Marina di Sibari, piccolo specchio di una società che ha smarrito la misura
Ci sono due parole che, più di altre, potrebbero essere collocate ai due estremi di una linea immaginaria lungo la quale sembra oscillare il modo di vivere della società contemporanea: discernimento e dissolutezza.
Il discernimento è la capacità di distinguere, comprendere, valutare e scegliere. Presuppone la riflessione, la consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni, la capacità di riconoscere un limite.
La dissolutezza, al contrario, è il progressivo abbandono di quei limiti che consentono all'individuo di vivere insieme agli altri senza trasformare la propria libertà in prevaricazione.(Tempo di lettura ca. 5 min)
Se puntassimo la lente d'ingrandimento su quel piccolo punto della carta della Calabria sul quale è scritto Marina di Sibari, potremmo scoprire che ciò che accade qui non è poi così diverso da ciò che accade in molte altre località turistiche italiane e, più in generale, in una parte sempre più ampia del cosiddetto mondo civilizzato. Non pretendo, naturalmente, di fare di Marina di Sibari il paradigma dell'intera società. Ma è proprio osservando da vicino una realtà che conosciamo bene che possiamo comprendere fenomeni più grandi. E io quella realtà la conosco da molti anni perché ci ho vissuto tutto l’anno sia d’estate che d’inverno.
Una notte qualunque d’estate
È un sabato sera. Passeggiando nel grande parcheggio a ridosso di Marina di Sibari, tra le tante automobili ne riconosco una. È quella di un giovane amico che conosco bene: un lavoratore, un padre di famiglia. Il finestrino è aperto. Il sedile del posto di guida è completamente reclinato e lui cerca di dormire. Guardo l'orologio: è circa l'una di notte. Sta aspettando. Aspetta che suo figlio, sedici anni, termini la propria serata con gli amici e torni alla macchina.
Probabilmente non prima delle tre. Quella scena mi colpisce. Non tanto per il ragazzo, quanto per il padre. Quell'uomo non è lì per divertirsi. Non è lì perché ami trascorrere la notte dentro un'automobile. È lì perché preferisce aspettare il figlio e riportarlo personalmente a casa, piuttosto che lasciarlo rientrare da solo.
In quella macchina c'è molto amore paterno. Ma c'è anche qualcosa che dovrebbe farci riflettere. Perché un padre dovrebbe sentirsi costretto a trascorrere metà della notte in automobile per essere sicuro che il proprio figlio sedicenne possa divertirsi senza correre rischi? E soprattutto: che cosa accade in quelle ore nelle quali un ragazzo di sedici anni dovrebbe semplicemente divertirsi?
Marina di Sibari non era nata così
Per rispondere dobbiamo fare un passo indietro. La Marina di Sibari progettata negli anni Settanta aveva una concezione urbanistica e turistica ben precisa. Le tre piazzette interne non erano semplicemente spazi lasciati a disposizione di chi, negli anni successivi, avesse voluto inventarvi qualche attività. Gli spazi erano stati progettati affinché costituissero il cuore della vita sociale del villaggio.
Intorno alle piazzette i lottizzatori avevano predisposto appositi locali destinati a diverse attività commerciali: bar, pizzerie, qualche ristorante, negozi di oggettistica, abbigliamento e altre attività rivolte agli ospiti del centro turistico. Era un modello semplice.
Chi veniva a trascorrere le vacanze a Marina di Sibari poteva trovare all'interno del villaggio non soltanto la propria villetta e la spiaggia, ma anche luoghi nei quali passeggiare, incontrarsi, cenare, fare acquisti e trascorrere qualche ora in compagnia. Le piazzette dovevano essere il luogo dell'incontro. E per molti anni lo furono.
La Rosa dei Venti
Posso affermarlo anche per esperienza personale. Per tre anni consecutivi, negli anni Novanta, ho suonato con la mia piccola band nella piazzetta denominata Rosa dei Venti. Si suonava per far ballare e divertire persone di tutte le età. C'erano giovani, adulti, famiglie, bambini. Era un modo di vivere la sera estiva che apparteneva alla vita stessa del villaggio.
La musica c'era. Il ballo c'era. Il divertimento c'era. Ma c'era anche una cosa che oggi sembra quasi appartenere a un'altra epoca:
una regola.
A mezzanotte la musica finiva. Non alle 00:05. Non alle 00:10. A mezzanotte. E non c'era verso di ottenere una proroga, neppure di cinque minuti. All'interno del quartiere turistico esisteva anche una postazione della Polizia di Stato. Allo scoccare della mezzanotte gli agenti facevano il giro delle piazzette e interrompevano qualsiasi emissione sonora che superasse il normale livello consentito. La regola valeva per tutti. E proprio perché valeva per tutti, veniva accettata.
