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La commemorazione dei defunti

defunti.jpgTra pochi giorni andremo quasi tutti, per la Commemorazione dei defunti, al Cimitero per deporre un fiore sulla tomba dei nostri cari, accendere una lucerna e recitare a fior di labbra una preghiera. Un rito che si rinnova perché la nostra vita è cristiana così come quella dei nostri cari che ci hanno preceduto. Dove si trovano ora i nostri cari? Si trovano là dove la luce non muore mai e tutte le loro speranze sono esaudite.
Ricorderò  mia mamma, morta  a novantasei anni. Il suo volto sembrava una scorza di albero antico per le numerose rughe, ma il suo sorriso  restava intatto, evidente, rilucente. Ricorderò un signore che si chiamava come me, Ciccio, dal sorriso largo, aperto e dalla voce squillante che quando mi chiamava per nome avvertivo dal suo tono che non era un rimprovero, ma, semmai, un invito a non commettere marachelle.

E  ricorderò,   passata a miglior vita solo da otto anni, il suo nome era Carmela, una donna  siciliana: era la mamma del Vescovo Bertolone . Dopo che  il figlio le aveva dato la particola consacrata per la comunione e  le faceva una carezza sulla guancia, il suo volto si illuminava della luce di Cristo Risorto. 

Di  tutti resterà nella retina dei miei occhi la loro immagine, dentro di me i palpiti dei loro cuori: il tesoro nascosto  cui , giorno dopo giorno, attingo per superare le piccole avversità del quotidiano. Aver visto sparire Giacinto Di Vardo , mio amico di infanzia, Giacinto Loisi , collega di lavoro,e ancora un uomo semplice, buono,silenzioso, in una parola un giusto il cui nome, Pasquale Varcasia ,mi rattrista e tanto tanto mi addolora. Anche a loro il mio affettuoso ricordo e una semplice piccola preghiera:< < dormite in umbra noctis >>.
Ricorderemo , allora , il due novembre, tutti quelli che ci hanno insegnato a credere , ad amare, a soffrire. Ma  soprattutto chi ci ha insegnato a  saper  dare perché la vita è un dono. Se oggi tutti quelli che incontro so riconoscerli come fratelli lo devo ai miei maestri che mi hanno educato.
Edgar Lee Masters  in Spoon  River Antology  fa parlare i morti che dormono  sulla collina.
C’ è lo storpio, lo sciancato, la prostituta, il lenone.
I defunti sepolti in uno di quei cimiteri  posti su una collina  recitano da sé il proprio epitaffio e tutti, nessuno escluso, dice la verità. I suoi versi sembrano epigrammi greci ma la raccolta  di questi epitaffi permette al poeta di dare  un tono di straordinaria  verità psicologica  ai suoi personaggi poetici. Tutto il campionario dell’umanità dolorante dorme in ogni cimitero del mondo. A loro il nostro ricordo e una nostra  preghiera.
Anche il mondo greco , a cui siamo debitori di  tanti valori , ci addita  in Antigone la pietà per i defunti e, la << greca sorella >>  sfida le   leggi dello stato per dare degna  sepoltura al fratello Polinice . A  Creonte dirà :<< nacqui a legami d’amore, non d’odio .>>
Non so se i miei venticinque lettori di manzoniana memoria gradiranno un piccolo pezzo che voglio proporre. E’ un piccolo diamante che brilla di luce propria  è del Cardinale Dionigi Tettamanzi.
A me è tanto caro e trovo nelle parole del cardinale conforto e speranza.

