Ogni volta che si affronta il tema dell'immigrazione, il rischio è quello di essere immediatamente catalogati: da una parte i "buonisti", dall'altra i "razzisti". È una semplificazione che impedisce qualsiasi confronto serio.
Personalmente non sono mai stato contrario all'immigrazione. La mia vita e il mio lavoro mi hanno portato a vivere per molti anni all'estero, in Paesi dove la convivenza tra popoli di diversa origine era già una realtà consolidata quando in Italia il fenomeno era ancora marginale.
Ho avuto colleghi e amici provenienti da nazioni molto diverse. Alcuni avevano alle spalle storie durissime di dittature, persecuzioni e privazioni. Ricordo, in particolare, un caro amico polacco che, nel 1975, mi chiese di recarmi a Varsavia per consegnare del denaro alla figlia, rimasta al di là della Cortina di Ferro. Accettai senza esitazione. Solo vivendo quei giorni in Polonia compresi cosa significasse essere privati della libertà. Lo stesso senso di impotenza lo ritrovai anni dopo in Nigeria, in Iran e in Colombia, dove vidi con i miei occhi popolazioni costrette a vivere in condizioni che noi europei fatichiamo persino a immaginare.
Per questo non mi meraviglia che migliaia di persone siano disposte a rischiare tutto pur di inseguire una vita migliore. La storia dell'umanità è una storia di migrazioni e anche noi italiani siamo stati, per oltre un secolo, un popolo di emigranti.
Aiutare chi fugge dalla guerra, dalla fame o dalle persecuzioni non è soltanto un principio religioso: è un dovere morale di ogni società che voglia definirsi civile.
Ma proprio perché considero l'accoglienza un dovere, ritengo che essa debba essere accompagnata da regole chiare e da una politica realmente efficace. Solidarietà e legalità non sono valori contrapposti: sono due facce della stessa medaglia.
È a questo punto che entrano in gioco i numeri.
Secondo il 31° Rapporto della Fondazione ISMU, gli stranieri presenti in Italia sono quasi 5,9 milioni, mentre gli immigrati in condizione di irregolarità vengono stimati in circa 339.000. È bene precisare che quest'ultimo è una stima elaborata da un autorevole istituto di ricerca e non un dato amministrativo ufficiale.
Per quanto riguarda gli arrivi via mare, il Ministero dell'Interno ha registrato 155.754 sbarchi nel 2023 e 66.317 nel 2024. Nel 2025 gli arrivi sono rimasti su livelli significativamente inferiori rispetto al picco del 2023, mentre quelli del 2026 sono ancora in fase di aggiornamento.
Sul versante dei rimpatri, il Governo ha dichiarato che, dall'inizio della legislatura, sono stati effettuati oltre 26.000 rimpatri, comprendendo le diverse tipologie previste dalla normativa. Su questa cifra esiste un dibattito politico: alcuni osservatori sostengono che i rimpatri effettivamente eseguiti con accompagnamento siano inferiori. È una discussione legittima, ma che non modifica il nodo principale della questione.
Infatti, al di là delle diverse interpretazioni statistiche, resta un dato difficilmente contestabile: il sistema dei rimpatri continua a essere lento e complesso. Le difficoltà nell'identificazione delle persone, la mancanza o l'insufficienza di accordi con numerosi Paesi di origine, i ricorsi giudiziari e gli obblighi derivanti dal diritto internazionale fanno sì che molti provvedimenti di espulsione non trovino concreta esecuzione in tempi ragionevoli.
Naturalmente sarebbe scorretto affermare che ogni persona sbarcata diventi automaticamente un immigrato clandestino. Molti ottengono una forma di protezione internazionale o un regolare permesso di soggiorno, altri si trasferiscono in altri Paesi europei. Tuttavia, è altrettanto evidente che il fenomeno dell'immigrazione irregolare continua a rappresentare una sfida di grandi dimensioni per il nostro Paese.
A mio giudizio, il vero problema non è stabilire se essere favorevoli o contrari all'immigrazione. È capire se uno Stato democratico sia in grado di governarla.
Una politica migratoria credibile dovrebbe riuscire a perseguire contemporaneamente quattro obiettivi: salvare chi rischia la vita in mare, accogliere chi ha realmente diritto alla protezione internazionale, contrastare senza esitazione le organizzazioni criminali che lucrano sul traffico di esseri umani e rimpatriare, in tempi certi, chi non possiede i requisiti previsti dalla legge per rimanere nel territorio nazionale.
L'Italia, da sola, non può raggiungere questi obiettivi. È indispensabile una strategia europea comune, con accordi realmente efficaci con i Paesi di origine e di transito, procedure più rapide e una collaborazione internazionale molto più incisiva di quella finora realizzata.
Il fenomeno migratorio continuerà a caratterizzare il XXI secolo. Pensare di fermarlo completamente è probabilmente illusorio. Ma altrettanto illusorio è credere che possa essere gestito senza regole, senza controlli e senza una politica condivisa.
L'umanità impone di non voltarsi dall'altra parte davanti alla sofferenza di chi fugge dalla miseria, dalla guerra o dalla mancanza di libertà. La responsabilità verso i propri cittadini impone, però, che tutto ciò avvenga nel rispetto delle leggi e della capacità di integrazione del Paese.
Tra questi due principi non dovrebbe esserci alcuna contrapposizione. È proprio dal loro equilibrio che dipende la credibilità di uno Stato moderno.
NB:
Le statistiche riportate in questo articolo sono tratte da elaborazioni della Fondazione ISMU e dai dati pubblicati dal Ministero dell'Interno. Alcuni numeri, in particolare quelli relativi ai rimpatri, sono oggetto di differenti interpretazioni nel dibattito politico e giornalistico. Le considerazioni espresse rappresentano esclusivamente l'opinione dell'autore.






