Quello che raccontano alcuni giornali italiani e svizzeri dopo il voto in Sassonia-Anhalt
Da qualche giorno seguo con particolare attenzione quello che la stampa europea sta scrivendo sulla vittoria dell'AfD in Sassonia-Anhalt. Ma, tra i diversi Paesi, ce n'è uno che ho voluto osservare con particolare attenzione: la Svizzera.
La ragione è molto semplice e, per me, anche personale.
Ho vissuto in Svizzera per circa vent'anni. È un Paese che conosco abbastanza bene e con il quale ho conservato legami familiari importanti: due miei figli e diversi miei nipoti hanno il doppio passaporto italiano e svizzero. Non pretendo, naturalmente, che questo mi renda interprete del "sentire svizzero". Ma mi consente almeno di avere ancora qualche riferimento diretto a quella società e alle discussioni che la attraversano.
Seguo giornalmente gli avvenimenti svizzeri più importanti attraverso il sito www.swissinfo.ch che offre una rassegna giornaliera della stampa elvetica pensata per gli svizzeri residenti all'estero. Stimolato da quella lettura, per stilare queste poche riflessioni personali mi sono avvalso anche della collaborazione di un vecchio e caro amico, un giornalista free-lance che vive in Ticino. Ha 87 anni, ma continua a seguire con attenzione e curiosità quello che succede nei due Paesi confinanti. La sua esperienza mi è stata particolarmente utile per confrontare ciò che leggevo con una percezione maturata sul posto in molti anni di lavoro giornalistico.
Tenendo da parte le mie motivazioni personali ecco perché ho voluto prendere in considerazione proprio la Svizzera
Perché, a differenza dell'Italia, non fa parte dell'Unione europea. Questo non significa che sia estranea all'Europa. Tutt'altro. La Confederazione è profondamente legata all'UE sul piano economico e sociale e, per la sua posizione geografica, è direttamente interessata a ciò che accade nei Paesi confinanti. La Germania, in particolare, è impossibile da considerare un problema "degli altri": quello che succede a Berlino e nei Länder tedeschi ha inevitabilmente ripercussioni anche sulla Svizzera.
Ma la posizione istituzionale è diversa. E proprio questa differenza mi è sembrata interessante.
Ho quindi cercato di capire non tanto che cosa abbia scritto questo o quel giornale, ma quale immagine complessiva della svolta tedesca emerge mettendo a confronto la stampa svizzera e quella italiana.
Per la Svizzera ho guardato soprattutto Tages-Anzeiger, Neue Zürcher Zeitung, Blick, Watson, Le Temps e Aargauer Zeitung. Per l'Italia Corriere della Sera, la Repubblica, La Stampa, Il Giornale e Libero.
Il risultato del confronto è, a mio avviso, abbastanza sorprendente.
La vittoria dell'AfD non è più soltanto una protesta dell'Est
Partiamo dal dato. L'AfD ha sfiorato il 44% dei voti in Sassonia-Anhalt, mentre la CDU è precipitata poco sopra il 17%. È una vittoria enorme, ma non sufficiente a garantire all'AfD la maggioranza assoluta.
Proprio qui comincia il problema. Il partito che ha ottenuto più del doppio dei voti della CDU rischia di rimanere fuori dal governo perché gli altri partiti continuano a escludere una collaborazione con esso.
La prima domanda, dunque, è molto concreta: chi governerà la Sassonia-Anhalt?
Ma ce n'è una seconda, forse ancora più importante: come è stato possibile che l'AfD arrivasse a questo risultato?
È soprattutto su questa seconda domanda che ho trovato una differenza di tono tra la stampa svizzera e quella italiana.
Leggendo il Tages-Anzeiger ho avuto l'impressione che l'attenzione sia rivolta meno al "mostro" AfD e più a quello che il suo successo racconta della politica tedesca. Il giornale guarda direttamente a Friedrich Merz.
La vittoria dell'AfD viene letta anche come una pesante sconfitta del cancelliere e della CDU. Merz aveva puntato sulla possibilità di ridimensionare l'AfD attraverso il buon governo. Il risultato della Sassonia-Anhalt racconta, almeno per ora, una storia molto diversa.
C’è un dato che rende il risultato ancora più significativo: l'AfD non sembra più essere soltanto il partito degli uomini anziani, dei disoccupati o della Germania orientale. Il voto si è allargato praticamente a tutte le categorie sociali. Questo, per me, è uno degli elementi più importanti emersi dalla stampa svizzera. Perché se si continua a descrivere l'AfD come un fenomeno marginale, si rischia di non capire ciò che sta realmente accadendo.
La NZZ (Neue zürcher Zeitung) guarda soprattutto al problema politico che ne deriva: la vecchia maggioranza è stata bocciata, ma non ne è nata una nuova.
Il Blick, con il suo stile più diretto, arriva a porre una domanda ancora più scomoda: la continua demonizzazione dell'AfD sta davvero funzionando? Una domanda parecchio interessante. Personalmente, ho l'impressione che, almeno finora, questa strategia possa essere stata addirittura controproducente.
