Questo sito utilizza cookie per garantire il corretto funzionamento delle procedure e migliorare l'esperienza d'uso delle applicazioni. Se vuoi saperne di più o negare il consenso clicca su info. Continuando a navigare o accettando acconsenti all'utilizzo dei cookie.

L'intervista di mons. Savino a La Stampa - La sicurezza nasce prima del reato

titolo-lastampa-savino.pngIl caro amico Peppino Aloise mi ha segnalato  tra le pagine più interessanti de La Stampa di ieri,  l'intervista a monsignor Francesco Savino, vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana e vescovo di Cassano all'Ionio. Mi sono precipitato a cercarla e devo ammattere che non è una lettura destinata soltanto agli addetti ai lavori.  È una riflessione che riguarda tutti, perché affronta uno dei temi più delicati del nostro tempo: il disagio giovanile e il rapporto tra sicurezza, giustizia ed educazione. Leggendo ho pensato di buttare giù alcune considerazioni personali sul tema. (In coda l'articolo de La Stampa)

In un momento in cui il dibattito politico sembra concentrarsi soprattutto sull'inasprimento delle pene e sull'abbassamento dell'età imputabile, Savino invita a guardare più in profondità. Lo fa con una frase tanto semplice quanto efficace:
«La sicurezza nasce dall'intercettare il disagio prima che diventi reato.»
È difficile non condividere questa affermazione.
Ogni volta che un ragazzo entra nel circuito della criminalità, il problema non nasce quel giorno. Il reato rappresenta spesso l'ultimo anello di una lunga catena fatta di solitudine, povertà educativa, famiglie in difficoltà, dispersione scolastica, assenza di punti di riferimento. Intervenire dopo è certamente doveroso, ma significa arrivare quando il danno è già stato prodotto.
Il nostro vescovo non propone una società indulgente verso chi sbaglia. Al contrario, richiama il senso autentico della giustizia, che non può limitarsi alla punizione ma deve interrogarsi sulle cause che hanno portato un adolescente a imboccare una strada sbagliata.
Per questo assume particolare significato un'altra sua affermazione:
"Il percorso rieducativo non è un ostacolo ma un patto con il futuro."
Parole che richiamano direttamente lo spirito della nostra Costituzione, secondo cui la pena deve tendere anche alla rieducazione del condannato. Non è un principio dettato dal sentimentalismo, ma dalla consapevolezza che una società è più sicura quando riesce a recuperare chi ha sbagliato, soprattutto se si tratta di un giovane.
C'è poi un altro passaggio dell'intervista che merita attenzione, quando Savino afferma che investire nella scuola e nei servizi sociali significa investire nella sicurezza.
È probabilmente questo il cuore della sua riflessione. Troppo spesso la sicurezza viene identificata esclusivamente con controlli, telecamere e repressione. Sono strumenti necessari, ma non sufficienti. La vera prevenzione nasce molto prima: nelle famiglie, nelle scuole, nelle parrocchie, nello sport, nel volontariato, in tutti quei luoghi dove un ragazzo può trovare ascolto, esempi positivi e occasioni di crescita.
Chi conosce il nostro Mezzogiorno sa che questa non è una teoria, ma una realtà quotidiana. In tanti quartieri e in molti piccoli centri mancano spazi di aggregazione, occasioni culturali e prospettive di lavoro. È proprio in questi vuoti che attecchiscono la sfiducia, la rassegnazione e, talvolta, la criminalità.
Per questo l'intervista di monsignor Savino non dovrebbe essere letta come un intervento rivolto soltanto agli specialisti. È un richiamo alla responsabilità collettiva. Le istituzioni, la scuola, la famiglia, il terzo settore e la Chiesa sono chiamati a costruire insieme una comunità capace di non lasciare indietro nessuno.
C'è, però, un episodio che rende ancora più significative le parole del vescovo di Cassano e che ha segnato profondamente la coscienza della comunità cassanese.
