Henry Kissinger morì nel novembre del 2023, a cento anni compiuti, ma anche dopo a sua scomparsa le sue “profezie” sono ancora attuali. Il testo che oggi torna a far discutere non è recente. Risale addirittura al 2014, quando Kissinger pubblicò sul Washington Post un articolo dal titolo emblematico: “Per risolvere la crisi ucraina, si cominci dalla fine”. Dopo l’invasione russa del 2022, quelle parole sono tornate improvvisamente d’attualità, condivise e commentate come se fossero una profezia rimasta inascoltata.
Il cuore del ragionamento kissingeriano era semplice, almeno in apparenza:
Ucraina legata economicamente e politicamente all’Europa; nessun ingresso nella Nato; neutralità sul modello finlandese.
Secondo Kissinger, Kiev avrebbe dovuto trasformarsi in un ponte tra Est e Ovest, non nell’avamposto di uno schieramento contro l’altro. La famosa “finlandizzazione” significava proprio questo: indipendenza piena, cooperazione con l’Occidente, ma senza provocare direttamente Mosca sul piano militare.
A distanza di anni, impressiona quanto quelle riflessioni continuino ad alimentare il dibattito internazionale. Kissinger sosteneva che per la Russia l’Ucraina non sarebbe mai stata “un semplice paese straniero”, richiamando legami storici, religiosi e culturali profondissimi. Allo stesso tempo avvertiva Mosca che tentare di trasformare l’Ucraina in uno Stato satellite avrebbe inevitabilmente riaperto il conflitto permanente con Europa e Stati Uniti.
Ma forse la frase che più colpisce ancora oggi è un’altra: “La demonizzazione di Vladimir Putin non è una politica; è un alibi per l’assenza di una politica”. Una considerazione che molti hanno interpretato come una critica diretta all’approccio occidentale, spesso più morale che strategico.
Non sorprende quindi che alcune voci del mondo accademico e politico abbiano rivalutato quelle tesi. Il politologo Piero Ignazi ha sostenuto che trascinare l’Ucraina in un confronto permanente tra Est e Ovest avrebbe compromesso per decenni qualsiasi possibilità di integrazione cooperativa della Russia nel sistema internazionale. Una lettura che mette in discussione la convinzione, molto diffusa in Europa e negli Stati Uniti, secondo cui l’espansione della Nato fosse di per sé un processo inevitabile e privo di conseguenze geopolitiche.
E qui emerge il grande paradosso. Kissinger, simbolo per decenni dell’imperialismo americano contestato dalle sinistre di mezzo mondo, è stato improvvisamente citato proprio da ambienti pacifisti e critici verso l’Occidente. Una trasformazione quasi ironica per un uomo accusato, per tutta la vita, di cinismo e spregiudicatezza.
Naturalmente non tutti condividono questa rilettura. Lo storico Mario Del Pero ha contestato duramente quella che definisce la “presunta profezia kissingeriana”. Secondo Del Pero, Kissinger ragionava attraverso categorie troppo rigide, quasi essenzialiste, incapaci di comprendere l’evoluzione dell’identità nazionale ucraina. L’errore di fondo sarebbe stato considerare le regioni russofone automaticamente filorusse, ignorando come proprio la guerra abbia contribuito a rafforzare un’identità nazionale ucraina autonoma e sempre più distante da Mosca.
Anche la questione Nato divide profondamente gli analisti. Per Kissinger, l’allargamento dell’Alleanza rappresentava una delle cause della crisi. Per altri, invece, attribuire responsabilità all’Occidente significa offrire a Putin una giustificazione geopolitica che non può esistere davanti a un’aggressione militare.
Eppure, nonostante le critiche, alcune idee continuano a riemergere ostinatamente nei tentativi di immaginare una pace futura:
Ucraina integrata nell’Unione Europea; neutralità militare; garanzie reciproche per Russia e Occidente.
Lo stesso Franco Venturini ha rilanciato recentemente uno schema molto vicino a quello ipotizzato anni prima da Kissinger: Kiev dentro l’Europa, ma fuori dalla Nato, in cambio di un accordo negoziale stabile.
Naturalmente resta il nodo più difficile: i confini, il Donbass, la Crimea, le ferite di una guerra che ha radicalizzato ogni posizione e reso molto più complicato qualsiasi compromesso.
Forse è proprio questo il motivo per cui Kissinger continua ancora oggi a far discutere. Non perché avesse necessariamente ragione su tutto, ma perché costringeva tutti — amici e nemici — a confrontarsi con una domanda scomoda: nelle relazioni internazionali contano di più i principi o gli equilibri di forza?
Una domanda antica quanto la storia e tremendamente attuale.
(Contributo inviato da un nostro lettore)






