Non avrei voluto tornare ancora sull'argomento. Credo di aver già espresso con sufficiente chiarezza il mio pensiero sul Vinitaly ospitato nel Parco Archeologico di Sibari. Tuttavia, dopo aver letto il comunicato conclusivo, intriso di autocelebrazione, e dopo aver visto e ascoltato il cortometraggio Dove tutto è cominciato #2, ho sentito il bisogno di aggiungere qualche riflessione.
E nessuno si affretti a liquidarmi come un disfattista, perché non lo sono. Semplicemente non appartengo alla categoria di chi si entusiasma facilmente. Prima di applaudire preferisco osservare, confrontare e valutare i risultati.
Per oltre quarant'anni ho percorso in lungo e in largo la Calabria accompagnando migliaia di visitatori. Mi verrebbe da dire provenienti da ogni parte del mondo, ma basterebbero gli italiani, gli europei e i tanti figli e nipoti dei nostri emigrati d'oltreoceano, quando ancora non si parlava, con l'enfasi di oggi, di "turismo delle radici". Ho avuto il privilegio di raccontare la nostra storia, i nostri paesaggi, i nostri borghi, i nostri monumenti, le nostre tradizioni e le nostre eccellenze molto prima che diventassero oggetto di campagne promozionali.
Proprio per questo conosco bene le immense potenzialità della Calabria, ma conosco altrettanto bene le criticità che da decenni ne frenano lo sviluppo.
Nel filmato si afferma che abbiamo finalmente voltato pagina rispetto all'oikofobia, cioè al rifiuto della propria identità. Devo confessare che, oltre a complimentarmi con gli autori per aver rispolverato un termine del greco classico poco noto ai più, resto perplesso dal significato che gli viene attribuito. Se davvero essere critici significa essere "oikofobi", allora dovremmo concludere che la maggior parte dei calabresi prova disprezzo per la propria terra. Mi si perdoni la durezza dell'espressione, ma equivarrebbe a dire che la Calabria fa schifo ai calabresi.
Non è così.
E pochi, credo, possono testimoniarlo meglio di chi, come me, ha vissuto per tanti anni lontano dalla propria regione. Durante la mia lunga permanenza all'estero ho incontrato centinaia di corregionali. Da tutti ho sempre sentito parole di nostalgia, di affetto e di orgoglio per la propria terra. Nessuno ne rinnegava la bellezza. Semmai criticava chi, nel tempo, quella bellezza non ha saputo amministrarla, valorizzarla e trasformarla in opportunità di crescita.
Per questo continuo a pensare che amare la Calabria non significhi smettere di evidenziarne i problemi. Al contrario. Significa pretendere che un patrimonio straordinario, unico per storia, cultura e paesaggio, venga finalmente governato con la stessa qualità con cui oggi viene raccontato.
Quindi, dopo aver letto con attenzione il comunicato diffuso al termine del Vinitaly and the City di Sibari ed aver ascoltato il cortometraggio "Dove tutto è cominciato #2", confesso che invece dell'entusiasmo mi è rimasta una domanda:
Esultanza per cosa?
Premetto subito un'osservazione. Non contesto né la qualità del filmato né l'intenzione di valorizzare la Calabria. Dal punto di vista comunicativo il corto è ben realizzato: immagini suggestive, musica coinvolgente, ritmo cinematografico e un racconto capace di suscitare emozioni. È uno spot istituzionale costruito con professionalità.
Ma proprio perché è uno spot istituzionale, credo sia legittimo interrogarsi sul messaggio che trasmette.
Il film richiama una lunga serie di eccellenze calabresi: Luigi Lilio, il Codex Purpureus Rossanensis, Milone di Crotone, Alcmeone, i fratelli Vianeo, Mimmo Rotella, Gianni Versace, il Calabriano, il tempio di Apollo Aleo, gli Arbëreshë, la Liquirizia di Calabria e tanti altri Marcatori Identitari Distintivi.
Tutto vero. Tutto straordinario.
Ma si tratta di un patrimonio che la storia ci ha consegnato. Un'eredità immensa della quale dobbiamo essere orgogliosi, ma che non può essere automaticamente presentata come il risultato delle politiche di oggi.
