Isra
ele continua imperterrito nella sua azione militare, che colpisce e uccide, troppo spesso, anche popolazioni civili inermi. Ma a quale fine? L’obiettivo dichiarato, o sottinteso, appare quello di consolidare ed estendere il controllo su territori la cui storia è tutt’altro che semplice e lineare.
Si tratta, infatti, di una terra che non nasce vuota né disponibile, ma che nel corso del Novecento è stata progressivamente destinata alla costruzione di uno Stato, anche come risposta, tardiva e drammatica, alle persecuzioni subite dagli ebrei in Europa, culminate nello sterminio perpetrato dai regimi nazi-fascisti. Una tragedia immane che ha segnato la coscienza dell’Occidente e che ha contribuito, già prima della sua conclusione, a orientare alcune potenze, inclusa la Russia, verso il sostegno alla creazione di una patria ebraica in Palestina.
Ma è fondamentale ricordare che quella terra non era affatto disabitata: vi risiedeva da secoli una popolazione stabile, quella palestinese. Una popolazione che, tra pressioni politiche, conflitti e necessità, si è trovata progressivamente a cedere spazi e diritti, spesso senza una reale possibilità di scelta.
È utile anche chiarire un punto spesso semplificato nel dibattito pubblico: l’ebraismo è prima di tutto una religione, non un’etnia nel senso stretto del termine. È la stessa tradizione religiosa in cui si colloca anche la figura di Gesù Cristo. Dopo la distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C. da parte dei Romani, e ancor più con la diffusione del cristianesimo, gli ebrei si dispersero in gran parte del mondo, dando origine a comunità radicate in numerosi contesti europei e mediterranei.
A Roma, ad esempio, la presenza ebraica è attestata già dal II secolo a.C., inizialmente legata soprattutto ai traffici commerciali. Sotto Augusto la comunità divenne numerosa e strutturata, dotata di sinagoghe e di una certa autonomia religiosa, pur tra inevitabili tensioni con le autorità. Gli insediamenti si concentravano in particolare nelle aree prossime al Tevere, fulcro delle attività economiche.
Nel corso dei secoli, gli ebrei continuarono a distinguersi in ambito commerciale e finanziario, ottenendo talvolta risultati significativi. Questo successo, unito alla forte identità religiosa e culturale, contribuì però anche ad alimentare diffidenze e ostilità nelle società ospitanti.
Non è un aspetto da ignorare: in molte parti d’Europa, nel tempo, queste tensioni sfociarono in restrizioni sempre più dure, fino a forme di segregazione. Emblematico il caso di Venezia, dove nel XVI secolo gli ebrei furono confinati in un’area specifica, il “gheto” (termine derivato dal veneziano che indicava una fonderia), da cui nasce la parola “ghetto”, poi diffusa in tutto il mondo per indicare quartieri di segregazione.
Colpisce come questa parola, una delle poche italiane entrate senza modifiche nel lessico internazionale, sia legata proprio a una realtà di esclusione e costrizione. Può sembrare paradossale, ma in molti luoghi dove le comunità ebraiche si erano stabilite, talvolta da secoli, esse finirono per essere espulse o marginalizzate. Anche nel Sud Italia vi furono insediamenti importanti: a Reggio Calabria, intorno al Quattrocento, gli ebrei portarono contributi culturali e tecnici di rilievo.
È noto che la prima Bibbia a stampa fu realizzata a Magonza, in Germania, grazie all’invenzione dei caratteri mobili. Tuttavia, nel 1475, proprio a Reggio Calabria venne stampato un commento al Pentateuco utilizzando per la prima volta al mondo caratteri ebraici: un risultato significativo, dovuto non a iniziative locali isolate, ma al patrimonio culturale e alle competenze delle comunità ebraiche presenti sul territorio.
Anche a Cosenza si insediò una comunità ebraica numerosa e tutt’altro che marginale. Non si trattava di presenze episodiche, ma di un gruppo stabile, radicato nel tessuto economico e sociale della città già in epoca medievale, con una propria “giudecca”, cioè un quartiere ben definito. Nel cuore della città antica, nell’area dell’attuale Piazza Telesio, dove oggi sorgono il Palazzo della Provincia, il Teatro Rendano e l’Accademia Cosentina, la tradizione colloca la sinagoga. Non tutti gli storici concordano sull’esatta ubicazione, ma il punto non cambia la sostanza: lì, o comunque in quell’area, esisteva un centro vitale della comunità ebraica cosentina, poi cancellato.
