È stata una settimana piuttosto complicata per una certa narrazione identitaria, quella dei leghisti “doc”, soprattutto quelli del Nord-Est. Perché al Sud e nelle isole la Lega è arrivata dopo, e spesso più per convenienza che per convinzione.
Tre piccoli terremoti simbolici hanno agitato gli animi.
Primo: la sconfitta dell' Hellas Verona contro il SSC Napoli, per di più con un gol decisivo segnato da un calciatore nero. Una combinazione che, per certi ambienti, assume quasi il valore di una provocazione cosmica.
Secondo: la vittoria al Festival di Sanremo di un artista napoletano, Sal Da Vinci. Per qualcuno, un affronto all’ordine naturale delle cose.
Terzo: l’annuncio che un altro napoletano, Stefano De Martino, condurrà la prossima edizione del Festival. A quel punto, più che un malumore, un’indigestione simbolica.
Qualcuno ha dovuto prendere digestivi molto forti e chi aveva ingoiato tutto d'un colpo ha dovuto, magari, ricorrere agli enteroclismi. :-)
Sui social i commenti si sono sprecati. C’è stata persino una signora torinese che, a proposito della vittoria sanremese, ha scritto: “Mi vergogno di essere italiana”. Ecco, forse il problema non è vergognarsi di un cantante o di una città, ma interrogarsi sul perché un successo artistico venga vissuto come una minaccia identitaria.
Il punto, però, va oltre l’ironia. Questa settimana “di fuoco” è solo l’ennesima dimostrazione di quanto il dibattito pubblico sia diventato una caricatura permanente. In questa Italietta sempre pronta a dividersi, chi è di sinistra viene liquidato come “comunista”, chi è di destra come “fascista”, in una semplificazione infantile che non aiuta nessuno.
Il paradosso è che molti di quelli che agitano etichette e slogan sanno poco o nulla sia del comunismo sia del fascismo. Si commenta per riflesso, si scrive per impulso, si condivide senza capire. La tastiera amplifica tutto: indignazioni, stereotipi, rancori. Manca spesso la fatica del pensiero, quella che richiede tempo, lettura, approfondimento.
E così, una partita di calcio, una canzone, una conduzione televisiva diventano il terreno su cui proiettare frustrazioni ben più profonde: la mai risolta “questione meridionale”, la presunta superiorità produttiva del Nord, il vittimismo del Sud, l’eterna guerra tra “noi” e “loro”.
C’è chi, esasperato, arriva a pensare che una vera scissione sarebbe la soluzione definitiva: due Italie separate, ognuna convinta della propria autosufficienza morale e culturale. Forse finirebbe la retorica della questione meridionale. Forse si dissolverebbe anche la presunta superiorità nordista. O forse, semplicemente, scopriremmo che i problemi non hanno latitudine.
Perché, alla fine, il punto non è Napoli o Verona, Nord o Sud. Il punto è quanto siamo ancora capaci di riconoscerci come comunità, senza trasformare ogni evento – sportivo o musicale – in una trincea ideologica; più che una settimana di fuoco, è stata una settimana di specchi: ognuno ha visto riflesso ciò che già pensava. Il resto – il calcio, la musica, la televisione – era solo il pretesto.
Antonio Michele Cavallaro
Libero pensatore






