Mi è capitato di leggere il post di una signora che annunciava la morte della sua cagnetta. Era un messaggio intenso, scritto con il dolore sincero di chi ha perduto una compagna di vita. Non mi ha colpito tanto la sofferenza – che rispetto – quanto il modo in cui quell'animale veniva descritto: quasi come una persona, una presenza insostituibile, il centro stesso della sua esistenza.
Da quella lettura è nata una riflessione che va oltre quel singolo episodio.
Sono cresciuto in una zona rurale. Ho conosciuto gli animali fin da bambino: galline, oche, conigli, capre, maiali, cani e gatti. Li ho osservati, accuditi e rispettati. Ho imparato a conoscere il loro carattere, le loro abitudini, persino le loro preferenze. Ho visto cani fedelissimi e gatti indipendenti, animali capaci di affetto e di sorprendente intelligenza.
Ma non ho mai dimenticato che erano animali.
Questo non significa considerarli esseri inferiori, bensì riconoscere la loro natura. Un cane non è un uomo, così come un uomo non è un cane. Ognuno appartiene a un proprio mondo, con bisogni, istinti e linguaggi diversi.
Nella civiltà contadina questo era naturale. Il cane custodiva la casa, seguiva il padrone nei campi, correva libero nei cortili e nelle campagne. Il gatto cacciava i topi, spariva per giorni e poi ritornava come se nulla fosse. Nessuno pensava di interpretarli come figli o di attribuire loro sentimenti identici ai nostri.
Oggi, soprattutto nelle città, il rapporto con gli animali è profondamente cambiato.
Sempre più spesso il cane vive in appartamento, dorme nel letto, festeggia il compleanno, indossa vestiti, viene chiamato "figlio" o "bambino". In molti casi diventa il principale, se non l'unico, punto di riferimento affettivo di persone sole.
Comprendo le ragioni di questa trasformazione. La famiglia è cambiata, la solitudine è aumentata, le relazioni umane sono spesso fragili. Un animale offre una presenza silenziosa, costante, priva di giudizi e di tradimenti. È naturale che si sviluppi un legame profondo.
Mi domando però se, qualche volta, non si finisca per amare l'animale al punto da dimenticare ciò che esso è realmente.
L'eccessiva umanizzazione rischia infatti di produrre un paradosso: crediamo di rispettare l'animale proprio mentre lo costringiamo ad adattarsi completamente al nostro modo di vivere. Un cane nasce per muoversi, esplorare, annusare, correre, instaurare rapporti con altri animali. Molti trascorrono invece gran parte della giornata chiusi tra quattro mura, aspettando l'ora della passeggiata.
Naturalmente la città impone condizioni diverse dalla campagna. Nessuno può lasciare un cane libero in mezzo al traffico. Ma questo non significa che quella condizione rappresenti il suo ambiente ideale; significa soltanto che è il compromesso che la vita urbana rende necessario.
Ricordo i miei cani che giravano liberamente nel cortile e nei campi vicini. Qualcuno, un giorno, non tornò più. Pensai che forse aveva seguito un richiamo più forte del recinto, un odore, una pista, un altro branco. Non lo vissi come un tradimento. Era, semplicemente, la sua natura.
Noi uomini tendiamo a misurare l'amore con la vicinanza. Gli animali, invece, seguono spesso leggi diverse, scritte dall'istinto prima ancora che dall'affetto.
Credo che il rispetto autentico per gli animali consista proprio in questo: voler loro bene senza pretendere che diventino esseri umani, riconoscendo il valore della loro diversità.
Forse il problema non è amare troppo gli animali. Il problema nasce quando, nel tentativo di colmare i vuoti della nostra esistenza, chiediamo loro di occupare il posto che dovrebbe appartenere alle relazioni umane.
L'animale non ha bisogno di diventare una persona per meritare il nostro affetto. Basta lasciargli essere ciò che è sempre stato: un compagno di vita, non un sostituto dell'uomo.
Ricordo un episodio che mi è rimasto impresso.
Molti anni fa una famiglia veneta trascorreva le vacanze sulle spiagge della Sibaritide. Durante una passeggiata trovò un cane randagio in condizioni pietose. Se ne innamorò all'istante. Poiché erano arrivati in aereo e non disponevano di un'auto, mi chiesero di accompagnarli da un veterinario. Lo feci volentieri.
