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Il rumore della violenza e il silenzio dell'informazione. No-TAV 120 poliziotti e carabinieri feriti e oltre 1 milione di danni

assalto ai cantieri della TAV- arena x.pngDurante la mia, discretamente lunga, permanenza in Veneto, nei dintorni di Verona (1986-1987), presi l'abitudine di sfogliare ogni mattina uno dei quotidiani ancora oggi in pubblicazione più antichi d'Italia: L'Arena, fondato nel 1866. Mi conquistò subito il suo stile sobrio, il taglio moderato e l'attenzione quasi meticolosa rivolta ai fatti del territorio. Era un giornale che informava senza gridare.

Ancora oggi, quando mi capita, do sempre un'occhiata alle sue pagine. Nell'edizione del 27 luglio scorso ho trovato un ampio resoconto della guerriglia scatenata dai No Tav in Val di Susa: oltre 120 appartenenti alle forze dell'ordine feriti, mezzi devastati, incendi e danni stimati in più di un milione di euro. Una cronaca dettagliata di fatti che, per la loro gravità, avrebbero meritato ben altra attenzione anche da parte dell'informazione nazionale (soprattutto la RAI) che, invece ha dato poco risalto alla notizia dilungandosi, invece, sulle proteste di Bologna per la morte di Abderrhaim Fakir.

Ed è proprio qui che nasce una riflessione che, credo, molti cittadini condividono

Ci sono silenzi che fanno più rumore delle parole

L'assalto al cantiere della TAV in Val di Susa ha lasciato dietro di sé molti feriti tra poliziotti e carabinieri e danni ingenti. Non si è trattato di una manifestazione vivace o di qualche momento di tensione. È stata, a tutti gli effetti, una guerriglia.

Eppure, dopo un fugace passaggio nelle cronache, tutto è tornato rapidamente nel dimenticatoio.

La domanda nasce spontanea: perché?

In una democrazia il diritto di manifestare è sacrosanto. Lo è altrettanto il diritto di dissentire da un'opera pubblica, fosse anche una delle più controverse degli ultimi decenni. Ma il dissenso finisce nel momento in cui iniziano la violenza, la devastazione e l'aggressione contro uomini in divisa che stanno semplicemente svolgendo il proprio dovere.

Su questo non dovrebbero esistere distinguo.

Ciò che sorprende è invece la diversa intensità con cui certi fatti vengono raccontati. Alcuni episodi monopolizzano per giorni le prime pagine, alimentano dibattiti televisivi, editoriali, interviste e approfondimenti. Altri, pur presentando una gravità oggettiva non inferiore, sembrano consumarsi quasi sottovoce.

Non affermo che esista una censura. Sarebbe un'accusa troppo grave e, soprattutto, difficile da dimostrare. Ma è legittimo interrogarsi sui criteri con cui si costruisce la gerarchia delle notizie.

Perché oltre cento agenti feriti non suscitano la stessa indignazione nazionale che vediamo in altre circostanze?

Perché un cantiere devastato e un milione di euro di danni sembrano meritare poche ore di attenzione?

Perché il tema scompare così rapidamente dal dibattito pubblico?

Sono domande che molti cittadini si pongono e alle quali il mondo dell'informazione dovrebbe rispondere non con il silenzio, ma con la trasparenza.

Il giornalismo non dovrebbe scegliere quali violenze indignano e quali possono essere archiviate in fretta. La cronaca non può essere filtrata dalla simpatia o dall'antipatia verso una causa politica. Quando ciò accade, anche solo come percezione, il danno non riguarda soltanto la credibilità dei mezzi di informazione: riguarda la fiducia dei cittadini nelle istituzioni democratiche.

Le idee si discutono. Le opere pubbliche si possono contestare. Le decisioni dei governi si possono criticare. La violenza, invece, non dovrebbe mai trovare giustificazioni.

E la stessa misura dovrebbe valere anche nel raccontarla.

La democrazia vive di libertà, ma anche di coerenza. Se condanniamo la violenza, dobbiamo condannarla sempre. Se chiediamo un'informazione libera, dobbiamo pretendere che sia anche imparziale. Perché il silenzio, quando accompagna fatti di questa gravità, rischia di diventare esso stesso una notizia.

Antonio Michele Cavallaro

assalto ai cantieri della TAV- arena.png

PS: Se diamo un'occhiata all'articolo sulla stessa pagina riferito a Torino, apprendiamo che  sono stati realizzati lavori ferroviari per 2 miliardi in due anni e gallerie per 30 kilometri mentre da noi per creare un sottopasso a occore un'eternità. Ogni tanto vale la pena  informarsi su quel che succede in altre zone d'Italia. Diciamole queste cosette ai nostri politicanti, che vanno a Verona a far passerelle inutili.

 

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