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Scenari del Corona Virus - Uscita di Sicurezza

silone don orione.jpg(foto: Don Orione e Ignazio Silone) Scenari/26. Uscita di sicurezza.Testimoniando al processo di beatificazione di don Luigi Orione a Tortona, il 10 novembre 1964, Ignazio Silone (1900-1978) raccontò“Il Natale in via Rusticucci”, un penoso, ma anche commovente, episodio occorsogli in gioventù. Ecco le sue testuali parole: «Avevo circa vent’anni e facevo il giornalista in un periodico molto avversato e quindi vivevo miseramente alla insaputa di tutti. Il giorno di Natale andai in una trattoria, cercando di stare in una cifra modestissima, ma alla fine il conto superò la cifra in mio possesso. L’oste volle il mio consunto impermeabile come pegno per il resto della somma. Pioveva. Uscito, ricordai che pochi giorni prima avevo visto Don Orione passare in carrozzella. Decisi di recarmi a cercarlo a Sant’Anna, sperando di trovarlo. Il portiere, pur assicurandomi della di lui presenza, non voleva farmi entrare. Insistetti e mentre confabulavo con il portiere, Don Orione scese e dopo avermi salutato ficcò una mano in tasca e poi mise in mano a me una somma di poco superiore a quanto dovevo pagare. Cosa singolare il gesto di Don Orione, al quale fino a quel giorno mai avevo chiesto denaro».

La dignità nella sofferenza e nell’umiliazione (dover dare l’impermeabile in pegno all’oste, peraltro in un giorno di pioggia!), peculiare in Silone, ed in genere negli abruzzesi come lui, non avrebbe consentito che si esternassero le proprie tribolazioni; forse, però, l’orgoglio profondo e atavico permetteva di servirsi delle proprie disgrazie per procurarsi un po’ di benevolenza del prossimo, o per giustificare comportamenti ai limiti dell’ordinarietà, oppure vantare dei crediti morali nei confronti del prossimo. Don Orione, in qualche modo emblema della parte politica allora contrapposta a Silone, senza chiedere spiegazioni a quel giovane che ben conosceva, aveva subito capito: si trattava non tanto di marcare le distanze, o d’imbastire spiegazioni sulle ideologie, le idealità o le fedi politiche, bensì di offrire un’uscita di sicurezza, per risolvere presto e bene una situazione di disagio. Un’uscita di sicurezza a quel giovane nel bisogno non poteva consistere in un predicozzo più o meno politico, perché in effetti bastava una piccola somma a trarlo dal penoso impaccio.

L’episodio è un po’ l’emblema di quanto è successo a noi in questa specie di guerra contro un nemico invisibile che è stata - ed è - la pandemia. In verità, più che un’uscita (fuori c’era pericolo, anzi un rischio elevato d’infettarsi con conseguenze anche letali), ci è stata proposta un’entrata di sicurezza, la casa, luogo di riparo dal contagio, che era per definizione fuori da noi. Così, da luogo tradizionale della certezza e dei rapporti privati, essa è divenuta la porta che ci ha catapultato in una convivenza sfrenata il cui termine non era ben chiaro. In simili situazioni non sono mancati problemi latenti, manifestazioni di aggressività e odio, incomprensioni. Per molti, infatti, l’obbligo di dimora coatta ha significato il momento dell’entrata drammatica nella miseria del quotidiano familiare e anche la verifica in piccolo di quello che può accadere nella città, ovvero nel luogo emblematico della società e della politica.

Anche la città, ferita dagli esiti sociali, operativi ed economici della pandemia, oggi cerca un’uscita di sicurezza, che non può consistere nella strategia del ricorso alle urne (in autunno). La città è, in qualche modo, il luogo, ideale e reale, dove dovrebbero essere attutite le differenze sociali, dove non bisognerebbe mai far accadere situazioni come quella di Silone quel giorno di Natale. A fine Seicento, un sincero democratico qual era il filosofo Baruch Spinoza (di tradizione ebraica, ma poi espulso dalla sinagoga), cercava una qualche soluzione a una situazione che anche allora era quella di una “guerra di tutti contro tutti”. Non una guerra silenziosa come quella del virus contro di noi e di noi contro i contagi, ma una guerra vera, con feriti e morti. Thomas Hobbes aveva teorizzato una via d’uscita nel suo famoso detto homo homini lupus, che scommetteva sulla naturale aggressività di ogni individuo, insegnando che, per evitare il cannibalismo reciproco, ognuno dovesse cedere una parte della propria libertà a un potere assoluto (umano o divino che fosse), plasticamente raffigurato in un Leviathan. È il primato della legge, peraltro condivisa, rispetto alla libertà individuale. Nel 1674, Spinoza, scriveva ad un amico, riguardo alla città e alla politica: “Io continuo a mantenere integro il diritto naturale”; ovvero l’individuo aderisce ad un patto sociale (cioè alla legge), non perché ceda a qualcuno la sua libertà pur di garantire la sicurezza personale e collettiva; ma sottoscrive un patto e lo fa in nome della naturale libertà di ogni soggetto umano, nel senso che soltanto la libertà può garantire la capacità critica dei singoli individui; e ciò anche quando esistano tentazioni di leggi eccezionali, come quelle che vengono invocate oggi da molti in epoca di pandemia. Secondo l’ebreo “marrano” Spinoza, l’uscita di sicurezza, insomma, non è garantita conculcando la libertà del soggetto, impedendogli di fare quanto può essere illuminato dalla ragione libera. La naturale ragione non cede il posto ad alcuna situazione di necessità e non delega ad alcuno le libere scelte. La medesima ragione spinse don Orione a fare una certa cosa per quel ventenne Silone squattrinato, aderendo al comandamento cristiano del rispetto della dignità di ogni persona, specialmente se in stato di bisogno. Solo che don Orione non lo fece per semplice amore verso il proprio, libero, simile. Non era quella la sua via d’uscita, nel senso che egli si comportò così secondo il comando di Cristo.

