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Mons. Barbieri nel 50° della morte, il ricordo di Francesco Doni

Barbie.JPG31 Gennaio del 1968 si spegneva a Cassano Mons. Raffaele Barbieri, il vescovo che per più di 30 anni è rimasto sulla cattedra della nostra diocesi e, se il Signore non lo avesse chiamato a sé, ci sarebbe rimasto ancora. L’attuale pastore ha ritenuto opportuno, com’era giusto, commemorarne la memoria a 50 anni dalla sua scomparsa, organizzando per la sera del 31 gennaio u.s. una cerimonia subito dopo la Celebrazione Eucaristica.

La Cattedrale era colma dei tanti che hanno conosciuto personalmente mons Barbieri, ma anche da tanti giovani che di lui hanno letto e sentito parlare. Nella moltitudine c’ero anch’io, che da “aspirante” di Azione Cattolica avevo spesso partecipato agli incontri che egli sovente organizzava con i giovani, le sue parole erano ascoltate sempre con profondo silenzio e attenzione anche perché dopo, con i nostri assistenti spirituali, erano oggetto di riflessioni e meditazioni. Quante volte don Davide Gatto prima e don Francesco Spingola più tardi, quando eravamo ormai giovanetti, prendevano spunto dalle argomentazioni mai banali del nostro vescovo per farci meglio comprendere i divini dettami del Vangelo. Sono andato in cattedrale e dopo la SS.Messa ho atteso con ansia, insieme ad altri miei coetanei, gli interventi dei relatori che erano stati designati. Non ho capito bene se per difetto di organizzazione, fatto sta che dopo le lunghe prolusioni dei sacerdoti, non è stato possibile ascoltare la voce dei due laici che erano in programma e che hanno avuto modo di conoscere da vicino il vescovo Barbieri e di collaborare con lui in attività sociali importantissime in un periodo storico particolare, segnato da problemi che oggi sembrano lontanissimi, ma che toccavano da vicino un gran numero di famiglie. Don Silvio Renne, ordinato proprio da mons. Barbieri, ne ha tracciato la figura di uomo di enorme cultura, ma soprattutto di Chiesa, ligio ai dettami del Vangelo che seguiva con grande rigore sempre nel segno della cristiana Carità.

Come dimenticare, poi, l’impegno di mons. Barbieri per Sibari? Negli anni difficili che seguirono la guerra ci fu l’occupazione delle terre, la distribuzione delle stesse alle famiglie più disagiate, la realizzazione di nuove strutture ecclesiali, come la chiesa di S.Eusebio e quella di San Raffaele a Lattughelle, la contrada rurale che più di tutte fu occupata da famiglie provenienti dal centro storico di Cassano e che il vescovo non abbandonò mai, compiendo delle visite frequenti. La chiesa di S.Eusebio fu dedicata a quel Santo, che fu vescovo di Cassano e poi Papa, proprio per volere del vescovo, mentre quella di Lattughelle fu dedicata a San Raffaele per rendere omaggio a mons. Barbieri che ne portava il nome.

stombi 1962.jpgE la stele degli Stombi? (Nella foto del 1962 la sua inaugurazione) Nessuno quasi se ne ricorda più. Fu voluta da lui perché doveva significare la rinascita di una terra, quella di Sibari, dimenticata da secoli. In Cima alla Stele Mons. Barbieri aveva voluto che venisse impressa la famosa frase del Lenormat:  Non credo che esista al mondo nulla di più bello dei luoghi dove fu Sibari. C’è tutto il verde delle campagne di Napoli, La grandiosità dei più maestosi paesaggi alpestri, il sole ed il mare della Grecia”.  Ora è sparita dopo la costruzione di quell’immenso obbrobrio rappresentato dal cervellotico “crocicchio” che ne ha cancellato le tracce.

Hanno preso poi la parola, come dicevo pocanzi, forse un po’ troppo a lungo, altri ecclesiastici e quindi alla fine non è stato possibile ascoltare le relazioni di Francesco Doni e di Francesco D’Elia, cosa che ha amareggiato tutti coloro che insieme a me attendevano le parole di due che erano cresciuti sotto la guida e la parola del compianto presule. Quella sera avevo ancora addosso i postumi di un forte stato influenzale da cui mi sono ora ripreso un po’, ed oggi ho potuto chiamare il caro amico Ciccio Doni per chiedergli di poter leggere quel che pensavo aveva preparato per l’occasione. Conoscendo la sua diligenza e la sua profonda stima per mons. Barbieri ero sicuro che il suo ricordo sarebbe stato vivo, palpitante e soprattutto sincero e scevro di manierismi e retoriche inutili.

