La lettura di un articolo di Alex Urso pubblicato su Artribune, dedicato allo spopolamento dei piccoli paesi e delle aree interne, mi ha fatto riflettere su una questione che riguarda molto da vicino anche l'Alto Jonio cosentino. Urso invita a guardare al problema abbandonando quella che definisce la «patina romantica» con cui spesso raccontiamo i borghi che si spopolano e arriva a formulare una domanda volutamente provocatoria: «E se alcuni piccoli paesi dovessero semplicemente morire?».
È una domanda che può infastidire, ma proprio per questo merita di essere presa sul serio. Non necessariamente per accettarne la conclusione, quanto per provare a cambiare il modo con cui affrontiamo il problema. Perché forse abbiamo parlato fin troppo di paesi da salvare e troppo poco delle condizioni necessarie perché qualcuno possa davvero scegliere di viverci.
Prendiamo sei piccoli comuni dell'Alto Jonio: Alessandria del Carretto, Canna, Nocara, San Lorenzo Bellizzi, Plataci e Civita. Sono realtà diverse tra loro, ma accomunate da una progressiva perdita di popolazione e da un forte invecchiamento dei residenti. Alessandria del Carretto, per esempio, ha perso più della metà degli abitanti dal 2001 a oggi; Nocara e San Lorenzo Bellizzi hanno registrato una riduzione altrettanto significativa. Anche Canna e Plataci hanno visto diminuire sensibilmente la propria popolazione. E persino Civita, che negli anni ha saputo costruire una riconoscibile attrattività turistica e culturale, continua a perdere residenti.
Non si tratta soltanto di numeri. Quando un paese perde abitanti per decenni cambia la propria struttura. Diminuiscono i giovani, aumentano gli anziani, si riducono le famiglie e, inevitabilmente, diminuiscono anche le nascite. In alcuni di questi comuni il saldo naturale è ormai diventato difficilissimo da compensare: a Canna, per esempio, nel 2025 si sono registrate 2 nascite contro 22 decessi; a Nocara una nascita contro 7 decessi; a San Lorenzo Bellizzi una nascita contro 8 decessi.
A quel punto diventa evidente che lo spopolamento non è soltanto la conseguenza di chi parte. È anche il risultato di una comunità che, diventando sempre più anziana, dispone progressivamente di meno persone nella fascia di età nella quale normalmente si formano nuove famiglie e nascono nuovi figli.
Civita offre un elemento di riflessione particolarmente interessante. Il paese ha saputo costruire negli anni una riconoscibile attrattività turistica e culturale, legata alla sua identità arbëreshë, al paesaggio e alla vicinanza delle Gole del Raganello. Eppure la popolazione residente continua a diminuire: dai 1.125 abitanti del 2001 si è arrivati a circa 800 nel 2025.
Non sarebbe corretto trasformare questo dato nella dimostrazione che il turismo non serve. Al contrario, il turismo è certamente una risorsa. Ma il caso di Civita sembra suggerire qualcosa di diverso e forse più importante: l'attrattività turistica e la capacità di mantenere una popolazione residente sono due questioni collegate, ma non coincidenti.
Il turista arriva per qualche giorno. Cerca bellezza, paesaggio, cultura, gastronomia, autenticità. Il residente deve invece poter lavorare, mandare i figli a scuola, avere accesso ai servizi sanitari, spostarsi, fare la spesa, avere una connessione adeguata, costruire relazioni e soprattutto immaginare in quel luogo il proprio futuro.
La domanda, allora, forse non è più soltanto: come facciamo a salvare i nostri piccoli paesi?
La domanda dovrebbe essere un'altra: perché siamo diventati, almeno in alcuni casi, abbastanza bravi ad attirare persone per qualche giorno, ma non altrettanto capaci di creare le condizioni perché qualcuno scelga di restare per tutta la vita?
La differenza non è marginale. Una piazza restaurata può essere bellissima, un edificio storico recuperato può diventare un importante elemento di attrazione, un festival può portare migliaia di persone e un borgo può essere inserito negli itinerari turistici. Ma tutto questo non basta, da solo, a produrre una comunità residente.
