Un ricordo personale, da Spilimbergo a Zurigo, per uno degli uomini che hanno contribuito a dare alla fotografia la dignità di una forma d'arte
La notizia della scomparsa di Italo Zannier, avvenuta il 27 ottobre all'età di 94 anni, non può passare senza suscitare emozioni in chi ama la fotografia. Non soltanto per ciò che quest'uomo ha rappresentato nella storia della cultura italiana, ma anche per un ricordo personale che mi lega a lui e a una città del Friuli alla quale sono rimasto particolarmente affezionato.
Zannier è stato uno degli uomini che hanno contribuito a cambiare il modo di guardare la fotografia, superando quella concezione riduttiva che per lungo tempo l'aveva relegata a semplice strumento di documentazione o a esercizio di abilità tecnica. Ha lavorato perché venisse riconosciuta come una disciplina autonoma, capace di esprimere un linguaggio artistico, di raccontare la realtà e di conservarne la memoria.
La fotografia, in fondo, è sempre stata qualcosa di più di un'immagine. È uno sguardo sul mondo, una scelta, un modo di interpretare ciò che ci circonda. Dietro ogni fotografia c'è una sensibilità, una cultura, un pensiero. E se oggi questa consapevolezza appare quasi scontata, lo dobbiamo anche a chi, come Italo Zannier, ha dedicato una parte fondamentale della propria vita a farla riconoscere.
Spilimbergo, una città che mi è rimasta nel cuore
Spilimbergo, dove Zannier era nato nel 1932, è stata per me, negli anni della giovinezza, una città importante. Più tardi vi ho avuto un carissimo amico, Gilberto Trambaiollo, scomparso nell'agosto del 2023, al quale mi legano ricordi che il tempo non ha cancellato.
Gilberto era un instancabile organizzatore di viaggi. Con il suo gruppo, i «Viaggiatori erranti», curava ogni itinerario con un'attenzione meticolosa, senza lasciare nulla al caso. Ma il suo merito più grande era forse quello di saper andare oltre i percorsi consueti, attraverso di lui ho scoperto angoli del Friuli che non conoscevo, luoghi che difficilmente avrei incontrato senza la sua curiosità e la sua passione.
Spilimbergo, del resto, è una città nella quale la cultura e le arti hanno radici profonde. Vi ha sede la Scuola Mosaicisti del Friuli, una delle più importanti istituzioni italiane dedicate all'arte del mosaico, che ha portato il nome della cittadina ben oltre i confini regionali.
È anche per questo che la notizia della scomparsa di Zannier mi ha suscitato un'emozione particolare. Il mio legame con lui, infatti, non è soltanto legato alla sua terra d'origine.
Quell'incontro a Zurigo
Ho avuto la fortuna di conoscere personalmente Italo Zannier, credo nel 1972, proprio quando cominciavo ad avvicinarmi alla fotografia con la mia prima reflex, una Praktica dotata di ottica Zeiss. Fu durante un seminario tenuto a Zurigo, al Kunsthaus, nel periodo in cui prendeva forma la Fondazione svizzera per la fotografia.
Ero fra gli astanti di quella che ricordo come una conversazione interessante, ma soprattutto simpatica, condotta da un uomo capace di trasmettere la propria passione senza distanza e senza accademismi.
Dopo tanti anni, quel ricordo riaffiora con particolare intensità. Non ricordo soltanto lo studioso, ma anche la persona, il modo di comunicare, la capacità di rendere accessibile una materia che, per molti, poteva sembrare riservata agli specialisti.
È una sensazione che si comprende forse meglio oggi, quando la fotografia è diventata parte integrante della nostra vita quotidiana. Fotografiamo continuamente, spesso senza riflettere sul significato di ciò che facciamo. Ma una cosa è produrre immagini, un'altra è comprenderne il valore culturale, artistico e documentario.
Su questa distinzione si è sviluppato il lavoro di Zannier.
L'uomo che ha contribuito a insegnarci a leggere la fotografia
Prima ancora di diventare uno dei maggiori studiosi italiani della materia, Italo Zannier si era confrontato direttamente con la fotografia, maturando un interesse profondo per il rapporto tra immagini, territorio e trasformazioni sociali.
Nel 1955 fu tra i fondatori del Gruppo friulano per una nuova fotografia, un'esperienza che contribuì al rinnovamento del linguaggio fotografico italiano. Il territorio, le comunità, i cambiamenti sociali e il paesaggio divennero materia di indagine. Non si trattava soltanto di fotografare ciò che si vedeva, ma di interrogarsi su ciò che quelle immagini potevano raccontare.
La sua ricerca si sviluppò anche attraverso il confronto tra fotografie realizzate in epoche diverse, tornando a riprendere luoghi già documentati e mantenendo punti di vista comparabili. Un modo per rendere visibili le trasformazioni del paesaggio, le modifiche degli insediamenti, le tracce di un passato che rischia di scomparire.