Ho dovuto penare un po’ per convincerlo a mandarmi il suo elaborato e alla fine ci sono riuscito, ma quel che conta è che mi ha permesso di pubblicarlo per poterlo estendere a tutti coloro che hanno vissuto quel trentennio duro, ricco di disagi, con lo spauracchio della guerra sempre incombente e poi il periodo della rinascita spirituale e culturale degli anni ’50 e ’60.

Grazie Ciccio.

Tonino Cavallaro

Di seguito il ricordo di Francesco DONI, BUONA LETTURA

barbieri3.jpg (foto: Inaugurazione della stele Mariana a Cassano)

“Le braccia di pietà che al mondo apristi

                                                        Sacro Signore dall’albero fatale

                                                       Piegale a noi che peccatori e tristi

                                                      Teco aspiriamo al secolo immortale.”

La festa dell’ Immacolata Concezione, l’8 dicembre del 1950, l’ Anno Santo e Papa Pacelli, PIO XII, rivolgeva alla Vergine santa quella stupenda preghiera.

Avevo quattordici anni, frequentavo la quarta ginnasiale.

Quella sera dopo la recita del Santo Rosario, nella cappella del Convitto

Vescovile  Sacro Cuore di Castrovillari, il cui Rettore era il compianto e stimato mons. Pennini, iniziò a parlare il Vescovo Raffaele Barbieri, un fiume di eloquenza e sapere.

Da quella data, i versi che ho citato, mi appartengono, sono un piccolo grande tesoro ereditato.

E quando, quasi ogni mattino, entro nella nostra basilica minore, volgendo lo sguardo al nostro Crocifisso, che tenero e dolente ci aspetta, a fior di labbra li mormoro. E, poi, a recitare sulla lastra funeraria del Vescovo delle mie prime trenta primavere la preghiera a cui era tanto legato: il Pater noster.

La sera  del  31  gennaio del 1968, , 50 anni addietro ,, fra le 20 e le 21, mentre passeggiavo con il professore Gennaro Arcidiacono, Presidente dell’Azione Cattolica  diocesana nonché preside della scuola media di Cassano, l’ing. Cirianni , il professore Gaetano Santagada, sindaco di Morano Calabro. Francesco Lione, farmacista, tutti deceduti ed, Agostino Samengo, funzionario della Direzione Provinciale del Tesoro in Cosenza vedemmo, Mons. Fera, parroco della Cattedrale ritto sul portone dell’episcopio  che si sbracciava facendo cenni per farci avvicinare.

E così  venimmo a conoscere che Monsignore era morto. Salimmo  e vederlo disteso sul  letto fu cosa che mi toccò profondamente. Una commozione sentita e sincera per tutto quello che aveva fatto e rappresentato per noi giovani. In quei momenti davvero commoventi salivano alle mie labbra:

 << Ei fu siccome immobile>>;

 << All’ombra dei cipressi e dentro l’urna >>

Quanti ricordi, quante speranze: tutte avverate nella luce del Dio che atterra e suscita, che affanna e che consola.

In quel preciso istante, il mistero della morte e la grandezza del dolore mi  fecero capire tante cose. Lo stupore fu grande.

Vedere la sua maglia rattoppata , i panni dimessi e di qualità assai modesta.

La sorella, Elisabetta, ai piedi del letto, piangeva sommessamente. Diventai piccolo piccolo,  e amai ancora di più il mio Pastore.

Vorrei ripulirle le mie parole, disincrostarle da ogni umana opacità   , renderle traslucide come la stella che brilla ogni sera ad Oriente per parlare di Lui: il Vescovo delle mie prime trenta primavere.

Di Vescovi ne ho visti  ben nove.

Tutti buoni vescovi, ma Lui il figlio prediletto  della vicina San Marco Argentano resta il mio VESCOVO. Parlava a braccio e la sua aggettivazione era unica.

Nato il 3 ottobre 1898, ordinato sacerdote il 21 maggio 1921,   a solo 39 anni, il 1° agosto 1937 divenne vescovo.