Nessuno pensava che interrompere la musica a mezzanotte significasse impedire ai giovani di divertirsi. Si comprendeva semplicemente che Marina di Sibari era un centro turistico nel quale, accanto a chi voleva divertirsi, vivevano famiglie che avevano diritto al riposo. Quella era una forma di convivenza. E la convivenza, per definizione, richiede qualche limite.
Quando il modello è cambiato
Poi, lentamente, qualcosa è cambiato. Negli ultimi dieci anni circa si è affermata una situazione che personalmente considero una sorta di deregulation del divertimento. Non si tratta soltanto del fatto che siano cambiate le musiche o le abitudini dei giovani. È cambiato il modello.
La musica dal vivo, che per anni aveva rappresentato una delle forme tradizionali di intrattenimento delle piazzette, è stata progressivamente sostituita da DJ e impianti di amplificazione sempre più potenti e il volume, in molti casi, sembra essere diventato parte integrante dello spettacolo. Non basta più che la musica si ascolti nella piazzetta.
Deve sentirsi dappertutto. Attraversa i vialetti, supera le abitazioni, raggiunge le zone periferiche del centro turistico e, in determinate serate, rende difficile perfino dormire: ed è qui che il problema cambia natura.
Non siamo più soltanto davanti a una questione di gusti musicali. Siamo davanti a una questione di convivenza civile. Chi ha trascorso una giornata al mare, magari insieme ai propri figli, può desiderare semplicemente di dormire. Chi lavora anche durante la stagione estiva deve alzarsi la mattina. Un bambino piccolo può avere bisogno di riposare. Una persona anziana può avere esigenze completamente diverse da quelle di un ragazzo di vent'anni.
La libertà di divertirsi è sacrosanta, ma lo è altrettanto il diritto degli altri a vivere e riposare.
Le piazzette e la trasformazione del pubblico
C'è poi un altro aspetto che merita attenzione. Le piazzette, che erano state pensate come il cuore della vita sociale di Marina di Sibari, sembrano essere diventate sempre più spesso un polo di attrazione per persone che arrivano dall'esterno. Non è certamente un male che una località turistica attiri visitatori.
È anzi una delle sue funzioni. Ma quando il pubblico esterno diventa prevalente e il luogo viene frequentato soprattutto per il consumo della notte, qualcosa cambia. Chi vive quotidianamente Marina di Sibari ha un rapporto diverso con quel luogo.
È la propria casa di vacanza. È il posto nel quale trascorre settimane o mesi. È il luogo nel quale vorrebbe poter andare a dormire quando vuole, uscire a passeggiare con la famiglia, incontrare amici, portare i bambini. Chi arriva soltanto per qualche ora, invece, può avere una percezione completamente diversa.
Arriva. Si diverte. Beve. Ascolta musica. Riparte.
Il giorno dopo non dovrà necessariamente fare i conti con le conseguenze di quella notte. È una differenza importante. Perché un luogo turistico non può diventare ostaggio di chi lo frequenta soltanto per il tempo necessario a consumarne la notte.
E i ragazzi?
A questo punto arriviamo alla questione più delicata. I giovani. Non vorrei commettere l'errore, così frequente negli adulti, di trasformare ogni critica in una condanna delle nuove generazioni. I ragazzi devono divertirsi. Devono incontrarsi. Devono ballare, ridere, ascoltare musica, innamorarsi, fare esperienze. È naturale, sarebbe assurdo pretendere che i sedicenni di oggi si comportassero come i sedicenni di cinquant'anni fa.
Ma proprio perché sono giovani, hanno bisogno degli adulti. Un ragazzo di sedici anni può voler sperimentare il limite. È compito dell'adulto insegnargli che il limite esiste. Un ragazzo può pensare che bere significhi essere più grande. È compito dell'adulto spiegargli che diventare grandi significa soprattutto saper scegliere. Un ragazzo può credere che urlare, esibire il proprio corpo, imitare modelli visti sui social e cercare l'approvazione del gruppo significhi essere libero. È compito dell'adulto fargli comprendere che la libertà non consiste nel fare tutto ciò che fanno gli altri.
Il problema dell'alcol
L'alcol merita un discorso a parte. Non è necessario demonizzare ogni ragazzo che beve una birra o una bevanda alcolica. Sarebbe semplicistico. Il problema nasce quando l'alcol diventa uno strumento per perdere il controllo. Quando viene associato alla musica ad altissimo volume, alla pressione del gruppo, alla ricerca della trasgressione e alla necessità di dimostrare di essere "grandi".
