Mi è ricapitata recentemente sotto gli occhi la celebre lettera di Giuseppe Garibaldi alla marchesa Adelaide Cairoli, nella quale l’Eroe dei Due Mondi esprime tutta la sua amarezza per le condizioni del Mezzogiorno, peggiorate dopo l’annessione al Piemonte (trovate il testo integrale nell’allegato). Leggendola, il pensiero è corso spontaneamente ad un grande calabrese, fervente sostenitore dell’Unità d’Italia ma profondamente deluso dal nuovo governo nazionale succeduto ai Borboni: Vincenzo Padula.
Parlandone con alcuni dei nostri abituali collaboratori, sono scaturite alcune riflessioni che ritengo possano risultare interessanti, soprattutto per quanti, negli ultimi anni, hanno finito per dipingere Garibaldi quasi come un malfattore al servizio del re piemontese. Eppure quella lettera racconta ben altro: parla del dolore di un uomo convinto di liberare le popolazioni meridionali e che invece si ritrovò davanti ad una realtà ben diversa, fatta di sofferenze, disillusioni e condizioni che, sotto molti aspetti, apparivano persino peggiori di quelle precedenti.
Il collegamento tra la lettera di Giuseppe Garibaldi ad Adelaide Cairoli e la delusione maturata da Vincenzo Padula dopo l’Unità d’Italia è non soltanto possibile, ma storicamente molto significativo. Entrambi, pur provenendo da esperienze diverse, rappresentano infatti il progressivo disincanto di una parte del mondo patriottico meridionale davanti agli esiti concreti del Risorgimento.
Padula, sacerdote, intellettuale e straordinario osservatore della società calabrese, aveva inizialmente guardato con favore alla causa unitaria. Come molti meridionali colti dell’epoca, vedeva nell’unificazione italiana la possibilità di liberare il Sud dall’arretratezza amministrativa, dai privilegi feudali residui, dall’oppressione borbonica e soprattutto dalla storica marginalità del Mezzogiorno.
L’Unità appariva dunque come promessa di riscatto civile e sociale.
Ma pochi anni dopo, proprio come emerge dalla lettera di Garibaldi del 1868, anche Padula comprese che molte di quelle speranze erano andate deluse.
Garibaldi scrive parole amarissime: “Io non rifarei oggi la via dell’Italia Meridionale, temendo d’esservi preso a sassate da popoli che mi tengono complice della spregevole genia che disgraziatamente regge l’Italia…”
In questa confessione c’è il riconoscimento di una frattura profonda tra il nuovo Stato unitario e le popolazioni meridionali. Una frattura che Padula aveva intuito molto presto osservando la realtà calabrese.
Anche lui vide che l’unificazione politica non aveva prodotto quella trasformazione morale e sociale sperata. Al contrario, nel Mezzogiorno:
la miseria restava intatta, le classi popolari continuavano ad essere escluse, il potere cambiava volto ma conservava vecchi meccanismi, mentre il centralismo piemontese finiva per aggravare molte tensioni.
Padula comprese che il Sud era stato annesso politicamente, ma non realmente integrato. E soprattutto intuì che la nuova classe dirigente italiana conosceva poco il Mezzogiorno e ancor meno ne comprendeva i bisogni profondi.
In questo senso la lettera di Garibaldi sembra quasi confermare le stesse inquietudini che attraversano molti scritti paduliani. Quando l’eroe dei Mille denuncia “un dispotismo più schifoso assai, più degradante, e che li spinge a morir di fame”, non si limita a criticare il governo nazionale: riconosce implicitamente che vaste aree del Sud vivevano un peggioramento materiale e morale dopo l’Unità.
È proprio qui che il pensiero di Padula e l’amarezza di Garibaldi si incontrano.
Entrambi avevano creduto nell’Italia come progetto di emancipazione collettiva. Entrambi finiscono invece per vedere: il predominio dei moderati, il tradimento degli ideali popolari del Risorgimento, la distanza tra retorica patriottica e realtà sociale.
Padula però aggiunge a questa delusione un elemento tipicamente meridionale e calabrese: la consapevolezza che il Sud continuava ad essere raccontato dall’esterno, giudicato senza essere compreso. Nei suoi scritti emerge spesso il dolore di una terra abbandonata, incapace di trovare nel nuovo Stato quella giustizia sociale che il Risorgimento aveva promesso.
Garibaldi, nella lettera ad Adelaide Cairoli, arriva addirittura a temere l’ostilità delle popolazioni meridionali liberate pochi anni prima. Padula, dal canto suo, osservava quotidianamente quella disillusione crescere tra le classi popolari calabresi.
Per questo il documento del 1868 assume un valore enorme anche nella lettura della storia meridionale: esso dimostra che la “questione meridionale” non nacque decenni dopo, ma era già evidente agli occhi di uomini come Garibaldi e Padula immediatamente dopo l’Unità.
In fondo, sia Garibaldi sia Vincenzo Padula compresero la stessa tragica verità: l’Italia era stata fatta politicamente, ma non socialmente. E il Mezzogiorno rischiava di pagare il prezzo più alto di quella incompiuta costruzione nazionale.
E la situazione attuale in cui versa il Sud sembra purtroppo rispecchiare, in maniera quasi tragica, i timori e le amare previsioni di quei due grandi uomini dell’Ottocento.
Per la redazione
Tonino Cavallaro
A latere diamo notizia che sta nascendo un
“movimento per recuperare il rispetto della Dignità e dei Diritti di noi gente del sud onde difendere le nostre famiglie dai tanti furti che fino a oggi siamo stati costretti a subire da una politica indegna. Traditi da tutti i partiti e dagli stessi politici meridionali, non possiamo più delegare e dobbiamo difenderci in prima persona.
Dopo decenni di separazione tra movimenti che si sono ispirati agli stessi Valori, recentemente, come per miracolo, si è capito che solo l'unità avrebbe potuto darci una forza elettorale in grado di imporre il riconoscimento dei nostri sacrosanti Diritti.
A Gaeta in data 11 aprile numerosi movimenti meridionalisti hanno deciso di unirsi in un unico progetto politico. Saremo presenti alle prossime politiche e riteniamo di poter portare qualche nostro esponente nel prossimo Parlamento
Il movimento non è nè di destra nè di sinistra ma finalizzato solo al raggiungimento degli obiettivi sociali ed economici a favore della nostra Gente. Il nostro motto sarà "NON MI INTERESSA IL COLORE DEI GATTI PURCHE' MANGINO I TOPI".
Il Comunicato prosegue:
“Quanto prima è prevista una riunione in call tra tutti e faremo una struttura sul territorio anche se provvisoria nominando tutti coloro che lo desiderano a rappresentare nelle proprie Città, Provincie e Regioni il Progetto.
Solo dal 2000 al 2017 sulla base della percentuale di popolazione le famiglie del Sud sono state derubate di 840 miliardi di euro.
(cercate su Internet "EURISPES 840 miiardi di euro in meno al Sud ")
Abbiamo bisogno della vostra partecipazione. Chi vuole partecipare attivamente può segnalarlo con un messaggio whatsapp al n. 333 9590 491.”
(lettera autografa di Garibaldi ad Adelaide Cairoli, madre del presidente del consiglio dell'epoca e di altri due figli uccisi durante le guerre risorgimentali - nell'allegato la trascrizione letterale)










