Non è una dichiarazione formale di guerra. Ma non è nemmeno un atto neutro. La costituzione di Leonardo Ukraine LLC, registrata a Kyiv il 20 maggio 2026 e interamente controllata attraverso Leonardo International, rappresenta un nuovo e significativo passo nella presenza italiana dentro il sistema industriale e tecnologico della difesa ucraina.
La società, secondo la documentazione ufficiale, si occuperà soprattutto di ricerca e sviluppo, comunicazioni, navigazione, software, tecnologie elettroniche e ottiche. Il tutto avviene, però, nel contesto di una guerra ancora in corso e dopo che il Governo italiano ha manifestato interesse per una produzione congiunta di droni con l’Ucraina.
Leonardo non è un’azienda interamente statale: è una società quotata. Ma il Ministero dell’Economia ne possiede una buona percentuale ed è il principale azionista. Questo rende la scelta ancora più delicata, perché non siamo davanti soltanto a una normale operazione commerciale privata.
Siamo di fronte a una decisione industriale che coinvolge una realtà strategica a partecipazione pubblica, dentro un Paese in guerra.Dire che l’Italia sia già formalmente entrata in guerra sarebbe impreciso. Ma sarebbe altrettanto sbagliato fingere che non stia avvenendo nulla.
Sul piano politico, l’Italia sta compiendo una scelta di campo sempre più netta a sostegno dell’Ucraina e contro l’aggressione russa. Sul piano strategico, sta aumentando il proprio coinvolgimento nel settore della difesa. Sul piano internazionale, espone maggiormente le proprie aziende, i propri lavoratori e il proprio Paese alle conseguenze di un conflitto che rischia di diventare permanente.
La domanda, allora, non è soltanto se l’Italia abbia dichiarato guerra alla Russia.
La domanda è chi ha deciso questo nuovo livello di coinvolgimento?
Con quali garanzie?
Con quali limiti?
Quali attività verranno svolte?
Quale sarà il ruolo del personale italiano?
E quale controllo avrà il Parlamento?
Non è sufficiente che una decisione tanto importante emerga da una relazione finanziaria semestrale o venga conosciuta soltanto dopo la sua realizzazione. La sicurezza nazionale, la politica estera e il rischio di escalation non possono essere lasciati alla discrezione dei consigli di amministrazione o alle dichiarazioni occasionali dei ministri.E qui emerge il problema dell’opposizione. Mentre il Governo alza continuamente l’asticella su più riarmo, più spesa militare, più industria bellica, più coinvolgimento internazionale gran parte dell’opposizione non riesce a proporre una linea alternativa chiara. Spesso sembra limitarsi a inseguire le decisioni della maggioranza, correggendone gli eccessi senza metterne davvero in discussione la direzione.
È anche per questo che non condivido il giudizio espresso da alcuni nei giorni scorsi sulla posizione di Giuseppe Conte. Si può criticare una lettera, una forma o una scelta comunicativa. Ma se si riconosce che una parte della sinistra ha progressivamente abbandonato i diritti sociali, accettando il modello neoliberista, non si può poi definire regressivo chi quei diritti prova a riportarli al centro. Conte non ha mai contrapposto i diritti sociali ai diritti civili. Ha ricordato, piuttosto, che una politica realmente progressista dovrebbe difenderli insieme. La libertà personale e il lavoro, l’autodeterminazione e la sanità pubblica, la dignità individuale e la pace. Non c’è nulla di regressivo nel chiedere salari dignitosi, servizi pubblici, giustizia sociale e una politica estera fondata sul dialogo. Regressivo è pensare che una sinistra possa definirsi moderna mentre accetta disuguaglianze crescenti, sanità sempre più inaccessibile e un’economia nazionale orientata verso il riarmo. Anche il tentativo di uscire dal neoliberismo non si giudica soltanto dalle dichiarazioni. Si giudica dalle scelte concrete e cioè dalle risorse destinate al welfare, dal rapporto con il lavoro, dalla posizione sulla guerra e dalla capacità di dire no all’economia di guerra.
In questo quadro, la posizione di Giuseppe Conte appare perfettamente coerente. Giuseppe Conte non nega l’aggressione russa e non propone di abbandonare l’Ucraina. Chiede però una svolta negoziale, rifiuta nuovi invii militari, sostiene una vera difesa comune europea e si oppone al riarmo dei singoli Stati e alla trasformazione dell’economia in una macchina permanente per produrre armi. È l’unico leader politico italiano che, in questo momento, sta facendo del negoziato una linea concreta, anche a costo di esporsi agli attacchi del suo stesso campo. Questo non significa essere filorussi. Significa rifiutare l’idea che l’unica risposta possibile sia continuare ad alimentare la guerra. Significa sostenere il popolo ucraino e, nello stesso tempo, cercare una via per fermare le armi.
La pace non è resa. La pace è politica. Un Paese può condannare l’aggressione russa senza voler diventare protagonista di una guerra permanente. Può difendere l’Ucraina senza trasformare ogni scelta industriale in un ulteriore passo verso l’escalation. Può costruire sicurezza senza sacrificare il welfare, la sanità, il lavoro e il futuro dei propri cittadini. La nuova società di Leonardo non è una dichiarazione formale di guerra. Ma è una decisione con implicazioni di guerra. E proprio per questo l’Italia ha il diritto di sapere, il Parlamento ha il dovere di discutere e l’opposizione ha il compito di non tacere. Perché mentre tutti parlano di sicurezza, solo Giuseppe Conte continua a parlare davvero di pace.
Teresa Palopoli
Nota della redazione
Senza entrare nel merito delle valutazioni politiche espresse in questa nota, crediamo sia opportuno ricordare un dato oggettivo: Leonardo non è una società che opera in un settore assimilabile a quello di una normale industria civile. È uno dei principali gruppi italiani dell'aerospazio, della difesa e della sicurezza, e una parte largamente prevalente della sua attività riguarda sistemi, tecnologie e apparati destinati al settore della difesa.
Per questo, la costituzione di una società controllata a Kyiv, pur non costituendo ovviamente una dichiarazione formale di guerra, non può essere considerata alla stregua dell'apertura di una qualsiasi filiale commerciale all'estero. Si tratta di una scelta industriale che assume un significato particolare proprio perché avviene direttamente nel territorio di un Paese in guerra.
È un dato di fatto, non necessariamente un giudizio: proprio per questo merita di essere conosciuto, discusso e valutato pubblicamente.






