Da qualche giorno si è conclusa l’annuale Assemblea Diocesana della Diocesi di Cassano all’Ionio, alla quale purtroppo non ho potuto partecipare per le mie conosciute difficoltà motorie.
Me ne dispiace, perché so che queste assemblee sono sempre ricche di contenuti e rappresentano un importante momento di confronto per la vita della nostra Chiesa diocesana. Anche se assente, tuttavia, attraverso i comunicati che ho letto ho potuto farmi un’idea degli argomenti affrontati e delle riflessioni che ne sono scaturite.
Lungi da me voler innescare polemiche sterili, mi permetto allora di esprimere il mio parere su una questione che potrebbe sembrare marginale, ma che, a mio parere — e non solo mio — è invece parecchio sentita dai cittadini di Cassano.
Ma la Diocesi di Cassano dove si riunisce?
L’assemblea ecclesiale ancora una volta a Castrovillari. Una scelta comprensibile sotto il profilo logistico, ma che apre una domanda sul ruolo della città sede della Diocesi
«Il futuro della nostra Chiesa non dipenderà anzitutto dal numero delle iniziative che sapremo organizzare. Dipenderà dalla nostra disponibilità a lasciarci continuamente formare dal Signore».
Con queste parole mons. Francesco Savino, vescovo della Diocesi di Cassano, ha concluso i lavori dell’assemblea ecclesiale diocesana, dedicata quest’anno al tema “Formare alla Liturgia e lasciarsi formare dalla Liturgia”.
Un tema importante, che il vescovo ha sviluppato richiamando il significato dell’Eucaristia e il rapporto tra ciò che celebriamo e ciò che siamo chiamati a diventare.
«Stiamo diventando ciò che celebriamo?», ha chiesto mons. Savino. «Stiamo diventando realmente il Corpo che riceviamo? L’Eucaristia sta rendendo le nostre comunità più fraterne? La Parola che ascoltiamo sta cambiando il nostro modo di parlare e di giudicare? Il Pane spezzato sta educando la nostra vita al dono?».
Domande profonde, che non riguardano soltanto la dimensione liturgica, ma chiamano in causa il modo stesso in cui una comunità cristiana vive la propria appartenenza.
Per questo, leggendo il comunicato relativo all’assemblea, viene spontanea un’altra domanda.
Perché Castrovillari?
Da alcuni anni l’assemblea ecclesiale diocesana viene organizzata a Castrovillari, e non a Cassano Ionio, città che della Diocesi porta il nome e che ne è la sede episcopale.
La domanda non vuole essere, e non dovrebbe essere, una questione di campanile.
Castrovillari è sicuramente una città importante del territorio diocesano e rappresenta certamente un punto di riferimento per una parte significativa delle comunità della Diocesi. Non dimentichiamo che, nei secoli, sono stati molteplici i tentativi di spostare la sede proprio in questa città.
Ma proprio perché si parla di una assemblea diocesana, cioè di un momento nel quale l’intera comunità ecclesiale dovrebbe ritrovarsi, è legittimo chiedersi se la scelta della sede non meriti una riflessione.
Perché Cassano, sede della Diocesi, non dovrebbe essere periodicamente il luogo nel quale la sua Chiesa si incontra, discute e riflette sul proprio futuro?
Anche la geografia ha il suo peso
C’è poi una questione molto concreta: la geografia e la viabilità.
La Diocesi di Cassano è territorialmente articolata e comprende comunità molto diverse tra loro.
Per chi vive nell’area del Pollino, raggiungere Castrovillari può essere certamente più semplice. Molti centri sono collegati più agevolmente alla rete autostradale e Castrovillari rappresenta, per queste comunità, una destinazione naturale e facilmente raggiungibile.
Ma la Diocesi non è soltanto Pollino.
C’è l’area ionica, con comunità come Rocca Imperiale, Montegiordano, Roseto Capo Spulico, Amendolara, Trebisacce e Villapiana, e ci sono i paesi dell’entroterra dell’Alto Ionio, come Canna, Nocara, Alessandria del Carretto e San Lorenzo Bellizzi, per i quali Castrovillari non rappresenta certamente la destinazione più immediata.
Per queste comunità raggiungere Cassano può risultare più naturale e, in molti casi, più agevole.
E rendere più agevole l’opportunità di partecipare anche a chi vive nelle aree più periferiche significherebbe, in fondo, dimostrare concretamente che la Chiesa pensa a tutti i suoi fedeli.
Visto che per queste iniziative vengono impegnate risorse, probabilmente non sarebbe stata una cattiva idea organizzare anche dei servizi di trasporto collettivo, dando così la possibilità di partecipare a chi vive nelle zone più decentrate.
Non è dunque difficile comprendere perché Castrovillari possa essere una soluzione conveniente per una parte del territorio.
Proprio questa constatazione dovrebbe indurre a una riflessione più ampia.
Se una sede è più comoda per una parte della Diocesi e un’altra sede lo è per un’altra parte, perché non pensare a una soluzione che tenga conto di entrambe?
Per esempio, perché non prevedere una rotazione delle sedi delle assemblee diocesane?
Oppure perché non fare in modo che, almeno periodicamente, l’assemblea della Diocesi torni nella città che ne è la sede storica ed episcopale?
Una Cattedrale che rischia di diventare soltanto una cornice?
C’è poi un’altra considerazione.
