La riflessione che pubblico di seguito mi è stata inviata d
all’amico carissimo Salvatore Bugliaro, storico e autore di numerose pubblicazioni, discendente di un’antica stirpe arbëreshë, dopo la lettura del mio articolo dedicato al parallelismo tra Giuseppe Garibaldi e Vincenzo Padula.
Ho ritenuto opportuno condividerla integralmente con i lettori perché rappresenta non solo un apprezzamento sincero verso il lavoro svolto, ma anche uno spunto di riflessione ulteriore sul ruolo delle masse popolari meridionali durante il processo di unificazione italiana. Le considerazioni di Salvatore affrontano un nodo storico e umano di grande interesse: il difficile rapporto tra ideali risorgimentali e realtà sociale del Mezzogiorno, tra aspirazioni di libertà e secolare rassegnazione di un popolo abituato più a sopravvivere che a sperare nel cambiamento. Particolarmente significativa mi è sembrata la sua rilettura della figura di Garibaldi, maturata attraverso la famosa lettera indirizzata alla Cairoli, documento che continua ancora oggi a suscitare interrogativi, emozioni e revisioni critiche.
Il testo che segue non pretende di offrire verità definitive, ma testimonia come il confronto civile e la memoria storica possano ancora generare dialogo, dubbi, approfondimenti e persino cambiamenti di opinione. Ed è forse proprio questo uno degli obiettivi più importanti della ricerca storica: continuare a interrogare il passato per comprendere meglio noi stessi e il presente.
Grazie Salvatore per la tua illuminante nota e grazie a voi, carissimi webnauti, che vorrete dedicare qualche minuto alla sua lettura.
Il confronto delle idee, quando nasce dalla riflessione sincera e dal rispetto reciproco, arricchisce sempre tutti noi e mantiene viva quella memoria storica che non deve mai trasformarsi in semplice celebrazione o sterile polemica, ma restare occasione di conoscenza e crescita civile. (Antonio Michele Cavallaro)
Carissimo Antonio Michele, ho letto, seppure in ritardo, il tuo interessante contributo sul parallelismo storico tra Garibaldi e Padula, due uomini di diversa estrazione sociale e di diversa provenienza geografica, ma entrambi aspiranti allo stesso obbiettivo, la rinascita del Meridione da una realtà atavica di sacrifici, di fatica, di umiliazioni, di speranze, tali sempre rimaste, attraverso una nuova formula politica che unisse le diverse realtà italiane in una sola entità, capace di soddisfare le esigenze di tutti i suoi cittadini. Entrambi i protagonisti tendevano a realizzare l’unificazione dell’Italia l’uno con le armi e la lotta, l’altro con la parola e l’azione insieme, ma senza riuscirci o almeno in parte.
Il tuo contributo, pubblicato su infosibari.it, ha il pregio di aver fatto chiarezza, almeno per quanto riguarda me, che ho sempre “non amato” (diciamo così) Giuseppe Garibaldi, per aver consegnato l’Italia unita a Cavour, il terzo incomodo, evitando così la nascita della Repubblica.
Leggendo il tuo articolo e rileggendo più volte la lettera del Garibaldi alla Cairoli, ho cambiato opinione e non ti nascondo che ho provato una grande vicinanza d’affetto nei confronti dell’Eroe, volgarmente così chiamato e finalmente anche da me riconosciuto tale.
Permettimi, però di fare una piccola osservazione: sappiamo che i grandi proprietari, o almeno la maggior parte, era contraria, ma non credo che la grande massa calabrese e meridionale avesse voluto veramente il rovesciamento di governo. Credo che alla grande massa non interessasse affatto, o almeno era agnostica. L’educazione (o meglio la mancata educazione) non le permise neppure l’aspirazione dell’affrancarsi, tanto era legata a un tipo di vita che mai pensava potesse cambiare, né faceva nulla perché cambiasse, era così assuefatta che bastava vivere e godere di quel poco che aveva.
Scriveva Oreste Dito che, quando giunsero i francesi al governo della Calabria e il re Ferdinando fu costretto a esiliare in Sicilia, i calabresi si sentivano orfani del padre buono al quale, sebbene non lo avessero mai conosciuto, erano molto affezionati. Il Re rappresentava la famiglia, anzi il capofamiglia, addirittura Dio, sempre vigile sulle sue creature. Appena sentivano pronunciare il suo nome, i calabresi “sberrettavansi e s’inchinavano, tocchi da un certo che di attrattivo e sensazionale”.
Non ci riuscì nemmeno Padula a rendere più fattivo il coinvolgimento della massa popolare, forse per essersi allontanato dalla regione, pensando di trovare migliori accordi con Garibaldi e Pisacane, invece di fare opera di “persuasione” tra la sua gente, non solo come politico ma soprattutto come prete.
In ogni caso, penso che l’assenza di una vera rivolta popolare nel Mezzogiorno abbia finito per favorire l’ascesa dei Savoia al potere nell’Italia unificata. A mio parere, essi non incontrarono una reale opposizione né da parte delle regioni del Centro-Nord, né da parte dei latifondisti e dei piccoli proprietari meridionali, ma soprattutto poterono contare sulla sostanziale passività delle masse contadine del Sud, un atteggiamento che rese più semplice la costruzione del nuovo Regno d’Italia.
Grazie per avermi fatto cambiare opinione riguardo l’eroe dei due mondi, nonché per avermi dato l’opportunità di esternare quanto sopra.
Affezionatissimo, tuo amico Salvatore






