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Spigolature al tempo del coronavirus

tempesta.jpg“Pause” - Pausa dal sogno. Sognare stanca, perché dobbiamo fare tutto da soli. Ci vuole una tensione felliniana per dare corpo ai nostri fantasmi. I materiali non mancano a chi sa riconoscerli e neppure è richiesta una grande forza immaginativa, sufficiente il desiderio. Per alimentare il sogno è necessaria la collaborazione di altri, che nella loro libertà spesso ce la negano. Da qui la pausa per riportarci alla nostra irriducibile solitudine, dopo che ci è stata negata la possibilità di stare “soli insieme” nella condivisione. In pausa, i lacerti del mondo ci appaiono non come materia per creare, ma nella loro nudità. Gli riconosciamo il diritto ad una vita autonoma, dignitosa, meritevole del nostro sguardo amorevole, della nostra ammirazione, della nostra compassione. Questa pausa ci fa intravedere un altro modo di vivere, più gentile e anche meno dispendioso. Ma non sempre è dato! Questa pausa dura poco. E’ tale e tanta la sete di trascendenza, il bisogno di uscire da sé, che basta uno spiraglio ad innescare prima, e ad alimentare poi il sogno.

Pausa dall’autorealizzazione. Sentiamo ogni giorno il dovere di fare qualcosa che testimoni la nostra presenza nel mondo. Qualcosa che renda migliore il pezzo di mondo che abbiamo la ventura di abitare. Di più! Il convincimento che si abbia il poter di fare, di essere rilevante nonostante le smentite, gli scacchi della realtà. L’irrilevanza dei risultati detta le pause che sono, non una scelta, ma un ripiegamento. Le pause ci ammoniscono a non presumere molto di noi e a non prenderci troppo sul serio, ci danno equilibrio tra i vuoti e i pieni.

Pausa dai doverismi. Dover corrispondere alle aspettative degli altri e sentirle come doveri. Le pause in questo caso possono insegnarci che è possibile riprenderci il potere di dire dei no e di smettere con la credenza che il benessere, la felicità degli altri dipendano da noi. E se proprio vogliamo rimanere nella logica dei doveri dobbiamo corrispondere ai sogni del bambino che siamo stati e a come siamo stati sognati.

Pausa dai rapporti sociali per tornare a sé, per abitare il proprio continente, esplorarlo, abbracciare tutte le persone che ci hanno fatto del bene e guardare alla giusta distanza le persone che ci hanno ferito. E se non puoi la vita che desideri/ cerca almeno questo / per quanto sta in te: non sciuparla / nel troppo commercio con la gente / con troppe parole in un viavai frenetico.   C. Kavafis.              

Mettere in pausa la mente e ascoltare il corpo, quello che ci dice, se è contento di come lo stiamo trattando e ci ammonisce su come stiamo trattando la nostra persona. Aspettiamo che sia lui a dirci di cosa abbiamo bisogno, non saturiamolo con quello che pensiamo gli serva.

La malattia come pausa è un rosso che ci inchioda. Non bisognerebbe aspettare lei per posare sguardo e anima sui doni della vita. Le persone non appaiono più come simulacri alla cui costruzione abbiamo contribuito con i nostri desideri, bisogni, credenze, ma nella loro umanità.

La vita e niente altro come pausa dall’inquietudine, dal bisogno di creare, trasformare, cambiare. Anche voler diventare quello che siamo costa fatica, prendiamoci una pausa, facciamo che ciò che siamo venga fuori naturalmente, senza intenzionalità.

Giuseppe Costantino

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