro esigenze. Mi chiedo a cosa sono serviti tutti questi anni di campagna di prevenzione. A cosa è servito promuovere esami e rendere le donne più consapevoli? A cosa è servito combattere contro i tabu e trascinare le donne verso gli ambulatori, se poi bisogna aspettare anni per effettuare gli esami? Come è possibile che una struttura attrezzata e funzionante, con personale attivo ed efficiente, possa essere obbligata a ridurre gli esami da fare per questioni logistico-organizzative? Queste sono le risposte che le donne calabresi, dell’Alto Ionio, meritano? Questa è l’assistenza che la Regione Calabria riesce a garantirci?

Giusto per avere un’idea del disservizio bisogna sapere che il pap test è un esame riservato alle donne di età compresa tra i 25 e i 64 anni. A queste donne il SSN DEVE garantirne uno ogni tre anni. Considerando che all'interno del bacino d’utenza coperto dal Consultorio di Trebisacce vi sono 9.500 donne che rientrano in questi parametri, gli esami da fare all’anno dovrebbero essere 3.165 e non 240. In poche parole siamo davanti a una percentuale che si aggira intorno al 7%.

Siamo di fronte a una situazione surreale in cui, al di là dei numeri, la gente continua a morire. E, mi chiedo, in un territorio derubato ormai di qualsiasi servizio o assistenza, i sindaci, primi tutori della salute dei cittadini, come si pongono di fronte all’ennesimo scippo? Che azioni pensano di intraprendere per mettere fine a questa lenta agonia?

Isabella Violante

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