E cancellato non è un termine scelto a caso. Come in molte altre città del Mezzogiorno, anche a Cosenza la presenza ebraica non si esaurì spontaneamente, ma fu interrotta con la forza, quando nel XVI secolo gli ebrei vennero espulsi dal Regno di Napoli. Sinagoghe trasformate, spazi rioccupati, tracce progressivamente rimosse.
Resta allora una domanda scomoda: quanta parte della nostra storia urbana è stata semplicemente sovrascritta, senza lasciare memoria visibile? Perché sotto edifici che oggi consideriamo “nostri”, si nascondono spesso storie diverse, meno raccontate e forse meno comode.
La vicenda di Cosenza non è un’eccezione, ma un esempio emblematico di una realtà più ampia: comunità presenti per secoli, integrate e produttive, che a un certo punto diventano improvvisamente estranee, indesiderate, e infine eliminate dal paesaggio umano e urbano.
A questa diffidenza contribuiva anche la percezione, spesso semplificata o fraintesa, dell’idea ebraica di “popolo eletto”, che dall’esterno poteva apparire come un segno di superiorità, mentre nella tradizione religiosa indicava soprattutto un vincolo e una responsabilità.
Particolarmente emblematica è la vicenda delle comunità ebraiche nella penisola iberica. In Spagna e in Portogallo, tra la fine del Quattrocento e il secolo successivo, migliaia di ebrei furono messi di fronte a una scelta brutale: conversione o espulsione. Molti pagarono con la vita il rifiuto di abiurare, altri si convertirono solo formalmente, vivendo poi sotto il sospetto costante dell’Inquisizione. Intere comunità vennero sradicate e disperse.
Una parte di questi esuli trovò rifugio nei Paesi Bassi, dove il clima era relativamente più tollerante. Ma anche lì la libertà aveva dei limiti.Lo dimostra la vicenda di Baruch Spinoza, figlio di ebrei sefarditi fuggiti dalla penisola iberica. Proprio ad Amsterdam, città simbolo di apertura, Spinoza venne colpito da una scomunica durissima dalla stessa comunità ebraica a cui apparteneva.
Il motivo? Aver osato pensare. Aver messo in discussione l’interpretazione tradizionale delle Scritture, aver proposto una visione di Dio e della religione fondata sulla ragione e non sull’autorità. E qui emerge una contraddizione che attraversa tutta questa storia: comunità perseguitate per secoli che, una volta trovata una relativa stabilità, possono a loro volta diventare rigide e intolleranti verso il dissenso interno.
Spinoza pagò l’isolamento, ma lasciò un’eredità immensa. Oggi il suo pensiero è considerato tra i più lucidi e moderni della filosofia occidentale. Ed è difficile non vedere in lui un simbolo: quello di chi, in ogni epoca, paga il prezzo più alto per la libertà di pensiero. Per questo, più che consigliarne la lettura, bisognerebbe quasi pretenderla: soprattutto dai giovani, troppo spesso educati ad accettare verità già confezionate invece che a metterle in discussione.
E si torna così al punto di partenza. Alle immagini che arrivano da Gaza, dalla Cisgiordania, dal Libano: città devastate, civili uccisi, comunità intere colpite senza distinzione. Tra queste, negli ultimi giorni, anche realtà cristiane, con sacerdoti uccisi e luoghi di culto presi di mira. Segni che dovrebbero interrogare chiunque, al di là delle appartenenze.
In questo contesto risuonano le parole del vescovo siriaco cattolico Nassif, che ha richiamato con forza un principio tanto semplice quanto dimenticato: nessuna sofferenza subita può diventare giustificazione per infliggerne altra, soprattutto a innocenti.
Ed è qui che la storia, quella lunga che abbiamo attraversato, torna a farsi domanda. Le persecuzioni, le espulsioni, le umiliazioni patite nei secoli dagli ebrei, in quanto comunità religiosa dispersa nel mondo, rappresentano una delle pagine più oscure della storia europea. Nessuno può negarlo, nessuno dovrebbe mai dimenticarlo.
Ma proprio per questo, la domanda diventa inevitabile e scomoda:
può il dolore del passato trasformarsi in licenza morale per il presente?
Può la memoria delle vittime diventare scudo per colpire altri innocenti?
Confondere storia, religione e politica, è pericoloso. Così come è pericoloso identificare un intero popolo con le scelte di uno Stato, o viceversa. Ma altrettanto pericoloso è tacere, o giustificare, quando la forza si abbatte su chi forza non ne ha.