Nei giorni successivi mi ricontattarono. Volevano portare quel cane con loro nel Veneto, ma far viaggiare un animale in aereo richiedeva certificati e documenti impossibili da ottenere in così poco tempo. Decisero allora di affrontare centinaia di chilometri con un'auto a noleggio: una parte della famiglia sarebbe rientrata in aereo, gli altri avrebbero attraversato l'Italia in macchina insieme al cane.
Mi affidarono l'organizzazione del viaggio e provvidi anche a questo.
Proprio in quei giorni, però, la cronaca raccontava un'altra storia.
In una pineta poco distante era stato ritrovato un giovane senegalese, ridotto allo stremo dalla fame e con evidenti ferite sul corpo. Fu soccorso in tempo e riuscì a salvarsi.
Quando raccontai quell'episodio ai miei interlocutori, mi aspettavo almeno una parola di partecipazione. Invece lessi nei loro volti un'espressione di distratta estraneità, quasi a dire: «E questo cosa c'entra con noi?».
Non ho mai dimenticato quella scena.
Da allora mi sono chiesto se la nostra sensibilità non stia cambiando direzione. Siamo capaci di commuoverci profondamente per un animale sofferente – e questo è certamente un segno di civiltà – ma, talvolta, sembriamo perdere la stessa capacità di emozionarci davanti alla sofferenza di un nostro simile.
Non è una gara tra chi meriti più compassione, l'uomo o l'animale. La pietà non si divide e non dovrebbe essere messa in concorrenza.
Ma quando arriviamo a investire tempo, denaro ed energie senza riserve per salvare un cane, mentre la sorte di un essere umano ci lascia quasi indifferenti, forse vale la pena fermarsi a riflettere.
L'amore per gli animali è una virtù. Diventa però una contraddizione quando cresce fino a oscurare la solidarietà verso gli uomini.
Una società davvero umana dovrebbe essere capace di entrambe le cose: rispettare gli animali senza dimenticare che, davanti al dolore, il primo dovere morale resta quello verso i propri simili.
Concludo queste mie riflessioni con un ricordo personale.
Era il 1967. Ero arrivato da poco in Svizzera, in una cittadina della parte tedesca. Non avevo ancora un lavoro stabile e, come facevano molti italiani appena emigrati, nel tardo pomeriggio mi recavo nei pressi della stazione ferroviaria. Lì si incontravano i connazionali, ci si scambiavano notizie, consigli e, soprattutto, qualche indicazione utile per trovare un'occupazione.
Percorrendo il viale che conduceva alla stazione, vidi un vecchio inginocchiato davanti a una fontanella.
Indossava un cappotto logoro. Dal sopracciglio gli colava copiosamente il sangue e, con l'acqua della fontana, cercava inutilmente di lavarsi e fermare l'emorragia. Bastava uno sguardo per capire che era completamente ubriaco.
La cosa che più mi colpì, però, non fu il suo stato.
Fu l'indifferenza.
Decine di persone gli passavano accanto. Lo vedevano. Rallentavano appena lo sguardo e tiravano diritto, come se quell'uomo non esistesse. Rimasi qualche istante a osservare quella scena. Poi mi avvicinai. Nella tasca avevo, come mi avevano insegnato in famiglia, un fazzoletto di stoffa. Lo tirai fuori e cercai di tamponargli la ferita. Non fu semplice. L'odore dell'alcol era fortissimo e l'uomo faticava persino a stare in piedi.
Nel frattempo arrivarono due connazionali conosciuti da poco. Parlavano qualche parola di tedesco. Insieme riuscimmo a convincere il personale della vicina stazione a intervenire. Finalmente qualcuno prese in carico quel povero vecchio.
Non ho mai saputo chi fosse, né quale sia stato il suo destino. Quello che non ho mai dimenticato è il silenzio di tutte quelle persone che gli passarono accanto senza fermarsi.
Ogni volta che oggi sento parlare di sensibilità, di empatia, di amore universale, quel ricordo riaffiora nella mia memoria. Amare un animale è una cosa bella. Prendersene cura è segno di civiltà. Ma la misura della nostra umanità continua a rivelarsi soprattutto nel modo in cui sappiamo comportarci davanti alla sofferenza di un altro essere umano, anche quando è sporco, ubriaco, emarginato o sconosciuto.
Gli animali meritano rispetto. Gli uomini, forse, non lo meritano di meno.
Tonino Cavallaro
Osservatore non distratto






