Nota della Redazione
Per agevolare i lettori che non hanno seguito la vicenda, riepiloghiamo brevemente i fatti che fanno da sfondo alla riflessione proposta nell'articolo che segue.
Nell'aprile del 2021, a Grinzane Cavour (Cuneo), il gioielliere Mario Roggero reagì a una rapina nel proprio esercizio commerciale. Dopo aver messo in fuga i tre malviventi, uscì dal negozio e sparò diversi colpi di pistola, uccidendo due rapinatori e ferendone gravemente un terzo.
Fin dall'inizio il caso suscitò un acceso dibattito nazionale sul tema della legittima difesa, dividendo l'opinione pubblica tra chi considerava Roggero una vittima costretta a difendersi e chi riteneva che l'uso delle armi fosse avvenuto quando il pericolo immediato era ormai cessato.
L'iter giudiziario si è concluso con la condanna definitiva di Mario Roggero per omicidio e tentato omicidio, avendo i giudici escluso che ricorressero, in quel momento, i presupposti della legittima difesa previsti dalla legge.
L'articolo che segue prende spunto da questa vicenda per sviluppare una riflessione sul rapporto tra giustizia, politica e coerenza delle istituzioni nel dibattito pubblico.
Il caso Roggero e il dovere della coerenza
Di Teresa Palopoli
La coerenza è una virtù rara. Proprio per questo dovrebbe essere il primo criterio con cui giudicare la politica, soprattutto quando incontra la cronaca. È in quel punto, infatti, che il dolore rischia di essere piegato alla ricerca del consenso e la complessità ridotta alla semplicità rassicurante degli slogan. Ogni volta che una tragedia entra nel dibattito pubblico, il confine tra cronaca e politica si fa più sottile. I fatti non sono più soltanto oggetto di accertamento, ma diventano il terreno sul quale si confrontano idee diverse di giustizia, sicurezza e ruolo dello Stato. È un passaggio naturale in una democrazia. Ciò che non dovrebbe accadere, però, è che la ricerca del consenso prevalga sulla coerenza.
Il caso Roggero è stato richiamato nel dibattito sulla legittima difesa come esempio di una normativa che, secondo alcuni, continua a non offrire una tutela sufficiente a chi reagisce a un’aggressione. Vale però la pena ricordare che l’attuale disciplina deriva anche dalla riforma del 2019, fortemente sostenuta dalla Lega e presentata allora come un intervento significativo in materia. Se oggi quella disciplina viene ritenuta non adeguata ad affrontare casi come questo, è legittimo interrogarsi anche sulla responsabilità politica di chi quella riforma l’ha proposta, sostenuta e successivamente rivendicata.
Al tempo stesso, è doveroso ricordare che il diritto non procede per slogan. Le sentenze derivano dall’accertamento dei fatti, dalla valutazione delle circostanze concrete e dall’applicazione delle norme vigenti da parte dei giudici. Per questo una decisione giudiziaria può essere criticata e discussa, ma non può essere ridotta a uno strumento di contrapposizione politica. Esiste, altresì, un piano che il diritto, da solo, non esaurisce e cioè quello della coscienza. Chi sceglie di richiamarsi pubblicamente a una tradizione morale e religiosa accetta anche che le proprie parole e le proprie scelte siano valutate alla luce dei principi che richiama. Per questo è legittimo interrogarsi sulla coerenza della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che più volte si è definita “donna, madre, cristiana”, quando, all’indomani della sentenza definitiva sul caso Roggero, è intervenuta pubblicamente sul tema della legittima difesa con un messaggio diffuso sui propri canali istituzionali e social.
Non è una questione di fede, né un giudizio sulle convinzioni personali. È una riflessione politica sulla coerenza tra i valori che si affermano pubblicamente e il modo in cui si sceglie di intervenire nel dibattito. Resta, infine, una riflessione sul modo in cui la memoria pubblica seleziona ciò che ricorda. Alcune vicende rimangono a lungo al centro dell’attenzione, altre scompaiono rapidamente. Le ragioni possono essere molteplici. Ma una domanda rimane ed è questa…il valore di una vittima dipende dall’attenzione che continua a ricevere oppure è identico per tutti?
Se la risposta è la seconda, allora anche il linguaggio della politica dovrebbe riflettere questo principio, riservando la stessa misura e lo stesso rispetto a ogni vicenda, senza distinguere tra tragedie che occupano il centro della scena e tragedie che vengono presto dimenticate. La critica politica non consiste nel negare il diritto di esprimere un’opinione. Consiste nel chiedere che le opinioni siano coerenti con le responsabilità istituzionali e con i valori che pubblicamente si dichiarano. La maturità di una democrazia non si misura dalla capacità di costruire un simbolo o di individuare un avversario. Si misura dalla coerenza con cui applica i propri principi, dalla responsabilità con cui esercita il potere e dal rispetto che riserva a ogni vita umana e alle decisioni della giustizia, anche quando suscitano dissenso.
Le sentenze possono essere criticate. Le leggi possono essere cambiate. È il normale esercizio della democrazia. Ciò che non dovrebbe mai cambiare, invece, è il dovere della coerenza. Perché quando la coerenza cede il passo alla convenienza, non si impoverisce soltanto il dibattito pubblico ma si incrina il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni. E una democrazia può sopravvivere al dissenso; difficilmente sopravvive alla perdita di fiducia.
Come stanno i componenti della famiglia che viveva nel bosco? Perché, quando i riflettori si spengono, restano le persone. Ed è proprio allora che la politica dimostra se è davvero all’altezza delle responsabilità che rivendica.