La storia insegna, a chi vuole ascoltarla, che ogni volta che si accetta l’idea che esistano vite più sacrificabili di altre, si apre una frattura destinata ad allargarsi. E allora il punto non è scegliere da che parte stare per appartenenza o per riflesso ideologico. Il punto è più semplice, e più difficile:
stare dalla parte delle vittime, sempre. Perché il contrario, la storia lo ha già dimostrato troppe volte, non porta mai giustizia. Solo altra tragedia.
Antonio Michele Cavallaro
Libero pensatore
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Per gli amici di lingua tedesca:
Wenn Erinnerung nicht ausreicht. Von der Geschichte der Verfolgungen zum aktuellen Konflikt im Nahen Osten
Israel setzt seine militärischen Operationen fort – mit Auswirkungen, die wiederholt auch die Zivilbevölkerung betreffen. Die Frage nach Ziel und Perspektive bleibt offen: Geht es primär um Sicherheit, um Kontrolle oder um eine längerfristige territoriale Neuordnung in einer Region, deren historische Entwicklung komplex ist.
Das betreffende Gebiet war nie unbewohnt. Im Verlauf des 20. Jahrhunderts wurde es schrittweise zum Ort der Staatsgründung Israels – auch als späte Reaktion auf die Verfolgung der jüdischen Bevölkerung in Europa, die im Holocaust bzw. im nationalsozialistischen Völkermord kulminierte. Dieses Ereignis hat das politische Selbstverständnis Europas nachhaltig geprägt und führte bereits zuvor dazu, dass mehrere Staaten – darunter auch die damalige Sowjetunion – die Schaffung eines jüdischen Staates in Palästina unterstützten.
Gleichzeitig lebte dort seit Jahrhunderten eine ansässige Bevölkerung: die Palästinenser. Im Zuge politischer Entwicklungen, wachsender Spannungen und wiederholter Konflikte sahen sie sich zunehmend gezwungen, Land und Rechte aufzugeben – häufig ohne echte Mitsprache.
Ein Punkt, der im öffentlichen Diskurs oft verkürzt dargestellt wird, betrifft das Judentum selbst. Es handelt sich in erster Linie um eine Religion und nicht um eine Ethnie im engeren Sinn. In diese Tradition gehört auch die historische Figur Jesu. Nach der Zerstörung Jerusalems im Jahr 70 n. Chr. und mit der Ausbreitung des Christentums entstand eine weitreichende Diaspora, in der sich jüdische Gemeinschaften in zahlreichen Regionen Europas und des Mittelmeerraums etablierten.
Auch in Rom ist eine jüdische Präsenz seit dem 2. Jahrhundert v. Chr. belegt. Zunächst vor allem im Handel tätig, entwickelte sich unter Augustus eine strukturierte Gemeinschaft mit eigenen religiösen Einrichtungen, trotz wiederkehrender Spannungen mit den Behörden. Wichtige Siedlungsschwerpunkte lagen entlang des Tibers.
Im Verlauf der Jahrhunderte waren jüdische Gemeinschaften insbesondere im Handel und im Finanzwesen aktiv. Der damit verbundene wirtschaftliche Erfolg und die ausgeprägte kulturelle Identität führten jedoch auch zu Vorbehalten und Ablehnung in den jeweiligen Gesellschaften.
Diese Spannungen verschärften sich in Teilen Europas und führten zu Einschränkungen bis hin zu räumlicher Segregation. Ein bekanntes Beispiel ist Venedig, wo im 16. Jahrhundert ein abgegrenztes Wohngebiet für Juden eingerichtet wurde – das sogenannte „Gheto“, ursprünglich die Bezeichnung für eine Giesserei. Daraus entwickelte sich der Begriff „Ghetto“, der international verbreitet ist.
Auffällig ist, dass dieser Begriff – einer der wenigen aus dem Italienischen, die unverändert übernommen wurden – gerade eine Form der Ausgrenzung bezeichnet. In vielen Regionen Europas wurden jüdische Gemeinschaften, die über lange Zeit integriert waren, später verdrängt oder ausgeschlossen. Auch in Süditalien gab es bedeutende jüdische Zentren, etwa in Reggio Calabria, wo im 15. Jahrhundert wichtige kulturelle Beiträge entstanden.
Während die erste gedruckte Bibel in Mainz entstand, wurde 1475 in Reggio Calabria ein Kommentar zum Pentateuch mit hebräischen Schriftzeichen gedruckt – ein frühes und bedeutendes Beispiel für den Beitrag jüdischer Gelehrter zur Druckkultur.
