Qualche giorno prima di Natale, la quarta domenica d’Avvento, entrai nella chiesetta della parrocchia che avevo scelto non per abitudine, ma per una sorta di necessità interiore. Era un luogo piccolo e raccolto, e c’era un “pretino” che, fin dal nostro primo incontro, mi aveva trasmesso la sensazione di stare un passo più in alto rispetto al piattume che oggi sembra permeare la Chiesa.
Sul sagrato incontrai un conoscente che non vedevo da tempo. Si stupì di vedermi lì, lontano da casa mia, come se la fede dovesse rispettare coordinate geografiche precise. Quando provai a spiegargli che, pur non essendo un credente modello, avevo sentito il bisogno di tornare a Messa con una certa regolarità, dopo anni di distanza, mi resi conto che stavo parlando più a me stesso che a lui.
Intanto la campana suonava l’inizio della SS Messa: ci salutammo ed entrammo.
L’incontro con Luigi mi aveva fatto riflettere, e la domanda che aveva fatto capolino nella mia testa continuava ora a bussare, in attesa di risposta.
Si può andare a Messa anche se si ha poca fede?
Non era facile per me rispondere, ma ci provai lo stesso. Tornando a casa in auto, rimuginando, andai nel mio “studiolo” e scrissi di getto:
Certo che si, perché no. Si può andare a Messa anche se si ha poca fede. Anzi, forse é proprio allora che ha più senso andarci.
Me ne resi conto mentre cercavo una risposta onesta a quella domanda che Luigi, senza saperlo, aveva risvegliato. La fede, pensavo, non è una linea retta né una condizione stabile: somiglia piuttosto a un respiro, a volte profondo, a volte affannoso. Pretendere di presentarsi davanti a Dio solo quando ci si sente “all’altezza” significherebbe ridurre la Messa a un premio per i virtuosi, invece che a un rifugio per chi è in cammino. E Dio solo sa quanto ne avessi bisogno.
La riflessione andò avanti, rilassato nella mia poltrona preferita. Andare a Messa con poca fede non mi sembrava un atto di ipocrisia, ma di umiltà. Era riconoscere un vuoto e decidere di non riempirlo con distrazioni o cinismo, bensì di sostare lì dove, forse, qualcosa può ancora accadere. Non ero entrato in chiesa perché avevo delle risposte, ma perché accettavo di portare domande.
E come mi era capitato spesso, anche il semplice sedersi in silenzio, ascoltare parole antiche, lasciarsi attraversare da gesti che non si comprendono del tutto, non era già una forma di preghiera? Comprendevo anche che la fede non precede sempre il gesto: a volte nasce dal gesto stesso. Come tornare in un luogo caro dopo anni di assenza, senza sapere bene perché, e scoprire che non tutto è perduto. Forse la fede non è tanto credere senza dubbi, quanto restare, nonostante i dubbi.
Così, mentre il “pretino” iniziava l’omelia e la chiesetta si riempiva di un silenzio attento, smisi di cercare una risposta definitiva. Mi bastava sapere che ero lì, non per abitudine, ma per necessità. E questo, per quel momento, era sufficiente.
Ho voluto condividere queste riflessioni così come sono nate, scritte di getto, perché penso che siamo in tanti ad avere le stesse incertezze. Forse possono essere utili a qualcuno per non rinunciare alla ricerca, senza affanni e senza la pretesa di giungere a una verità assoluta: quella, se esiste, solo l’Onnipotente può custodirla e donarla, quando e come vorrà.