Se vogliamo davvero contrastare lo spopolamento, dovremmo allora cominciare a misurare i risultati con parametri diversi. Non soltanto quanti visitatori abbiamo attirato, quanti eventi abbiamo organizzato o quanti edifici abbiamo recuperato, ma quanti giovani sono rimasti, quante nuove attività sono nate, quante famiglie si sono insediate, quante nascite abbiamo avuto e, soprattutto, se qualcuno che era partito ha trovato condizioni sufficientemente favorevoli per tornare.
Non è una critica rivolta a questo o a quell'amministratore. È una domanda molto più generale che riguarda le amministrazioni locali, la Regione, lo Stato e anche le comunità locali. Perché se continuiamo a considerare il turismo come la risposta a ogni problema dei piccoli centri rischiamo di confondere due fenomeni diversi: attrarre visitatori e rendere possibile la vita di chi vuole restare.
La provocazione di Alex Urso può esserci utile. Se vogliamo davvero evitare che i nostri paesi «muoiano», dobbiamo smettere di guardarli soltanto con gli occhi della nostalgia e cominciare a guardarli con quelli di una giovane persona che oggi deve decidere dove costruire la propria vita. Quella persona non ci chiede necessariamente un borgo più bello. Ci chiede un paese nel quale sia ancora possibile vivere.
Cassano, un'altra faccia dello stesso problema
C'è, infine, un esempio che aiuta a completare questo ragionamento e che ci porta fuori dai piccolissimi comuni dell'Alto Jonio: Cassano all'Ionio.
Una cittadina più grande, con una storia importante e con un centro storico che continua a essere raccontato con affetto, soprattutto da tanti cassanesi che vivono ormai lontano, in altre parti d'Italia o all'estero. Nei loro ricordi quel centro storico conserva un valore enorme: è il luogo dell'infanzia, delle case di famiglia, delle strade conosciute palmo a palmo, delle relazioni e di una comunità che un tempo sembrava naturale.
Cassano, peraltro, non può certo essere considerata una realtà priva di attrattività. Al contrario. Il suo territorio dispone di una importante vocazione turistica legata al litorale, ai villaggi, alle strutture ricettive, ai Laghi di Sibari e al patrimonio archeologico di Sibari. I dati ufficiali restituiscono numeri tutt'altro che trascurabili: nel 2019 le strutture ricettive del comune registrarono oltre 519 mila presenze, mentre nel 2022 furono quasi 490 mila. A queste presenze si aggiunge una consistente realtà di seconde case utilizzate soprattutto nel periodo estivo, particolarmente evidente tra la Marina e i Laghi di Sibari, che rappresenta un'altra forma di presenza sul territorio anch’essa significativa. Eppure, basta spostarsi verso il centro storico per incontrare una contraddizione che merita di essere osservata. Un territorio capace di attirare ogni anno centinaia di migliaia di presenze turistiche può contemporaneamente avere parti del proprio tessuto urbano che faticano a mantenere una vita quotidiana.
È proprio qui che il ragionamento torna al punto di partenza. Non è il turismo il problema, naturalmente. Il turismo è una risorsa e quei numeri lo dimostrano. La questione è un'altra: quanto della ricchezza e dell'attenzione generate dalle presenze temporanee riesce a trasformarsi in condizioni favorevoli per chi dovrebbe vivere quei luoghi tutto l'anno? Quante di quelle risorse vengono reinvestite sul territorio a vantaggio di tutti i residenti?*
Si può amare profondamente un centro storico e, nello stesso tempo, non abitarlo più. Si può conservarne il ricordo, tornarci d'estate, fotografarlo, raccontarlo ai figli e agli amici, ma lasciarlo progressivamente privo di quella presenza quotidiana che sola può mantenerlo vivo.
È una distinzione che forse dovremmo imparare a fare: un luogo può essere molto presente nella memoria e quasi assente nella vita di tutti i giorni.
Questa è la lezione che accomuna Cassano ai piccoli comuni dell'Alto Jonio. Non basta attirare visitatori, così come non basta conservare le pietre, restaurare gli edifici o celebrare la storia di un luogo. Il vero obiettivo dovrebbe essere riportarvi vita, possibilmente stabile: famiglie, giovani, attività, servizi, bambini che vadano a scuola e persone che abbiano un motivo concreto per attraversare quelle strade ogni giorno.
Perché, alla fine, la memoria può impedirci di dimenticare un paese, ma soltanto la presenza delle persone può impedirgli di diventare un ricordo.
Tonino Cavallaro
* tratteremo in seguito questo importante argomento.