Il problema diventa ancora più serio quando tutto questo riguarda dei minorenni. Perché un ragazzo di sedici anni non dovrebbe avere bisogno di stordirsi per sentirsi parte di una festa, e se lo fa, la domanda non può essere rivolta soltanto a lui. Dobbiamo rivolgerla anche agli adulti.
Dove sono gli adulti? Dove sono i genitori?
Ma anche: Dove sono le istituzioni? Dove sono gli amministratori? Dove sono coloro che autorizzano e regolamentano le attività? Dove sono i controlli? Dove sono i gestori dei locali? E dove siamo noi, come comunità? È troppo facile occuparsi del problema quando qualcosa è già accaduto.
Quando scoppia una rissa. Quando qualcuno finisce in ospedale. Quando un ragazzo viene aggredito. Quando si verificano episodi di violenza e nei casi più tragici, quando qualcuno perde la vita.
A quel punto tutti si interrogano.
Ma il problema, quasi sempre, è cominciato molto prima. È cominciato quando abbiamo accettato come normale ciò che normale non era. Quando abbiamo confuso la libertà con l'assenza di regole. Quando abbiamo considerato inevitabile che una località turistica dovesse trasformarsi, nelle ore notturne, in una discoteca a cielo aperto. Quando abbiamo smesso di domandarci quali fossero le conseguenze.
Non è una guerra contro i giovani
Vorrei che fosse chiaro. Questo non è un articolo contro i giovani e non è neppure un rimpianto per un passato nel quale tutto sarebbe stato migliore. Quel passato non è mai esistito. Anche negli anni Novanta c'erano ragazzi che cercavano la trasgressione. Anche allora qualcuno beveva troppo. Anche allora potevano accadere episodi spiacevoli. Ma esisteva una differenza fondamentale.
Esistevano limiti riconoscibili.
E soprattutto esisteva qualcuno che aveva la responsabilità di farli rispettare. Quando a mezzanotte arrivavano gli agenti della Polizia di Stato e la musica cessava, nessuno pensava che fosse finita la libertà. La festa semplicemente terminava. E il giorno dopo si ricominciava. Forse dovremmo riscoprire proprio questo concetto apparentemente banale:
non tutto ciò che possiamo fare dobbiamo necessariamente farlo. È questa, in fondo, la prima forma di discernimento.
Ed eccoci tornati alle due parole dalle quali siamo partiti.
Discernimento e dissolutezza.
Il discernimento obbliga a pensare. La dissolutezza invita a lasciarsi andare. Il discernimento pone domande. La dissolutezza considera le domande un fastidio.
Il discernimento dice:
Fermati. Guarda. Comprendi. Valuta. Scegli.
La dissolutezza sembra dire:
Fallo perché lo fanno tutti.
Il primo costruisce lentamente. La seconda consuma rapidamente.
E forse il dramma della nostra società è proprio questo: abbiamo progressivamente trasformato il concetto di libertà nella convinzione che essere liberi significhi non avere limiti. Ma una libertà senza responsabilità rischia di diventare semplicemente prevaricazione.
La libertà di uno finisce dove comincia il diritto dell'altro. È una frase antica. Ma forse proprio per questo non abbiamo più voglia di ascoltarla.
Marina di Sibari come specchio
Per questo credo che valga la pena parlare di Marina di Sibari. Non per puntare il dito contro qualcuno. Non per condannare i giovani. Non per invocare un ritorno al passato, ma per chiederci se abbiamo ancora la capacità di distinguere.
Tra una festa e una notte di eccessi. Tra il divertimento e lo stordimento. Tra la libertà e l'assenza di regole. Tra l'adolescenza e la sua precoce imitazione dell'età adulta.Tra il diritto di divertirsi e il diritto degli altri di riposare e, soprattutto, tra discernimento e dissolutezza.
Marina di Sibari potrebbe essere soltanto una località turistica della Sibaritide, con le sue circa 2.300 villette, le sue piazzette, i suoi vialetti e la sua lunga storia.
Oppure potrebbe diventare, se abbiamo il coraggio di guardarla senza ipocrisie, uno specchio nel quale osservare una parte della società contemporanea.
Uno specchio nel quale forse non ci piace molto riconoscerci. Perché se all'una di notte un padre dorme reclinato sul sedile della propria automobile, aspettando che il figlio sedicenne torni da una serata di "divertimento", la domanda non dovrebbe essere soltanto:
«Dove sono i ragazzi?»
Dovremmo avere il coraggio di rivolgere la domanda a noi stessi:
«Dove siamo noi adulti?»
E forse, ancora prima:
«Che cosa stiamo insegnando ai nostri figli quando chiamiamo libertà tutto ciò che non siamo più capaci di governare?»
Antonio Michele Cavallaro






