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La goliardia di una volta a Napoli

 

foto 1.JPGMAK P100 E PAPIELLO quanta malinconia 

Ricordo con struggente nostalgia due simpatiche usanze, praticate anche altrove, ma che solo a Napoli erano particolarmente sentite dagli studenti.

La prima, il MAK P100, era una festa che gli studenti degli ultimi anni delle superiori organizzavano quando mancavano i fatidici ultimi 100 giorni prima degli esami di maturità.

Esami che all’epoca della mia ormai lontana giovinezza erano una cosa seria e non una pagliacciata come sono diventati oggi, in era post sessantottina, con 2 materie soltanto su cui cimentarsi davanti a commissari svogliati e demotivati e con una laconica conclusione che vede una percentuale di promossi che sfiora il 100% dei candidati.

Quando mi preparavo per la maturità sapevo che si trattava di una delle prove importanti della vita. Si passavano notti insonni a studiare. Si portavano tutte le materie e riferimenti ai programmi degli anni precedenti.

Era uno stress utile alla crescita non solo culturale per il candidato ed ancor oggi, a decenni di distanza, molti di noi “vegliardi” sogniamo di doverci sedere davanti alla commissione d’esame e ci svegliamo terrorizzati. I voti si esprimevano in decimi e ricordo che quando nel 1966 mi presentai alla maturità ed eravamo 300.000 in Italia, non vi fu un solo studente che ottenne tutti 10. Un mio amico che ottenne il miglior risultato nella penisola, prese 4 dieci, alcuni nove ed addirittura un sei in filosofia.

Sono tutti divenuti dei geni? No, semplicemente domina il lassismo e la cultura è divenuta un trascurabile optional.

Quasi sempre oggi la prima domanda che si pone al candidato è una a piacere e capita spesso che lo stesso, dopo una lunga elucubrazione, si rivolga alla commissione con un’ingenuità ai limiti della faccia tosta, chiedendo: “per favore potete farmi un’altra domanda?”

makP100.jpgMa ritorniamo al MAK P100.

A Napoli il più ambito era quello organizzato dalla Nunziatella, la celebre scuola militare con sede a Pizzofalcone, che riusciva a disporre dei vasti saloni di Palazzo Reale, ove si svolgeva un trattenimento danzante da mille e una notte, con il corredo di un buffet pantagruelico.

Il biglietto costava un occhio della fronte e per poter invitare una ragazza a parteciparvi, bisognava essere un figlio di papà, oppure come nel mio caso, che purtroppo mio padre lo avevo perso da anni, un figlio di “sfaccimma”.

Infatti ebbi modo di vedere il biglietto d’ingresso, semplice e senza alcun numero di serie. Fu un gioco da ragazzi recarsi in una tipografia compiacente, stamparne una decina, con i quali invitai 2 sorelle over the top come bontà (nel senso di bone naturalmente) ed il resto lo vendetti sottocosto ad amici fidati, ansiosi anche loro di fare un figurone a prezzo di favore.

Negli anni successivi ne spacciai a decine, fino a quando gli organizzatori capirono qualcosa e cominciarono a segnare sui biglietti i nomi degli acquirenti.


E passiamo al papiello, che consisteva in una forma di dazio, che la matricola universitaria doveva pagare ai fuori corso, una sorta di nonnismo e trovandoci a Napoli un pizzo all’acqua di rosa.

In genere la cerimonia si svolgeva in un bar nei pressi dell’ateneo, dove il novizio doveva offrire delle consumazioni ai neo colleghi anziani, i quali gli consegnavano una specie di promemoria con una serie di consigli da rispettare: il cosiddetto papiello.

Altre volte era l’occasione per organizzare una festa a casa della matricola, i famosi balletti. In questi casi per dare maggiore solennità alla cerimonia, gli “anziani” sfoggiavano il classico cappello a punta, che variava di colore a seconda delle facoltà. Per medicina ad esempio era rosso, a rammentare il colore del sangue.

Nelle feste caserecce, oltre ad opportune libagioni, si intonavano canti goliardici e per il papiello si adoperava carta pergamenata.

Nel mio caso organizzai una bella festa e per la stesura del papiello me ne occupai personalmente con la fervida fantasia che mi ha sempre contraddistinto e con la penna che ho sempre saputo manovrare, lasciando ai fuori corso il compito unicamente di firmarlo, indicando la facoltà ed il numero di iscrizione.

Ancora lo conservo gelosamente in camera da pranzo, opportunamente incorniciato ed affisso ad una parete in compagnia di quadri del Settecento napoletano.

Ora ve lo descriverò, sperando di divertirvi, partendo dalle dimensioni: un metro di altezza per 40 centimetri di larghezza. Decorato da numerosi disegni a colori, eseguiti da un amico dall’innato talento artistico, che rappresentano varie ed acrobatiche posizioni del Kamasutra. Vi è una lunga introduzione in latino maccheronico, a cui fa seguito un decalogo. Si parte dalla data della festa: “In ano non ho un centesimo sexagesimo sesto (1966), senza dimenticare cosa significhi il 6 nella smorfia napoletana. Per chi non lo sapesse è il complementare del 29, noto anche come “o pate de’ criature”. Proseguiva poi: “Lollo Sophiaque semper magnis puppis mostrantibus”. Si passava alla politica: “La Pira 007 simulante, D.C. imperante, Nenni assimilatus, nefastum eventum contra rerum naturae, quae semper in medio latere aperire docet”.

Quindi: “Nos, antiani, magni penati, longo pene ferenti, mostruosae palle muniti, eccellentissimi accepimus te, Achilleus della Ragione schiatta nato in sacro bordello universitate et imponibus te respectare decalogum”. 

Cito qualcuno dei comandamenti che ricordo:

Respectare lex standa: all’università si va senza mutanda.
Respectare lex cardinalizia: il pene sulla lingua è una delizia.
Respectare lex Hindù: se con Olla non va bene prova Hatù.
Respectare lex Barzizza: è meglio ‘na chiavata, che ‘na maniata ‘e zizza.
respectare lex Basiloni: numquam sburrare nei calzoni.

Vi era anche un pensierino della sera “se non ho la vasellina posso usare la colla?” 

Seguivano le firme degli anziani.

Tradizioni purtroppo perse di un tempo felice quando non vi era la droga e ci si divertiva.

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