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Il Vangelo per gli "atei" - un ricordo degli anni '70

vangelo per atei.2.png8 Maggio – Tanti anni fa, nei primi anni ’70, nella Missione Cattolica di Ennet-Baden, in Argovia (Svizzera), insieme ad alcuni amici organizzavamo delle serate un po’ particolari dal titolo: “Le Sacre Scritture per i non credenti”.

Il missionario che ci ospitava, un padre scalabriniano veneto dal fare sornione e bonario, ci metteva a disposizione una piccola saletta dove, una volta alla settimana, invitavamo amici ed amiche poco credenti o addirittura atei per discutere del valore umano e sociale del messaggio cristiano, al di là degli aspetti strettamente religiosi. Erano anni particolari, quelli dell’emigrazione italiana in Svizzera: lavoro duro, nostalgia di casa, sacrifici, ma anche tanta voglia di confrontarsi, capire, crescere culturalmente. Quelle serate rappresentavano un piccolo spazio di libertà intellettuale e di amicizia sincera. Un’esperienza bellissima che ancora oggi ricordo con grande piacere.

Oggi, in occasione del mio 82° compleanno, ho pensato di fare qualcosa di simile: commentare “laicamente” il Vangelo di Giovanni del giorno e una delle letture tratte dagli Atti degli Apostoli, cercando di coglierne non tanto il significato religioso, quanto l’attualità umana, sociale e civile. Non so se ci sono riuscito. Giudicate voi e Grazie per l'attenzione. (Tonino Cavallaro)

Di seguito il brano del Vangelo, la lettura e infine il mio commento - Tempo di lettura: circa 4 minuti.

«Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici.
Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l'ho fatto conoscere a voi.
Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».

«Gli apostoli e gli anziani, vostri fratelli, ai fratelli di Antiòchia, di Siria e di Cilicia, che provengono dai pagani, salute! Abbiamo saputo che alcuni di noi, ai quali non avevamo dato nessun incarico, sono venuti a turbarvi con discorsi che hanno sconvolto i vostri animi. Ci è parso bene perciò, tutti d'accordo, di scegliere alcune persone e inviarle a voi insieme ai nostri carissimi Bàrnaba e Paolo, uomini che hanno rischiato la loro vita per il nome del nostro Signore Gesù Cristo. Abbiamo dunque mandato Giuda e Sila, che vi riferiranno anch'essi, a voce, queste stesse cose. È parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi, di non imporvi altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie: astenersi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalle unioni illegittime. Farete cosa buona a stare lontani da queste cose. State bene!».

Anche togliendo ogni riferimento religioso, questi brani contengono riflessioni molto moderne sul vivere civile, sui rapporti umani e perfino sul modo di governare una comunità. Forse è proprio questo che li rende ancora attuali dopo duemila anni.

Nel Vangelo emerge innanzitutto il valore dell’amicizia vera. Non un’amicizia di convenienza, fatta di interessi o di frasi vuote, ma fondata sulla disponibilità reciproca, sul rispetto e persino sul sacrificio personale. “Dare la vita per i propri amici” oggi non significa necessariamente morire per qualcuno, ma esserci davvero: dedicare tempo, ascolto, sostegno, presenza. In una società spesso dominata dall’individualismo, dal narcisismo e dalla competizione continua, questa idea appare quasi rivoluzionaria.

C’è poi un altro passaggio molto interessante: “Non vi chiamo più servi… ma amici”. Tradotto in termini laici, significa superare rapporti basati soltanto sulla gerarchia o sull’obbedienza cieca. Un buon capo, un buon amministratore, un buon insegnante o un buon genitore non tratta gli altri come sudditi, ma li coinvolge, li rende partecipi, spiega, condivide responsabilità. È un modello di leadership fondato sulla fiducia e non sulla paura.

Anche il concetto del “portare frutto” può essere letto in modo universale. Ognuno dovrebbe lasciare qualcosa di utile agli altri: un’opera, un esempio, una testimonianza di correttezza, una comunità migliore di come l’ha trovata. Non conta tanto il successo personale quanto ciò che rimane nel tempo.

Negli Atti degli Apostoli, invece, colpisce soprattutto il metodo. Di fronte a tensioni e divisioni, gli anziani e gli apostoli non impongono con arroganza la loro volontà, ma discutono, cercano un accordo condiviso e soprattutto evitano di gravare le persone con obblighi inutili. È una lezione validissima ancora oggi.

Quante volte nella politica, nelle istituzioni o persino nei piccoli ambienti locali, si creano conflitti per protagonismo, per rigidità ideologica o per il bisogno di controllare gli altri? In quel testo, invece, emerge un principio molto moderno: evitare estremismi, ascoltare le comunità, semplificare, distinguere ciò che è essenziale da ciò che è superfluo.

C’è anche un altro passaggio estremamente attuale: “alcuni sono venuti a turbarvi con discorsi che hanno sconvolto i vostri animi”. Sembra scritto per il nostro tempo, dominato da fake news, polemiche continue, allarmismi social e persone che parlano senza alcun mandato ma riescono comunque a creare caos e divisioni. La risposta non è l’insulto o la vendetta, ma il chiarimento, il dialogo e la responsabilità collettiva.

Infine, colpisce il fatto che vengano lodati uomini che “hanno rischiato la loro vita” per una causa comune. Anche in chiave laica questo significa riconoscere valore a chi si spende davvero per la collettività, spesso senza tornaconto personale: volontari, operatori sociali, medici, insegnanti, persone comuni che ogni giorno tengono in piedi la società senza clamore.

In fondo, il messaggio che si può trarre anche da non credenti è semplice: una comunità funziona quando prevalgono rispetto reciproco, ascolto, responsabilità, amicizia sincera e capacità di evitare imposizioni inutili. Valori che oggi, forse, avremmo bisogno di riscoprire più che mai.

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