La fotografia diventava così uno strumento di conoscenza storica, capace di conservare ciò che la memoria individuale e collettiva, inevitabilmente, tende a perdere.
Il suo contributo più importante fu forse quello di aver combattuto affinché la fotografia venisse riconosciuta come una disciplina autonoma, degna di un posto nelle università e nella storia dell'arte.
Nel 1971 divenne il primo docente in Italia a ricoprire una cattedra di Storia della fotografia. Il suo lavoro di insegnamento, ricerca e divulgazione contribuì alla formazione di generazioni di studiosi e alla crescita di una nuova cultura dell'immagine.
Accanto all'insegnamento, Zannier svolse un'intensa attività editoriale e curatoriale. Nel 1994 fondò il Centro di ricerca e archiviazione della fotografia di Lestans, in Friuli, creando un importante punto di riferimento per la conservazione e lo studio delle immagini.
Il suo lavoro ha contribuito a costruire una cultura della fotografia che oggi appare consolidata, ma che per lungo tempo ha dovuto confrontarsi con pregiudizi e resistenze.
Da Italo Zannier a Ottavio Marino, la fotografia come sguardo sull'uomo
La scomparsa di Italo Zannier arriva, per una curiosa coincidenza, proprio nei giorni in cui su InfoSibari ci siamo occupati di Ottavio Marino, artista della fotografia, raccontando il suo percorso e la sua capacità di cogliere, attraverso l'obiettivo, la dimensione più autentica dell'uomo.
Due storie lontane nel tempo e differenti per formazione e percorso, ma che sembrano incontrarsi in una medesima convinzione: la fotografia non è soltanto una tecnica, né la semplice riproduzione di ciò che abbiamo davanti agli occhi. È uno sguardo, un modo di interpretare la realtà, di fermare un'emozione e di restituire significato a un volto, a un gesto, a un frammento di vita.
Se Zannier ha dedicato una parte fondamentale della propria esistenza a far riconoscere la fotografia come disciplina artistica e culturale, Marino ne testimonia, attraverso il proprio lavoro, la vitalità espressiva e la capacità di raccontare l'uomo.
Il ricordo di Zannier diventa così anche un'occasione per tornare a riflettere sul valore della fotografia contemporanea e su quanto sia importante riconoscere e raccontare chi, attraverso le immagini, continua a esplorare la complessità della nostra esistenza.
È un'eco che attraversa le generazioni: dalla battaglia culturale di chi ha contribuito a dare dignità artistica alla fotografia, fino a chi oggi, con la propria sensibilità, ne rinnova il linguaggio.
Un patrimonio che appartiene a tutti
Chi ama la fotografia sa quanto sia difficile spiegare perché un'immagine ci colpisca. A volte è la luce, altre volte un volto, un gesto, una particolare disposizione degli elementi. Altre ancora è qualcosa di più difficile da definire: la capacità di un fotografo di vedere ciò che agli altri sfugge.
Zannier ha contribuito a insegnarci che una fotografia non è mai soltanto ciò che appare dentro il suo rettangolo. È anche ciò che suggerisce, ciò che conserva e ciò che permette di comprendere.
Le fotografie custodiscono il tempo, raccontano le trasformazioni dei luoghi, conservano la memoria delle persone e delle comunità. Possono diventare testimonianze preziose per chi verrà dopo di noi.
È una lezione che riguarda tutti, non soltanto gli studiosi. Riguarda chi fotografa per professione, chi lo fa per passione, chi conserva le fotografie di famiglia e chi, sfogliando un vecchio album, ritrova un mondo che non esiste più.
La scomparsa di Italo Zannier lascia un vuoto importante, ma il suo lavoro continuerà a parlare attraverso le immagini, i libri, gli archivi e le persone che hanno imparato da lui a guardare la fotografia con occhi diversi.
E mentre il ricordo di quell'incontro a Zurigo riaffiora, torna anche quello di Gilberto Trambaiollo, degli itinerari dei suoi «Viaggiatori erranti» e di una terra, il Friuli, che mi ha regalato amicizie, conoscenze ed emozioni che porto ancora con me.
Due persone diverse, due percorsi lontani, ma entrambi legati a quel territorio che, per ragioni differenti, continua a suscitarmi affetto e nostalgia. E poi c'è la fotografia, con la sua capacità di attraversare il tempo, di raccontare l'uomo e di conservare ciò che altrimenti rischierebbe di perdersi.
Il filo che lega il ricordo di Italo Zannier al lavoro di Ottavio Marino è proprio questo: la consapevolezza che dietro ogni immagine, quando è autentica, c'è sempre qualcosa che va oltre la fotografia stessa.
C'è uno sguardo sul mondo. C'è una storia. C'è l'uomo.
Grazie, Italo Zannier, per aver contribuito a insegnarci a guardare.
Antonio Michele Cavallaro
Foto:
in alto Italo Zannier, dal web
al centro: Gilberto Trambaiollo, dal mio archivio
in basso: Ottavio Marino, dal mio obiettivo