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Quaresima! Facciamo digiuno anche di parole. Il silenzio come nutrimento dell’anima

tonino cavallaro.jpgViviamo in un tempo saturo di parole. Parole dette, scritte, condivise, rilanciate. Parole che riempiono ogni spazio e spesso ogni vuoto. Eppure, proprio nel rumore continuo della nostra quotidianità, il silenzio emerge come un bene prezioso, quasi raro. Il silenzio non è assenza, ma presenza consapevole; non è vuoto, ma spazio fertile in cui l’anima può respirare.

La meditazione nasce proprio da questo spazio. Fermarsi, tacere, ascoltare. Ascoltare non solo i suoni esterni, ma soprattutto ciò che abita dentro di noi: pensieri, emozioni, inquietudini, desideri. Nel silenzio ritroviamo una verità che il frastuono spesso copre. È nel raccoglimento che impariamo a conoscerci davvero e a riconoscere ciò che conta.
Il periodo della Quaresima, che nella tradizione cristiana precede la Pasqua, ci richiama con forza a questa dimensione interiore. Il digiuno dal cibo, praticato come segno di disciplina e purificazione, non è soltanto una rinuncia materiale, ma un gesto simbolico: ridurre il superfluo per dare spazio all’essenziale. Digiunare significa ricordare che non siamo fatti solo di bisogni immediati, ma anche di profondità spirituale.
Accanto al digiuno dal cibo, esiste però un’altra forma di digiuno altrettanto salutare e forse ancora più necessaria nel nostro tempo: il digiuno delle chiacchiere. Rinunciare alle parole inutili, alle critiche affrettate, ai giudizi impulsivi. Scegliere di non parlare quando le parole rischiano di ferire. Imparare a trattenere ciò che, una volta pronunciato, difficilmente potrà essere ritrattato.
Le parole hanno un peso. Possono costruire o distruggere, avvicinare o allontanare. Spesso, nell’impeto del momento, pronunciamo frasi che nascono dalla rabbia o dalla superficialità, e solo dopo ci rendiamo conto del danno arrecato. Ma le parole non sono come il cibo che possiamo decidere di non ingerire: una volta uscite, non possiamo riprenderle indietro. Possiamo chiedere scusa, certo, ma la ferita può restare.
Per questo il silenzio diventa una forma di responsabilità. Non è chiusura, non è indifferenza, ma scelta consapevole. È il tempo che ci concediamo per riflettere prima di parlare, per trasformare un impulso in pensiero, un’emozione in parola ponderata. In questo senso, il digiuno delle chiacchiere non è privazione, ma allenamento alla cura.
Praticare più spesso il silenzio significa educare il cuore e la mente. Significa imparare che non tutto deve essere detto e che non ogni pensiero merita di diventare parola. Come il digiuno del corpo rafforza la volontà, così il digiuno della lingua rafforza la saggezza.
La Quaresima ci offre un tempo privilegiato per riscoprire questa dimensione, ma il silenzio e la meditazione non dovrebbero essere confinati a un solo periodo dell’anno. Sono esercizi quotidiani di libertà interiore. Nel silenzio ritroviamo equilibrio, nella meditazione ritroviamo noi stessi, e nel controllo delle parole coltiviamo relazioni più autentiche.
In un mondo che parla incessantemente, scegliere il silenzio è un atto rivoluzionario. "È un modo per fare spazio alla pace, dentro e fuori di noi". E non c'é bisogno di ricorrere a pratiche orientali per raggiungere lo scopo, basta fermarsi ogni tanto e riflettere.
A questo punto sento il bisogno di parlare con il cuore in mano. Può sembrare strano che sia proprio io a proporre il silenzio e la misura nelle parole. Io che, per gran parte della mia vita, sono stato guidato dall’istinto. Ho parlato spesso prima di pensare, ho reagito prima di comprendere, ho lasciato che l’impulso prendesse il posto della riflessione.
Solo Dio sa quanti dolori avrei potuto evitare, quante incomprensioni non sarebbero nate, quante relazioni avrebbero potuto essere più serene, se avessi imparato prima il valore del silenzio. Non sempre le mie parole erano cattive, ma talvolta erano affrettate, dure, inutilmente taglienti. E una parola, quando è uscita, non torna più indietro. Rimane sospesa nell’aria e, a volte, nel cuore di chi l’ha ascoltata.
Oggi, ultraottuagenario, sento con maggiore chiarezza il peso e il valore di ciò che si dice — e di ciò che si tace. Porto con me qualche rimpianto, questo sì. Faccio ammenda davanti a Dio e davanti alla mia coscienza. So che le scuse non riscrivono il passato e che certe ferite non si cancellano con una parola in più, fosse anche una parola di pentimento. Ma il riconoscimento sincero dei propri limiti è, forse, un atto di verità.
Non posso tornare indietro, ma posso ancora scegliere il silenzio quando sarebbe più facile parlare, l’ascolto quando sarebbe più naturale reagire. Posso imparare, anche adesso. E se queste riflessioni possono essere utili a qualcuno più giovane di me, allora anche i miei errori avranno avuto un senso.
Perché è vero: certe consapevolezze arrivano tardi. Ma finché il cuore batte, non è mai troppo tardi per cambiare.

Tonino Cavallaro

1974 - con mio padre

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