 

Scenari/27 Carità o legge? Chiunque esca e trovi una qualche uscita di sicurezza, come capita ora a noi nelle fasi 2 e 3 della pandemia, dovrebbe - senza neppure parlare – trovare non teorie politiche o soluzioni tecniche, ma semplicemente il volto disponibile di qualcuno. Una qualche uscita di sicurezza non sta tanto nelle regole avanzate, ma nella libera ragione di ognuno o, meglio ancora, nel volto grazie al quale ci rendiamo conto di appartenere alla medesima specie: siamo stirpe di dei, disse Paolo ai filosofi dell’Areopago. E aggiunse alcune conseguenze di tale certezza: «Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra. Per essi ha stabilito l’ordine dei tempi e i confini del loro spazio 27perché cerchino Dio, se mai, tastando qua e là come ciechi, arrivino a trovarlo, benché non sia lontano da ciascuno di noi.28In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come hanno detto anche alcuni dei vostri poeti: «Perché di lui anche noi siamo stirpe».29Poiché dunque siamo stirpe di Dio, non dobbiamo pensare che la divinità sia simile all’oro, all’argento e alla pietra, che porti l’impronta dell’arte e dell’ingegno umano» (At 17,26-29).

Silone, pur non sentendosi ancora garantito dal non ripiombare in una nuova trappola, e dopo aver dato in pegno l’impermeabile al padrone dell’osteria, non cerca garanzie, ma tende la mano a don Orione. Ora, tutto questo non richiede forse di non pensare più la società come una lotta di tutti per superare quelli che stanno davanti, magari deridendo o abbandonando al loro destino quelli che arrancano o non ce la fanno? La condizione dell’esistenza umana non può essere assimilata a una competizione infinita, in cui a chi non ce la fa viene ineluttabilmente impedito l’ingresso in una sala di rianimazione se i posti sono limitati, oppure deve abbandonare la propria impresa se non ha finanziamenti, o ad essere inghiottito dal mare, gridando disperatamente, ma invano aiuto mentre annega durante la rotta dell’emigrazione. Ma ciò esige di non limitarsi all’alternativa soccombere/ribellarsi. Le logiche dell’aut aut esistono soltanto dove tutto è tecnologicamente programmato e le vie di uscita sono sempre e soltanto due: tertium non datur. Citando ancora Silone, per molti: «La condizione dell’esistenza umana vi è sempre stata particolarmente penosa; il dolore vi è sempre stato considerato come la prima delle fatalità naturali; e la Croce, in tal senso, accolta e onorata. Agli spiriti vivi le forme più accessibili di ribellione al destino sono sempre state, nella nostra terra, il francescanesimo e l’anarchia. Presso i più sofferenti, sotto la cenere dello scetticismo, non s’è mai spenta l’antica speranza del Regno, l’antica attesa della carità che sostituisca la legge, l’antico sogno di Gioacchino da Fiore, degli Spirituali, dei Celestini. E questo è un fatto d’importanza enorme, fondamentale, sul quale nessuno ancora ha riflettuto abbastanza. In un paese deluso esaurito stanco come il nostro, questa mi è sempre apparsa una ricchezza autentica, una miracolosa riserva. I politici l’ignorano, i chierici la temono, e forse solo i santi potranno mettervi mano. Invece assai più ardua, se non inaccessibile, è sempre stata tra noi la percezione delle vie e dei mezzi per una rivoluzione politica, hic et nunc, creatrice di società libere e sane. A questa scoperta credetti di arrivare, dopo il mio trasferimento in città, al primo contatto col movimento operaio. Fu una specie di fuga, di uscita di sicurezza da una solitudine insopportabile, un “terra! terra!”, la scoperta di un nuovo continente. Ma la conciliazione d’uno stato d’animo di ammutinamento contro una vecchia realtà sociale inaccettabile, con le esigenze scientifiche di una dottrina politica minutamente codificata, non fu agevole»[1].

Pene, dolore, colpi del destino: sono espressioni riecheggiate anche durante la fase più acuta della pandemia. Ad esse, Francesco d’Assisi e lo stesso Gioacchino da Fiore suggerirebbero, di sostituire speranza, fiducia nella Provvidenza, cristiana trasformazione.

bertolone 1+ P. Vincenzo Bertolone S.d.P.

Arcivescovo di Catanzaro Squillace                                    

 

 

 


[1] Il brano è in “Uscita di sicurezza”, una sorta di antologia autobiografica delle tutt’altro che semplici e monotone vicende di Ignazio Silone, impegnato in politica, prima come socialista, poi come comunista, fu inizialmente perseguitato dal regime che governò l’Italia dal 1924 al 1944. Però non ebbe migliore sorte con lo stalinismo e perciò ruppe anche con il PCI e così dovette trovarsi un’altra uscita di sicurezza.

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