E da quella data resto‘ nella nostra cittadina.

 Mi venne raccontato, da un signore  di Malvito, paese che appartiene alla diocesi di San Marco Argentano, Remo Gramigna, funzionario della Cassa  di Risparmio a Cosenza, che Barbieri, ancora giovane sacerdote , assieme ad un altro sacerdote, Pietro Casella, suo coetaneo, alla presenza di Nicola Zingarelli, nella chiesa del Gesù a Napoli, un giovedì Santo, fece  una predica di Passione, che riscosse l’applauso dell’estensore del vocabolario della lingua italiana.

Certamente un grande Vescovo, ma anche un uomo come tanti nostri fratelli: intriso dei  difetti e dei  pregi di una umanità dolorante che in tempi, tutt’altro felici, (l’alterigia dei federali fascisti, la povertà della guerra, l’ossequio al barone terriero ed altro ancora) si è trovato ad operare e guidare - da pastore della Chiesa - il suo gregge.

Visto da vicino,  mi piace poter riportare  le parole di Sua  Eminenza, Corrado Ursi, cardinale a Napoli, che nel 1970 ad un suo compagno di studi nel seminario di Molfetta, Monsignor Francesco Pennini, in mia presenza  disse, riferendosi al Vescovo deceduto:

<< riscuoteva  grande stima in Vaticano  e  dai suoi confratelli della terra di Calabria era benvoluto,  perché   dinamico e  fedele interprete – ed  esecutore - di una ortodossia  prettamente cristiana>>.

Che fosse stimato fanno fede le ripetute  visite degli uomini politici: Colombo – lucano – ; CASSIANI; Antoniozzi; Misasi;  Sua Eccellenza Federico  Sensi  ambasciatore a Mosca; Costantino Mortati nato nella vicina Corigliano ,..

I primi venivano per consigli, gli altri per stima personale.

La gente più  umile, i contadini, i braccianti, gli artigiani al Suo passaggio gli andavano incontro per baciargli l’anello e molti da  lontano in segno di rispetto si scoprivano il capo.

Il periodo storico, nel corso del quale la sua esistenza terrena si consumò,comprende   ed è carettterizzata da eventi epocali : prima guerra mondiale , crisi dello stato liberale ed avvento dell regime fascista la tragedia della seconda guerra mondiale e gli anni della rinascita democratica   italiana con l’impegno dei cattolici teso a contrastare il pericolo del totaliratismo   maxista , gli anni del rinnovamento della chiesa cattolica attraverso il concilio ecumenico secondo.

E’ stato il vescovo delle mie trenta primavere. Un arco di tempo non esiguo,  specie se considerato tra gli anni della prima fanciullezza e quelli della maturità. Una generazione  intera di padri che dà  il passo ai figli. .

 Non vorrei che  questa definizione – vescovo delle mie trenta primavere --   fosse  scambiata per mera adulazione: è solo stima e gratitudine per essere rimasto  nella stessa sede per un trentennio con l‘immutato entusiasmo del giorno della sua venuta sulla mula bianca . 

Nella cronotassi dei vescovi  della nostra Diocesi nessun altro  Presule vi è rimasto per così lungo tempo.

E poi, cosa  abbastanza  singolare,  le sue spoglie mortali  giacciono in Cattedrale  in attesa della “paolina“ beata speranza. Chi verrà dopo di noi potrà così  valutare  questo suo attaccamento alla sua sposa - la Diocesi -  ed ai figli della sua Cassano.

Quest’atto d’amore – voler  restare  da  defunto nella Cattedrale che lo aveva visto tante volte  celebrare  i riti della settimana Santa , presente un considerevole numero di sacerdoti, molti  dottori in teologia, orgoglio e vanto della DIOCESI - è unico, esemplare.

Veniva spesso a Castrovillari ove faceva tappa per proseguire nei giorni successivi  per i diversi paesi della vasta Diocesi: Rotonda , Mormanno , Laino, Castelluccio, Santa Maria del Cedro, Scalea fino a Maratea.

Le strade allora non erano asfaltate bensì sterrate, polverose ed insicure. Il suo autista fedele, Francesco Palmieri, silenzioso e preciso, con la sua vecchia automobile affrontava tutti questi viaggi, perché il Vescovo diceva che anche quei figli lontani dovevano avere il conforto del loro  Pastore .

