
Perché continuiamo a usare i simboli senza ascoltarne la lezione
Omero non chiede alla Musa di raccontare il più forte degli uomini.
Le chiede di raccontare l’uomo dai molti ingegni.
È da questa scelta che nasce l’Odissea.
Non celebrando la forza, ma l’intelligenza.
Non l’eroe invincibile, ma l’uomo capace di comprendere.
Omero affida l’inizio del suo poema a un uomo πολύτροπος (polýtropos) cioè dai molti ingegni, dalle molte risorse, capace di attraversare la complessità senza smarrire sé stesso.
Non è un semplice dettaglio linguistico.
È una concezione dell’uomo.
E ogni concezione dell’uomo, prima o poi, diventa anche una concezione della politica.
L’Iliade celebra la forza di Achille.
L’Odissea consegna invece all’eternità un uomo che governa anzitutto sé stesso.
Un uomo che ascolta, osserva, dubita, cambia strategia quando la realtà lo impone. Omero sembra suggerire che la forza possa vincere una guerra, ma che solo l’intelligenza possa ricondurre un popolo a casa.
Quasi tremila anni dopo, quella lezione sembra essersi smarrita.
Viviamo in un tempo nel quale la velocità ha sostituito la riflessione, lo slogan l’argomentazione, l’appartenenza la conoscenza. Comprendere sembra contare meno che schierarsi.
Lo si è visto anche nelle recenti polemiche nate attorno all’Odissea.
Omero è stato evocato nel dibattito pubblico come se fosse un testimone del presente, chiamato a sostenere tesi contrapposte.
Eppure i classici non chiedono di essere arruolati.
Chiedono di essere letti.
Basta tornare al primo verso del poema per accorgersi che il suo eroe non è il più forte, ma il più capace di comprendere.
È il paradosso della nostra epoca.
Citiamo i classici molto più di quanto li leggiamo.
Lo stesso rischio riguarda la nostra memoria civile.
In questi giorni la figura di Paolo Borsellino è tornata al centro del confronto politico. Le parole di Salvatore Borsellino, che ha contestato il modo in cui viene richiamata la memoria del fratello, hanno provocato dure reazioni da parte di autorevoli esponenti della maggioranza.
Ma il punto, forse, è un altro.Colpisce il fatto che un uomo il quale da oltre trent’anni dedica la propria vita alla ricerca della verità sulle stragi e alla custodia della memoria del fratello sia diventato egli stesso oggetto di una contesa pubblica.
Salvatore Borsellino non ha rivendicato un’eredità politica.
Ha rivendicato un’eredità morale.
Ed è proprio qui che il dibattito sembra cambiare natura.
Perché non si discute più soltanto delle idee di Paolo Borsellino.
Si discute di chi abbia il diritto di rappresentarle.
È il paradosso del nostro tempo.
Discutiamo dei simboli molto più di quanto discutiamo delle idee che quei simboli incarnano.
Paolo Borsellino non può più rispondere.
Ed è proprio per questo che la sua memoria esige ancora più rigore.
Forse la domanda da porsi è un’altra.
Perché sentiamo continuamente il bisogno di arruolare i grandi simboli della nostra storia?
Perché Omero, Falcone, Borsellino e perfino la Costituzione diventano, ogni volta, bandiere da contendere invece che patrimoni comuni dai quali lasciarsi interrogare?Una democrazia matura non ha bisogno di appropriarsi dei propri maestri.
Ha bisogno di studiarli.
Perché i simboli non appartengono ai partiti.
Appartengono alla coscienza civile di una nazione.
Ed è qui che Omero torna a parlarci.
Ulisse non è l’eroe che possiede la verità.
È l’uomo che la cerca, attraversando il dubbio, l’errore, il cambiamento.
È l’opposto della politica ridotta a tifoseria, nella quale ogni risposta precede la domanda e ogni appartenenza vale più della conoscenza.Forse il problema del nostro tempo non è soltanto che la politica abbia dimenticato Ulisse.
Forse siamo tutti noi ad aver dimenticato come riconoscerlo.
Perché Omero ci insegna che il vero leader non è chi promette soluzioni semplici, ma chi ha il coraggio di misurarsi con la complessità.
Forse, quasi tremila anni fa, aveva già compreso ciò che noi rischiamo di dimenticare.
Le civiltà non decadono perché mancano uomini forti.
Decadono quando smettono di riconoscere il valore dell’intelligenza.
Quando la conoscenza cede il passo allo slogan.
Quando il dubbio viene considerato una debolezza.
Quando si citano i classici senza leggerli.
Quando si commemorano Falcone e Borsellino, ma ci si divide sulla loro eredità morale.
Quando perfino chi dedica la propria vita alla ricerca della verità finisce al centro di una contesa che rischia di oscurare proprio ciò che continua a chiedere: verità e giustizia.
Abbiamo imparato a usare i simboli.
Abbiamo dimenticato come ascoltarli.
Ulisse non era l’uomo più forte.
Era l’uomo che aveva imparato a non temere la complessità. Forse è questa l’ultima lezione di Omero.
Non ci salva chi ci offre risposte semplici.
Ci salva chi ci costringe a porci domande migliori. Perché il primo viaggio che una democrazia perde non è quello verso Itaca.
È quello verso la conoscenza.
Teresa Palopoli