La Cattedrale di Cassano sembra avere oggi, nella vita pubblica della Diocesi, una funzione prevalentemente legata alle celebrazioni liturgiche e alle ricorrenze che, per loro natura, trovano lì la propria sede.
Le feste patronali, naturalmente. Le celebrazioni solenni. Le occasioni liturgiche più importanti. E poi qualche presentazione di libri o altre iniziative culturali.
Tutto questo è certamente parte della vita di una Cattedrale, ma una Cattedrale dovrebbe essere soltanto questo? Non dovrebbe essere anche il luogo nel quale una Diocesi si ritrova come comunità?
Il luogo nel quale si discutono le grandi questioni pastorali? Il luogo nel quale si incontrano sacerdoti, religiosi, associazioni, movimenti e laici provenienti dalle diverse parrocchie? Il luogo nel quale una Chiesa, almeno simbolicamente, prende coscienza della propria unità? Perché, quindi, non anche il luogo dove la comunità di Cassano centro possa ritrovare quel minimo di orgoglio di essere il centro di una Diocesi e avere così la possibilità di vedere il proprio luogo di residenza frequentato da chi vive nelle comunità vicine?
La domanda può apparire provocatoria, ma forse non lo è.
Anzi, potrebbe essere una domanda perfettamente coerente con il tema dell’assemblea appena conclusa.
«Lasciamoci trasformare»
Nel suo intervento, mons. Savino ha insistito molto sulla necessità di lasciarsi trasformare dalla liturgia.
«È questa la consegna. Lasciamoci trasformare. Lasciamo che Cristo dia forma alle nostre comunità. Lasciamo che l’Eucaristia ci insegni, domenica dopo domenica, a vivere da fratelli e sorelle».
E ancora: «Non celebriamo perché siamo già una comunità perfetta».
Sono parole che meritano di essere ascoltate anche al di là del loro significato strettamente religioso.
Una comunità che non si considera perfetta è una comunità che sa interrogarsi, che sa mettere in discussione anche le proprie abitudini e che può chiedersi se le scelte fatte nel passato siano ancora quelle più adatte alle esigenze del presente.
E allora perché non interrogarsi anche sulla sede delle assemblee diocesane?
Non per stabilire se Castrovillari sia meglio di Cassano, né per sostenere il contrario.
Sarebbe una discussione sterile.
Il problema è un altro: come rendere concretamente visibile l’unità di una Diocesi che comprende territori, comunità e sensibilità differenti?
La comunione passa anche dai luoghi
Se l’Eucaristia, come ha ricordato il vescovo, deve educare alla «accoglienza, al perdono e alla corresponsabilità», forse anche le scelte organizzative della vita diocesana dovrebbero essere orientate nella stessa direzione e la scelta dei luoghi non è mai completamente neutrale. Un luogo dice qualcosa, una sede dice qualcosa. Una città che ospita un’assemblea diocesana diventa, almeno per quel giorno, il luogo nel quale la Diocesi si riconosce e si rappresenta. E solo Dio può sapere quanto i cassanesi ne abbiano bisogno.
Per questo sarebbe forse significativo che anche Cassano tornasse ad avere un ruolo più visibile nell’organizzazione dei momenti di carattere propriamente diocesano. Non necessariamente sempre e non necessariamente esclusivamente, ma almeno periodicamente.
Anche per dare un segnale alle comunità dell’Alto Ionio e della fascia orientale della Diocesi, così come Castrovillari rappresenta un punto di riferimento importante per le comunità del Pollino.
Una rotazione delle sedi, in quest’ottica, potrebbe persino diventare un modo concreto per far percepire la Diocesi come una realtà realmente distribuita sul territorio e non concentrata, di fatto, in una sua parte.
Una domanda, senza polemiche
C’è infine un passaggio dell’intervento di mons. Savino che sembra quasi fatto apposta per chiudere questa riflessione.
Il vescovo ha ricordato le parole di papa Leone XIV sul mistero eucaristico:
«Attingiamo con fede a questa fonte di vita divina e lasciamoci trasformare dal mistero che celebriamo».
Ecco, lasciarsi trasformare significa anche avere il coraggio di interrogarsi: non necessariamente per cambiare ciò che funziona, ma per capire se qualcosa può essere fatto diversamente. La domanda, allora, è semplice e non pretende di avere già una risposta:
perché l’assemblea ecclesiale della Diocesi di Cassano, da alcuni anni, si svolge a Castrovillari e non nella città che della Diocesi è la sede?
Ci sono ragioni organizzative precise che giustificano questa scelta? Forse ci sono problemi di spazi, di accoglienza, di parcheggi, di collegamenti o altre esigenze che non conosciamo.
E sarebbe interessante che queste ragioni venissero spiegate.
Ma, se la questione è quella della comunione, sarebbe altrettanto interessante chiedersi se non sia arrivato il momento di restituire anche alla Cattedrale di Cassano e alla città che ospita la sede episcopale un ruolo più centrale nella vita della Diocesi. Sicuramente non per togliere qualcosa a Castrovillari e certamente non per privilegiare Cassano, ma semplicemente perché una Chiesa che vuole essere una comunità di comunità dovrebbe forse trovare il modo di far sentire tutti, dai paesi del Pollino a quelli dell’Alto Ionio, ugualmente vicini al proprio centro.
Anche questo, probabilmente, significa lasciarsi formare dalla liturgia: non soltanto celebrare insieme, ma imparare a sentirsi davvero parte della stessa comunità.
Tonino Cavallaro