Francesco DONI

tettamanzi.jpgNoi e i nostri defunti   La tradizione e la memoria

 La polvere, la cenere e l' eternità

Il giorno dei morti è il giorno della memoria. Affiora dal cuore il volto dei nostri cari che non ci sono più. Avvertiamo l' impronta di un distacco, il dolore di un' assenza, il rimpianto di un dialogo interrotto. La memoria vorrebbe colmare questa distanza dolorosa, nella quale percepiamo la misteriosa anomalia della morte e della separazione rispetto alla continuità indistruttibile dell' amore. Noi oggi rievochiamo i nostri morti, li facciamo presenti nel nostro pensiero, li sentiamo, li vediamo. Li vediamo nell' attimo in cui ci hanno lasciati, un attimo che ha fissato per sempre la loro fisionomia, il loro essere, senza che il tempo li abbia più trasformati, mentre ha trasformato noi. Essi, infatti, abitano fuori del tempo, come liberati dallo snodarsi dei giorni che connota la dimensione precaria dell' uomo che vive sulla terra. La memoria dei morti è come un ritrovamento, un incontro. Un incontro non solo rivolto al passato, colmando lo scarto del tempo ancora trascorso per noi dopo la loro scomparsa; ma rivolto anche al futuro, collocato nel territorio senza tempo dove essi dimorano e verso cui noi pure siamo incamminati. Nel primo senso la memoria è rimpianto. Nel secondo senso, è speranza. Sono, queste, emozioni interiori dell' uomo che durano da milioni di anni, connaturate e insopprimibili, sì da essere sintomi di verità profonde. Noi andiamo a trovare i nostri morti in quei grandi giardini fioriti che chiamiamo cimiteri, vi sostiamo in un dialogo muto o in un colloquio orante, come se là fosse il luogo del ritrovamento di una presenza che ci manca. E anche questa è una evocazione mediata. Mediata dal fatto che là è stato sepolto un corpo, mentre i morti sono liberi dalla dimensione dello spazio. Là c' è solo una spoglia, che torna alla terra, polvere alla polvere, cenere alla cenere. Non è, però, una «cosa» come ogni altra. È un corpo che è stato tempio di un pensiero cosciente, di una capacità di amore, di uno spirito; che è stato tutt' uno con la realtà di una «persona» vivente, dentro la frontiera definitiva dell' essere. A quel corpo ogni civiltà umana ha sempre dedicato rispetto e dignità, e la liturgia cristiana della Messa funebre gli offre l' onore dell' incenso, il profumo dei re. Là c' è la spoglia. Ma i nostri morti non sono la spoglia. La spoglia potrebbe essere bruciata, invece che inumata. Diventare cenere invece che polvere. E la cenere essere dispersa nel fiume o nel mare o nei giardini di roccia e di alberi che si vanno allestendo nelle nostre città, oppure messa in una piccola urna da conservare. Il luogo dei morti non è la tomba, o l' urna, o l' infinito tempio della natura. Il luogo dei morti è l' aldilà! È esattamente questo pensiero che ce li fa incontrare. Andare a trovarli significa inoltrare il pensiero nell' aldilà, proiettarci sulle verità ultime, prender luce da questa finestra per intendere il senso della vita. Come è frequente, per esempio, il sentimento che ci prende nel rievocare il tempo di vita passato insieme, i momenti di incomprensione e di conflitto, i giorni sciupati nella disattenzione e nel disamore, le gioie distrutte da meschini egoismi. E come appare prezioso il tempo della vita. Come diventa lucida la percezione della definitività di ogni istante. I morti ci guardano con altri occhi, con gli occhi della pace. E i loro occhi, mentre ci rammentano che sono le nostre opere a seguirci dopo la morte, ci annunciano che la relazione non è interrotta, che la comunione perdura, che ci attendono con un altro cuore, che pregano perché il nostro cuore si faccia nuovo. Il dialogo con i nostri morti ci incammina così sui sentieri della fede, che illumina le verità verso le quali ci indirizzano le riflessioni della ragione e le intuizioni del cuore. La morte ha qualcosa di improprio. A fronte della dimensione dell' uomo e del suo spirito, assomiglia a un castigo. Ma nella fede cristiana è un castigo redento attraverso la morte di Gesù e la sua risurrezione. E così la vita che si accende oltre la morte è la pienezza della gioia e della pace. È il ritorno a casa, nella braccia del Padre. È questo, infine, l' orizzonte della vita, che chiede coerenza di vita e conversione alla Vita nel tempo che ci è dato. Scriveva Paolo VI, che fu vescovo di questa città: «Il giorno dei Santi e il giorno della commemorazione di tutti i fedeli defunti racchiudono in sé, in modo particolare, la fede nella vita eterna. E benché questi due giorni mettano innanzi agli occhi della nostra anima l'ineluttabilità della morte, essi nello stesso tempo danno testimonianza della vita. L' uomo che, secondo le leggi della natura è "condannato a morte", l' uomo che vive nella prospettiva dell'annientamento del suo corpo, quest' uomo esiste, in pari tempo, nella prospettiva della vita futura ed è chiamato alla gloria».

Dionigi Tettamanzi *Arcivescovo di Milano

Due giorni NELLA STORIA

In origine con la festa di Ognissanti (festum omnium sanctorum) si volevano onorare tutti i martiri, e ogni Chiesa sceglieva per l' occasione una data specifica. Dall' epoca carolingia in poi è diventata la festa di Ognissanti, celebrata il 1° novembre di ogni anno. LA COMMEMORAZIONE Scriveva Paolo VI: «Il giorno dei Santi e il giorno della commemorazione di tutti i fedeli defunti racchiudono in sé la fede nella vita eterna».

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