Una cosa è valorizzare ciò che abbiamo ricevuto.
Un'altra è lasciare intendere che basti raccontarlo per aver risolto i problemi della Calabria.
Nel film si parla continuamente di magia, bellezza, orgoglio, consapevolezza, sorriso. Si afferma che la pagina dell'oikofobia è stata voltata e che adesso dobbiamo raccontarci soltanto attraverso la nostra bellezza.
È un messaggio suggestivo.
Ma la domanda resta inevitabile:
dopo il film, cosa cambia realmente?
La Calabria continua a perdere migliaia di giovani che cercano lavoro altrove. Molti borghi continuano a spopolarsi. La sanità resta una delle principali emergenze regionali. Le infrastrutture sono ancora insufficienti. Il patrimonio culturale e archeologico fatica spesso ad essere valorizzato come meriterebbe.
Questi problemi non scompaiono perché cambiamo il linguaggio con cui raccontiamo la nostra terra.
Anche la frase conclusiva del comunicato lascia spazio a qualche riflessione:
"Quelli che sorridono e ci credono hanno superato quelli che piangono e si lamentano. Stiamo vincendo."
È uno slogan efficace.
Ma viene spontaneo chiedersi: stiamo vincendo che cosa?
Una Regione non vince perché realizza un bel cortometraggio o organizza una manifestazione di successo.
Vince quando i suoi giovani decidono di restare.
Quando le imprese investono.
Quando gli ospedali funzionano.
Quando le infrastrutture migliorano.
Quando il turismo cresce stabilmente.
Quando il patrimonio culturale genera sviluppo e lavoro.
Solo allora si può parlare di vittoria.
Il riferimento all'oikofobia, a cui accennavo poc'anzi, cioè al rifiuto della propria identità é grave, non credo che la maggior parte dei calabresi abbia mai odiato la propria terra. Molti, semplicemente, hanno denunciato ciò che non funziona. E criticare ciò che non funziona non significa disprezzare la Calabria. Al contrario.
Spesso significa amarla abbastanza da pretendere che migliori. Chi denuncia un ospedale inefficiente, una strada interrotta o un sito archeologico trascurato non è un nemico della Calabria. È spesso uno dei suoi difensori più sinceri.
Ed è proprio parlando di archeologia che emerge, a mio avviso, la contraddizione più evidente. Il film si conclude con una frase bellissima:
"Qui dove tutto è cominciato."
Se davvero qui è cominciato tutto, allora viene spontaneo chiedersi perché Sibari continui ad essere utilizzata prevalentemente come splendida scenografia per eventi temporanei.
Il Parco Archeologico di Sibari è uno dei luoghi più importanti dell'intero Mediterraneo.
Meriterebbe un progetto permanente di valorizzazione internazionale.
Meriterebbe investimenti continui.
Meriterebbe ricerca, divulgazione, percorsi didattici, servizi, collegamenti efficienti, promozione costante.
Meriterebbe di essere il cuore di una strategia culturale e turistica, non soltanto il fondale di una manifestazione destinata a concludersi dopo pochi giorni.
La Calabria possiede davvero qualcosa di unico. Non serve inventarlo. Esiste già.
La sua storia, il suo patrimonio archeologico, il paesaggio, il vino, le tradizioni, la cultura e le persone rappresentano una ricchezza autentica.
Per questo non abbiamo bisogno di meno orgoglio. Abbiamo bisogno di più concretezza.
La bellezza non ha bisogno di essere proclamata. Ha bisogno di essere custodita.
Il sorriso non nasce perché qualcuno ci dice di sorridere.
Nasce quando esistono motivi reali per farlo.
Ecco perché, più che dichiarare di stare vincendo, sarebbe forse più utile continuare a lavorare affinché quella vittoria possa diventare evidente agli occhi di tutti.
Quel giorno non serviranno slogan.
Sarà la realtà stessa a raccontare una Calabria finalmente all'altezza della sua straordinaria storia.
Antonio Michele CAVALLARO
Libero pensatore ed osservatore della realtà