Era autoritario. La veste talare  e il carattere di cui era dotato contribuivano  a  renderlo severo, deciso.

Quando restava anche la notte in Convitto, dopo cena, si ritirava nella sua stanza , e su invito di suor Colomba, una suorina piccola, piccola, ero io che dovevo portargli la  bevanda preferita – la tazza di camomilla.

  Posavo la tazza ancora calda sulla scrivania, mentre Lui restava inginocchiato a fianco dell’inginocchiatoio  sul cui ripiano superiore era posato il “breviario” .

Non posava le ginocchia  sul cuscino ma  sul nudo pavimento. Cosa che non riuscivo, allora, a capire , a spiegarmi.

Andando via vedevo  le sue spalle, le calze rosse e le scarpe nere con le   lucide  fibbie. Non so se restano ancora in uso queste scarpe per gli uomini di Chiesa. Era molto frugale, consumava i pasti, quasi tutti a base di verdure assieme a noi convittori. 

Nato povero, dava più di quanto riceveva.

Oratore forbito, trascinatore di folle e dispensatore  di bene spirituale e materiale.

Conoscitore profondo dei Padri, dai quali attinse sapere e santità e la cattedra seminando l’eterna parola di Dio, di vita e pensiero, .

Negli ultimi anni  per problemi agli occhi dovette  ricorrere ad un collaboratore, il ragioniere Silvio Lombardi, persona stimata e molto affabile, che gestiva la corrispondenza. E questo signore, mio compagno di scuola , mi confidava che le offerte in danaro, contenute nella posta in arrivo, quasi sempre  cinquecento lire,  erano devolute, per sua volontà, ai  più bisognosi .  Non è stato il mio un rapporto semplice con monsignor Barbieri, anzi direi abbastanza conflittuale , anche  se  educato e filialmente sincero. Le mie letture, i miei interessi e le aperture politiche destavano in Lui un sospetto, quel sospetto che passò con il nomignolo di “comunistello di sacrestia”.

In verità non ho mai confuso l’umanesimo cristiano con quello marxista ma le  letture  di  Vladimiro Dorigo ,di Nicola  Pistelli, di Spadolini    < il Tevere più largo - le  nuove  idee del  pensiero di Teilhard de Chardin , il grande assente del VATICANO  II>  risultavano  per me  godimento intellettuale .

Per Lui  si trattava di idee strane che potevano fuorviare da una via cristianamente  intesa.

Forse perché l’ho  amato tanto e tanto mi ha dato: nella mia memoria resta indelebile il suo ricordo .

Nel nostro paese il ricordo, la storia stessa , che, secondo Cicerone, dovrebbe essere magistra vitae, sovente sono come l’acqua che scorre sul marmo: se ne perde consapevolezza e memoria .

        La mia generazione ha memoria.

       “Illi  iuge fluat de te tua gratia, Christe“

Dov’è ora la tua voce,Vescovo?

  Dov’è ora la tua voce, Vescovo?
  La tua voce era una fiaccola ,
  una fiaccola con le ali d’aquila .
  Ha lasciato l’impasto di terra
  per un orizzonte di flauti .
  Hanno pianto quel giorno Signore
  gli operai della terra ,
  e Pietro e Paolo, custodi di cedri,
  un nuovo ne hanno visto nascere .
  Vescovo,il silenzio che ci resta non ci spaventa .
  Come da un’altura non perderai questi fratelli.
  Le finestre umane sulla riva
  corrono tutte, particole serene ,
  alla brezza dell’Eterno.
  Tutto ciò che avanza e sanguina
  preme su noi , poveri passanti .
  Chi ci ferì, chi ci umiliò,
  ma soprattutto chi come spina , inserto alla mia luce ,
  calcinato alla memoria,
  a dirmi che amore brucia e chiama a una seconda nascita ,
  con me, complice , uscirà dall’ombra:
  per correre, fratello, all’unico pilota.
  Ma Tu che tutto vedi, compreso il mio dolore ,
  cos’è una mitria, un trono senza la parola?
  Un suono d’organo, Signore ,
  come la fatica di ogni giorno :
  il rischio di sapere, la paura di soffrire .

Francesco Doniciccio doni1.JPG

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