Nel IV secolo a.C., il grande commediografo ateniese Aristofane scrisse la commedia Pluto, rappresentata nel 388 a.C. durante le Lenee, festività invernali dedicate a Dioniso. Lo spunto per alcune mie riflessioni su quest’opera mi è venuto da un post comparso casualmente sotto i miei occhi, pubblicato su Facebook da un conoscente.
Nella mia biblioteca possiedo ancora il volume con il testo in greco classico a fronte della traduzione italiana, parte di una raccolta di classici greci acquistata molti anni fa, quando facevo anche il libraio in Svizzera. Oggi non sono in molti ad appassionarsi agli autori dell’età classica greca; eppure in quelle opere si trovano richiami straordinari alla realtà contemporanea.
Il protagonista della commedia di Aristofane è un poveraccio al quale nulla va per il verso giusto: un certo Cremilo, uomo onesto, rispettoso delle leggi e delle autorità costituite, gran lavoratore che però riesce a malapena a sbarcare il lunario. Preoccupato per il futuro dell’unico figlio, decide di consultare l’oracolo di Delfi per sapere se esista una possibilità di uscire dalla miseria.
La risposta dell’oracolo è una di quelle tipiche: dice e non dice. Comunque sia, Cremilo viene invitato a seguire la prima persona che incontrerà uscendo dal tempio.
Cremilo, credulone e pio — come spesso accade a chi ripone una fede assoluta in religioni e dogmi di ogni genere — appena esce incontra un vecchio cieco che avanza brancolando nel buio. Lo segue e scopre che quel tizio male in arnese è proprio Pluto, il dio della ricchezza, il quale, a causa della sua cecità, distribuisce beni e fortuna senza distinguere tra persone virtuose e disoneste: così i corrotti prosperano, mentre gli onesti restano poveri.
Cremilo decide allora di guarire Pluto portandolo al santuario di Asclepio. Una volta riacquistata la vista, il dio inizia a concedere ricchezza soltanto ai giusti.
Ma ecco il colpo di scena: a lamentarsi di questo cambiamento compare Penìa, la Povertà, che difende il proprio ruolo sostenendo che senza bisogno non esisterebbero lavoro, arti, mestieri e progresso.
La lezione di Aristofane è valida ancora oggi, forse più di quanto lo fosse 2400 anni fa.
Se i poveri diventano benestanti, chi viveva sfruttando gli altri perde privilegi; professionisti dell’inganno, imbonitori ed ecclesiastici che prosperavano grazie alla miseria o alla superstizione, si lamentano. E allora emerge il dubbio: se tutti diventassero ricchi, chi lavorerebbe?
Se per magia si instaurasse un nuovo ordine fondato su una distribuzione più equa della ricchezza, non si rischierebbe forse di produrre nuovi squilibri?
E non vi sembra che il mondo di oggi sia fondato sul mantenimento di uno stato permanente di scarsità, alimentato dall’aumento continuo dei bisogni indotti da un consumismo portato all’estremo?
La meritocrazia, la ricchezza, la disuguaglianza: i temi affrontati da Aristofane coincidono sorprendentemente con quelli odierni. Passano i millenni, ma i problemi di fondo restano immutati.
La tanto conclamata democrazia offre ormai tante “versioni” differenti che diventa difficile capire quale sistema cosiddetto democratico sia davvero il più adatto a consentire una maggiore equità nella distribuzione della ricchezza.
Purtroppo, la funzione della povertà nella società sembra ancora basilare affinché i privilegiati — speculatori, politici, ricchi a vario titolo — possano continuare indisturbati a fare i propri interessi.
Mi torna in mente una massima, della quale però non ricordo l’autore: "è più facile prendere cento lire ai poveri che un milione a un ricco", o come diceva Vasco Pratolini (questa la ricordo) "È più facile prendere ai poveri perché hanno poco, ma sono in tanti".
Ecco allora che gli aumenti quotidiani dei beni di prima necessità gravano molto di più sui meno abbienti, costretti a produrre sempre di più per poterli acquistare, contribuendo così ad arricchire ulteriormente chi quei beni li produce.
Aristofane, molto probabilmente, non voleva offrire una soluzione, ma soltanto ricordarci che ogni società costruisce il proprio equilibrio anche attraverso le sue disuguaglianze. La vera domanda, allora, è un’altra: quanta povertà siamo disposti ad accettare perché il sistema continui a funzionare?
Mi torna alla mente la metafora della rana immersa nell’acqua tiepida: finché il calore aumenta lentamente, continua ad adattarsi senza percepire il pericolo; quando l’acqua arriva a bollire, non ha più la forza di reagire e finisce lessata.
Ho l’impressione che l’acqua, oggi, sia già diventata molto calda. Vogliamo davvero aspettare che inizi a bollire?
Tonino Cavallaro
(Pensieri all'alba)
PS: Riflettendo sulle osservazioni nate dal mio scritto su Aristofane e sul Pluto, mi accorgo che la domanda iniziale forse andrebbe ampliata.
Non basta chiederci se una società perfettamente equa sia possibile o se ogni equilibrio richieda inevitabilmente una quota di disuguaglianza. Occorre domandarsi anche quale uomo immaginiamo all’interno di quella società.
Un amico osservava che l’essere umano, pur straordinario nel progresso tecnico e scientifico, continua a distruggere il ramo sul quale è seduto. Forse perché fatica ad accettare il limite, la propria ignoranza, la responsabilità verso sé stesso, gli altri e l’ambiente che lo sostiene. La paura, che dovrebbe renderci prudenti, spesso ci spinge invece a costruire nuovi idoli: potere, ricchezza, consumo, appartenenze.
Un altro amico richiamava invece il valore delle differenze: talenti diversi, capacità diverse, contributi diversi. Una società completamente uniforme rischierebbe di negare proprio quella pluralità che alimenta il progresso. La meritocrazia, almeno nel suo significato più nobile, dovrebbe servire a riconoscere e valorizzare le capacità di ciascuno, non a trasformarsi in giustificazione permanente dei privilegi.
Forse il punto di incontro tra queste riflessioni è questo: le disuguaglianze diventano distruttive quando cessano di premiare capacità e responsabilità, e iniziano invece a perpetuare rendite, paure e dipendenze.
Aristofane, con la sua ironia, probabilmente ci direbbe che nessun sistema elimina per sempre le contraddizioni umane. Cambiano i nomi: ieri il dio Pluto cieco, oggi il mercato, la finanza, il consumismo o le ideologie. Ma la domanda resta identica dopo ventiquattro secoli:
stiamo costruendo differenze che favoriscono crescita e dignità, oppure squilibri che alimentano soltanto nuovi privilegi?
Perché una società sopravvive non quando tutti possiedono la stessa cosa, ma quando nessuno è costretto a restare indietro per permettere ad altri di restare avanti.






