Ancora una volta il fuoco avanza dalle colline di Cassano fino alle montagne del Pollino. Ancora una volta il cielo si oscura per il fumo, gli animali fuggono, ettari di bosco vengono divorati dalle fiamme e le comunità vivono con l'angoscia di vedere il fuoco avvicinarsi alle proprie case.
Davanti a queste immagini il primo sentimento non può che essere quello della gratitudine verso chi, con coraggio e professionalità, sta affrontando un nemico difficile da domare. Vigili del Fuoco, Protezione Civile, Calabria Verde, Carabinieri Forestali, Polizia municipale, volontari, piloti dei Canadair e degli elicotteri stanno compiendo uno sforzo straordinario. A loro va il grazie sincero di tutti noi.
Le riflessioni che seguono nascono anche dai tanti comunicati che in questi giorni si sono rincorsi da ogni parte politica. Troppo spesso prevalgono le polemiche, le accuse reciproche o l'autocompiacimento per quanto fatto, mentre resta sullo sfondo ciò che davvero conta: avanzare proposte serie, condivise e concretamente realizzabili per prevenire e affrontare una tragedia che, puntualmente, si ripresenta ogni estate.
È un copione che si ripete da troppi anni. Arrivano il caldo e il vento, scoppiano gli incendi, si contano i danni, si invocano aiuti, si ringraziano i soccorritori e, con le prime piogge, il problema sembra scomparire. Fino all'anno successivo.
Il Pollino non è soltanto un bosco. È uno dei simboli identitari della Calabria, un patrimonio naturale che ha accompagnato per secoli la storia delle popolazioni dell'intero comprensorio.
Oggi quella montagna è molto più sola. Lo spopolamento delle aree interne e l'abbandono delle attività tradizionali hanno lasciato vaste zone prive di quel presidio umano che per secoli ha rappresentato la migliore difesa del territorio.
Le parole del vescovo di Cassano allo Ionio, mons. Francesco Savino, meritano una riflessione profonda. Quando afferma che «le alte temperature sono la miccia, ma non la mano che accende il fuoco», ci invita a guardare oltre la cronaca. Il cambiamento climatico rende gli incendi più devastanti, ma non basta a spiegare ciò che accade. Il vero problema è la prevenzione insufficiente, la manutenzione spesso carente del patrimonio boschivo e la progressiva perdita di attenzione verso il territorio.
Occorre investire molto di più durante tutto l'anno: pulizia del sottobosco, manutenzione delle piste forestali, realizzazione e controllo delle fasce tagliafuoco, monitoraggio continuo delle aree più vulnerabili, educazione ambientale e valorizzazione della presenza dell'uomo nelle zone montane. Prevenire costa meno che spegnere e, soprattutto, evita di perdere un patrimonio naturale che impiega decenni per ricostituirsi.
C'è poi una constatazione che non possiamo tralasciare.
Ogni volta che migliaia di ettari di bosco vengono distrutti si torna a parlare genericamente del "piromane", quasi che tutto possa essere ricondotto all'azione di uno squilibrato o di un semplice amante del fuoco. È certamente una possibilità e, quando viene accertata, deve essere perseguita con la massima severità.
Ma è davvero sufficiente questa spiegazione?
Senza alimentare sospetti né formulare accuse prive di fondamento, è legittimo chiedersi se le indagini non debbano approfondire sistematicamente anche altre possibili motivazioni. La cronaca italiana ha dimostrato, in più occasioni, che dietro alcuni incendi boschivi si sono nascosti interessi economici, speculativi o criminali. Ogni episodio è diverso e solo la magistratura e le forze investigative possono accertarne le cause. Ma proprio per questo sarebbe auspicabile che nessuna pista venga esclusa a priori.
Distruggere un bosco significa colpire l'ambiente, il turismo, l'agricoltura, la zootecnia, la biodiversità e l'economia di un intero territorio.
Per questo credo sia arrivato il tempo di istituire un Comitato Permanente per la Tutela del Pollino e del Territorio Sibarita, capace di operare durante tutto l'anno e non soltanto quando il bosco è già in fiamme.
Dovrebbero farne parte il Parco Nazionale del Pollino, la Regione Calabria, i Comuni interessati, la Protezione Civile, Calabria Verde, i Carabinieri Forestali, le Università, le associazioni ambientaliste, le organizzazioni agricole e gli ordini professionali.