Nel giugno del 2014, all'indomani dell'omicidio del piccolo Nicola "Cocò" Campolongo, appena tre anni, La Stampa inviò a Cassano allo Ionio il giornalista Niccolò Zancan, che descrisse così il clima che si respirava in città:
"Cassano allo Ionio è un posto spaventoso. Perché la paura è un contagio. E se tu entri dentro un ristorante armato di una domanda e il ristoratore corre in cucina imprecando e supplicando, per favore, di non nominare il suo locale e neppure il nome di quel bambino, è ovvio che alla fine ti spagni. Tutti ci spagniamo qui...".
Quelle parole fotografavano una comunità ferita dalla paura e dall'omertà. Pochi giorni dopo Papa Francesco sarebbe arrivato a Cassano all'Ionio, pronunciando la storica condanna della 'ndrangheta e la scomunica dei mafiosi. Monsignor Savino non era ancora vescovo della diocesi: sarebbe stato chiamato a guidarla alcuni mesi più tardi.
Da allora ha fatto della vicinanza ai giovani, dell'educazione, del contrasto alla cultura mafiosa e dell'attenzione alle periferie umane uno dei cardini del suo ministero pastorale.
Per questo, quando oggi afferma che "la sicurezza nasce dall'intercettare il disagio prima che diventi reato", non parla soltanto sulla base di un principio teorico. Parla con la consapevolezza maturata in un territorio che conosce bene, dove le ferite lasciate dalla criminalità organizzata e dalla povertà educativa sono ancora presenti e chiedono risposte concrete.
Dodici anni fa, sulle pagine dello stesso quotidiano, Cassano era raccontata come il luogo della paura. Oggi, sempre su La Stampa, il vescovo di quella diocesi richiama il Paese a investire nell'educazione prima che nella repressione. Non è soltanto una coincidenza giornalistica: è il segno di un cammino che merita di essere riconosciuto.
Le pagine più dolorose della storia di una comunità non possono essere cancellate. Possono, però, trasformarsi in una lezione. Cassano allo Ionio ha conosciuto il volto più crudele della violenza mafiosa e il dramma di un bambino innocente, divenuto il simbolo di un'umanità calpestata. Da allora molto è stato fatto, ma molto resta ancora da fare.
Forse è proprio questo il messaggio più importante dell'intervista di monsignor Savino: la sicurezza non nasce quando si chiude la porta di una cella, ma molto prima, quando si apre la porta di una scuola, di un oratorio, di una biblioteca, di un'associazione sportiva o, semplicemente, di una casa dove un ragazzo trova qualcuno disposto ad ascoltarlo.
Educare costa fatica, richiede tempo e non produce risultati immediati. Punire è spesso più semplice e dà l'impressione di rispondere all'emergenza. Ma una società davvero lungimirante sa che la sicurezza più solida non è quella costruita dietro le sbarre. È quella che riesce a evitare, con l'educazione, la cultura, la vicinanza e il senso di comunità, che un ragazzo finisca per varcarne la soglia.
Una comunità diventa davvero sicura quando nessun ragazzo si sente invisibile. Perché è nell'indifferenza che il disagio cresce, mentre è nell'attenzione, nell'ascolto e nella responsabilità condivisa che nasce la speranza. 
Una società non è davvero più sicura quando costruisce più carceri. Lo è quando riesce a costruire più futuro.

 

Ultime Notizie

Un contributo sulla manipolazione delle menti Abbiamo ricevuto dalla poetessa, scrittrice e attenta osservatrice della realtà mondiale contemporanea, Noris Roberts, (nella...
In pochi mesi cambiano le posizioni della politica: dal "non ci sono le condizioni" agli annunci di 30 milioni di...
A Trebisacce la politica torna a confrontarsi: Lombardo e D’Andrea discutono di democrazia, legge elettorale e futuro delle istituzioni Un incontro...
Il ricordo di Euristeo Ceraolo racconta un volto poco conosciuto del grande cantautore: quello dell'uomo che scelse di sostenere la...

Please publish modules in offcanvas position.