Auch in Cosenza bestand im Mittelalter eine etablierte jüdische Gemeinschaft mit eigenem Quartier, der „Giudecca“. Im Bereich der heutigen Piazza Telesio wird traditionell die Synagoge verortet. Auch wenn der genaue Standort nicht eindeutig geklärt ist, gilt als gesichert, dass sich dort ein wichtiges Zentrum jüdischen Lebens befand.
Diese Präsenz endete jedoch nicht freiwillig. Im 16. Jahrhundert wurden die Juden aus dem Königreich Neapel vertrieben. In der Folge wurden religiöse Gebäude umgenutzt, Quartiere verändert und Spuren der jüdischen Kultur weitgehend entfernt.
Daraus ergibt sich eine grundlegende Frage: In welchem Ausmass ist unsere heutige städtische Realität das Ergebnis von Überlagerungen, bei denen frühere Lebenswelten unsichtbar geworden sind? Unter bestehenden Strukturen liegen oft Geschichten, die kaum mehr präsent sind.
Das Beispiel Cosenza steht stellvertretend für eine breitere Entwicklung: Gemeinschaften, die über lange Zeit Teil der Gesellschaft waren, wurden unter veränderten politischen und sozialen Bedingungen ausgegrenzt und verdrängt.
Zur Entstehung solcher Spannungen trug auch das häufig missverstandene Konzept des „auserwählten Volkes“ bei. Während es innerhalb der religiösen Tradition Verantwortung und Bindung bedeutet, wurde es von aussen nicht selten als Ausdruck von Abgrenzung interpretiert.
Ein weiteres prägnantes Beispiel bietet die Iberische Halbinsel. In Spanien und Portugal wurden Juden zwischen dem späten 15. und dem 16. Jahrhundert vor die Wahl gestellt: Konversion oder Vertreibung. Viele verloren ihr Leben, andere konvertierten formell und lebten unter dem Druck der Inquisition. Ganze Gemeinschaften wurden aufgelöst.
Ein Teil dieser Menschen fand Zuflucht in den Niederlanden, wo vergleichsweise grössere religiöse Toleranz herrschte. Dennoch blieb auch dort die Freiheit begrenzt. Dies zeigt sich am Beispiel des Philosophen Baruch Spinoza, der in Amsterdam von seiner eigenen Gemeinschaft ausgeschlossen wurde.
Sein Ansatz, religiöse Texte kritisch zu hinterfragen und Glauben auf rationaler Grundlage zu interpretieren, wurde als unvereinbar mit der Tradition angesehen. Sein Ausschluss verdeutlicht, dass auch innerhalb von Gemeinschaften Spannungen zwischen Tradition und individueller Freiheit bestehen können.
Heute gilt Spinoza als einer der bedeutenden Denker der europäischen Philosophie. Sein Werk steht für die Bedeutung kritischen Denkens und intellektueller Unabhängigkeit.
Vor diesem Hintergrund richtet sich der Blick erneut auf die Gegenwart. Berichte aus Gaza, dem Westjordanland und dem Libanon zeigen Zerstörung, zivile Opfer und anhaltende Gewalt. In jüngster Zeit waren auch religiöse Einrichtungen betroffen, darunter christliche Gemeinschaften.
In diesem Zusammenhang erinnert der syrisch-katholische Bischof Nassif an einen grundlegenden Grundsatz: Erlebtes Leid darf nicht zur Rechtfertigung dafür werden, anderen Leid zuzufügen – insbesondere nicht Unbeteiligten.
Damit stellt sich eine zentrale Frage:
Kann historisches Leid als moralische Legitimation für gegenwärtiges Handeln dienen?
Oder anders formuliert: Darf die Erinnerung an vergangene Opfer dazu führen, neues Unrecht zu rechtfertigen?
Die Vermischung von Geschichte, Religion und Politik ist problematisch. Ebenso problematisch ist es, ganze Bevölkerungsgruppen mit staatlichen Entscheidungen gleichzusetzen. Gleichzeitig bleibt es schwierig, angesichts von Gewalt neutral zu bleiben.
Die Geschichte zeigt, dass die Vorstellung, bestimmte Leben seien weniger schützenswert als andere, langfristig zu weiterer Eskalation führt. Daraus ergibt sich eine anspruchsvolle, aber grundlegende Haltung:
die Perspektive der Opfer einzunehmen.
Denn die Alternative hat sich historisch wiederholt als folgenreich erwiesen – nicht im Sinne von Gerechtigkeit, sondern in Form weiterer Gewalt.
Antonio Michele Cavallaro
Freier Denker