Ma tra questi soggetti dovrebbe trovare posto anche l'ICIRBM (Italian Conference on Integrated River Basin Management), una delle eccellenze scientifiche nate nel nostro territorio. Pur operando prevalentemente nel campo della ricerca biomedica, il suo patrimonio di competenze potrebbe rappresentare un valore aggiunto nello studio degli effetti che i grandi incendi producono sulla salute umana, sulla qualità dell'aria, sugli ecosistemi e sulla biodiversità. Oggi la tutela dell'ambiente richiede un approccio multidisciplinare nel quale ricerca scientifica, innovazione e monitoraggio ambientale procedano insieme.
Il Comitato potrebbe articolarsi in gruppi di lavoro permanenti: uno dedicato alla prevenzione operativa, uno alla ricerca scientifica, uno all'educazione ambientale e alla sensibilizzazione delle scuole, uno al monitoraggio del territorio e alla raccolta sistematica dei dati. Perché conoscere significa anche prevenire.
Il Pollino potrebbe così diventare non soltanto un'area da difendere, ma anche un laboratorio permanente di studio sui cambiamenti ambientali, sulla rigenerazione dei boschi, sulla tutela della biodiversità e sulle migliori strategie di prevenzione degli incendi.
Per questo l'appello che nasce da queste riflessioni è rivolto innanzitutto ai sindaci del comprensorio, al presidente del Parco Nazionale del Pollino, alla Regione Calabria, ai parlamentari del territorio e a tutte le forze vive della società civile.
Non lasciamo che questa proposta si perda insieme al fumo degli ultimi incendi. Mettiamo da parte i proclami di solidarietà, così come le reciproche denigrazioni che, puntualmente, arrivano dalle diverse parti politiche e che spesso lasciano il tempo che trovano. È il momento, invece, di abbandonare le contrapposizioni e di cooperare per costruire una strategia comune, stabile e condivisa. Si convochi, già nelle prossime settimane, una Conferenza del Territorio che dia vita al Comitato Permanente per la Tutela del Pollino e del Territorio della Sibaritide, coinvolgendo istituzioni, mondo della ricerca, associazioni, professionisti e cittadini. Un organismo che lavori tutto l'anno sulla prevenzione, sul monitoraggio, sulla ricerca scientifica, sull'educazione ambientale e sulla valorizzazione del nostro patrimonio naturale. Questo sarebbe il segnale più concreto che qualcosa è davvero cambiato. Perché il Pollino non appartiene a una parte politica, ma a tutti noi. E solo unendo competenze, responsabilità e volontà sarà possibile consegnare alle future generazioni un territorio più sicuro, più tutelato e più consapevole del proprio immenso valore.
Il fuoco non distingue tra maggioranza e opposizione, tra Comune e Regione, tra destra e sinistra. Neppure la tutela del Pollino dovrebbe farlo.
Se da questa drammatica estate nascerà una nuova consapevolezza, allora il sacrificio di migliaia di ettari di bosco non sarà stato del tutto vano. Se invece, spento l'ultimo focolaio, torneremo tutti al silenzio, potremo già prevedere il titolo dei giornali della prossima estate. E sarebbe la sconfitta più grave.
In chiusura desidero rivolgere un pensiero di solidarietà ai cittadini di Cassano, che in questi giorni hanno vissuto momenti di autentica paura vedendo il fuoco avvicinarsi alle abitazioni e minacciare un territorio già duramente provato.
Un riconoscimento va anche al sindaco Gianpaolo Iacobini e all'intera amministrazione comunale, che dall'inizio del mandato si sono trovati ad affrontare calamità di eccezionale gravità: prima l'alluvione del Crati e, oggi, la drammatica emergenza degli incendi che hanno circondato il paese e lambito diverse zone abitate.
Al di là delle legittime differenze di opinione politica, è giusto riconoscere la presenza costante del sindaco sui luoghi dell'emergenza, accanto ai cittadini, ai volontari e a quanti erano impegnati nelle operazioni di soccorso. Una presenza che non è passata inosservata e che dovrebbe indurre tutti a maggiore equilibrio nei giudizi, soprattutto quando si è chiamati a fronteggiare eventi straordinari che mettono a dura prova un'intera comunità.
Le emergenze non hanno colore politico. In quei momenti ciò che conta davvero è esserci, assumersi le proprie responsabilità e lavorare, insieme, nell'interesse della collettività.
Antonio Michele Cavallaro