Non è una domanda che imponga di condividere le posizioni dell'AfD. È semplicemente una domanda sull'efficacia di una strategia politica.
Watson si concentra invece sul cosiddetto Brandmauer, il "muro" che impedisce ai partiti tradizionali di collaborare con l'AfD. Dopo un risultato del genere, il problema del cordone sanitario diventa inevitabilmente più difficile.
E poi c'è l'Aargauer Zeitung, che mi interessa particolarmente proprio perché porta nel confronto una voce meno legata ai grandi centri politici e mediatici della Confederazione. Qui l'attenzione torna alla domanda più concreta: come si forma un governo quando il partito più votato è escluso dagli altri?
Le Temps, invece, assume un tono più preoccupato e guarda soprattutto alla trasformazione culturale che l'ascesa dell'AfD potrebbe comportare.Insomma, anche la Svizzera non parla con una voce sola e questo è forse il primo dato interessante.
Qui la musica cambia, anche se non sempre quanto ci si potrebbe aspettare.
Il Corriere della Sera vede nel risultato una rottura di un tabù e sottolinea la portata storica della vittoria dell'ultradestra.
La Repubblica utilizza una chiave ancora più legata alla storia tedesca: il nazismo, il "mai più", il timore che una forza di estrema destra possa tornare a occupare uno spazio centrale nella politica della Germania.
La Stampa guarda soprattutto alle conseguenze europee. Ed è comprensibile: per un Paese membro dell'Unione europea come l'Italia, ciò che accade in Germania non è soltanto una questione tedesca.
Ma quando si passa a Il Giornale e a Libero, il quadro cambia.
Qui viene dato più spazio alle ragioni del successo: immigrazione, sicurezza, crisi sociale, identità nazionale, perdita di consenso dei partiti tradizionali.
Libero, in particolare, insiste sulla dimensione elettorale del risultato e sulla capacità dell'AfD di mobilitare anche persone che negli ultimi anni avevano smesso di votare.È un elemento che non può essere ignorato.
Non è una questione di destra e sinistra
A questo punto, però, vorrei evitare una conclusione troppo facile. Non credo che si possa dire semplicemente che la stampa svizzera sia più obiettiva e quella italiana più ideologica.
Non sarebbe corretto.
In Svizzera ci sono giornali molto preoccupati per l'ascesa dell'AfD, così come in Italia ci sono testate che cercano di capire le ragioni profonde del fenomeno. La differenza che ho trovato è un'altra.
Mi sembra che la stampa italiana parta più spesso dalla domanda:
«Che cosa significa questa vittoria per la democrazia tedesca, per la memoria del nazismo e per l'Europa?»
La stampa svizzera sembra partire più spesso da una domanda precedente:
«Perché quasi metà dell'elettorato ha deciso di votare AfD?»
Sono due domande entrambe legittime. Ma non sono la stessa domanda, probabilmente per capire davvero quello che sta accadendo in Germania, servono entrambe. Perché l'AfD può essere contemporaneamente un problema per la democrazia tedesca e il sintomo di una crisi profonda della politica tradizionale. Non c'è contraddizione.
La domanda che eviterei di eludere
C'è un punto che, personalmente, trovo difficile ignorare. Quando un partito considerato estremista arriva a raccogliere più di quattro voti su dieci, non basta più limitarsi a dire che quel partito è estremista. Bisogna anche chiedersi perché milioni di persone lo votano.
Capire le ragioni di un voto non significa approvarlo. Anzi, è proprio il contrario: se si vuole contrastare democraticamente un fenomeno politico, bisogna prima comprenderne le cause. Credo che in questo la prospettiva svizzera sia particolarmente utile.
Non perché la Svizzera sia immune dalle passioni politiche, né perché i suoi giornali siano più neutrali di quelli italiani. Ma perché può guardare alla Germania da una posizione leggermente diversa: fuori dall'Unione europea, ma dentro l'Europa.
Dopo vent'anni vissuti in quel Paese, e dopo aver continuato a frequentarlo attraverso la mia famiglia e gli amici, è una prospettiva che mi interessava particolarmente verificare. Il risultato, almeno per me, è che la vittoria dell'AfD non può essere letta soltanto come una vittoria dell'estrema destra.
È anche il segnale di qualcosa che non funziona più nella politica tedesca tradizionale. E se non si prova a capire che cosa sia quel "qualcosa", il rischio è di combattere gli effetti senza aver compreso le cause.
D'altronde, anche in Italia alcuni fenomeni sviluppatisi negli ultimi vent'anni e che hanno portato le destre al governo non sono stati ancora davvero compresi fino in fondo. E, di conseguenza, anche le eventuali contromisure appaiono tutt'altro che chiare.
Forse è proprio questo il punto: prima ancora di cercare il modo di fermare un fenomeno politico, bisognerebbe riuscire a capire perché quel fenomeno è nato, perché continua a crescere e perché una parte così consistente degli elettori lo considera ancora una risposta credibile.
Tonino Cavallaro






