Non posso esimermi dal soffermarmi su una frase dell’articolo pubblicato oggi sul Quotidiano del Sud, a firma di Antonio Jannicelli, che mi sembra particolarmente significativa: «L’Italia non è tutta uguale».
Jannicelli parte dalla vicenda di San Basile, dove la nuova normativa sulla presenza degli alunni stranieri nelle classi rischia di essere letta in maniera molto diversa da come potrebbe esserlo in una grande città.
Proprio questo è il punto che vorrei approfondire.
Perché se l’Italia non è tutta uguale, non lo sono nemmeno le sue scuole.
Il decreto approvato dal Consiglio dei ministri prevede, a partire dall’anno scolastico 2027-2028, che nelle classi prime della scuola primaria gli alunni con cittadinanza non italiana che non siano nati in Italia o che non abbiano frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia non superino il 30 per cento. Per medie e superiori il criterio riguarda gli studenti stranieri che non abbiano frequentato con esito positivo almeno tre anni del sistema scolastico italiano. Sono inoltre previste misure per favorire l’apprendimento dell’italiano e, nei casi in cui il limite non possa essere rispettato, interventi organizzativi per una distribuzione più equilibrata degli alunni.
Il principio della conoscenza della lingua italiana e dell'integrazione scolastica è certamente una questione seria, ma proviamo per un momento a uscire dalle grandi città e a guardare ciò che accade nei piccoli borghi.
San Basile: 21 bambini, 17 stranieri
A San Basile, piccolo comune del Cosentino, la scuola primaria è frequentata da 12 bambini, soltanto 2 dei quali italiani. Nella scuola secondaria di primo grado ci sono 9 ragazzi, ancora una volta con soltanto 2 italiani. In totale fanno 21 alunni, di cui 17 stranieri.
Numeri che, se estrapolati dal contesto, possono certamente impressionare. il contesto, però, è proprio ciò che non dovremmo dimenticare.
San Basile è un piccolo paese di meno di 900 abitanti. Qui il problema non è soltanto come distribuire gli alunni stranieri nelle classi. Il problema è, prima ancora, avere abbastanza bambini per poter mantenere aperta una scuola. E’ una differenza sostanziale.
La presenza delle famiglie accolte attraverso il progetto SAI ha avuto una ricaduta concreta sulla scuola e sulla comunità. I bambini stranieri frequentano insieme agli altri e partecipano alla vita del paese. La stessa responsabile del SAI, Caterina Pugliese, ha però invitato a non descriverli semplicemente come quelli che hanno «salvato» la scuola: sono bambini, prima di tutto, inseriti in una comunità e in un percorso educativo.
È una precisazione importante. Perché sarebbe sbagliato trasformare quei bambini in una percentuale, così come sarebbe sbagliato trasformarli nella soluzione al problema dello spopolamento. Sono semplicemente bambini che vanno a scuola. Tuttavia la loro presenza racconta una realtà che una norma nazionale dovrebbe necessariamente considerare.
Quando il problema non è il troppo, ma il troppo poco
Nelle grandi aree urbane il problema può essere quello di una classe nella quale si concentrano molti alunni che non conoscono ancora adeguatamente la lingua italiana. In un piccolo borgo, invece, può accadere che il problema sia esattamente l'opposto:non ci sono abbastanza bambini. Una percentuale, come si può facilmente evincere, cambia completamente significato. Il 30 per cento può essere una misura organizzativa in una scuola con molte classi e centinaia di studenti. Ma che cosa significa quella stessa percentuale in una pluriclasse di un piccolo paese?
Se gli alunni italiani sono soltanto quattro su ventuno, non si può certo ignorare il dato, ma nemmeno si può ignorare il fatto che quei ventuno bambini costituiscono, tutti insieme, la comunità scolastica di quel paese e se una parte di loro dovesse essere trasferita altrove per rispettare una percentuale, bisognerà poi domandarsi che cosa significhi concretamente quel trasferimento.
Dove andranno, quanto dovranno spostarsi, quale scuola li accoglierà e quale effetto avrà tutto questo sulla scuola del piccolo comune?
Il decreto prevede, nei casi in cui il limite non possa essere rispettato, una redistribuzione tra istituzioni scolastiche vicine, tenendo conto anche del principio di prossimità e delle esigenze familiari e proprio la parola «vicine» assume un significato particolare quando si parla di aree interne. In una grande città, una scuola vicina può essere a dieci minuti di autobus. In un borgo del Pollino o dell'Alto Jonio, può voler dire attraversare un altro comune, percorrere chilometri e dipendere dagli orari di un trasporto scolastico.
La Calabria dei piccoli borghi
San Basile, per esempio, smette di essere una curiosità statistica e diventa il simbolo di una questione molto più grande. Pensiamo ai tanti piccoli comuni del Pollino e della Sibaritide: Acquaformosa, Civita, Firmo, Frascineto, Plataci, San Lorenzo Bellizzi, Alessandria del Carretto e tanti altri. Sono comunità nelle quali da anni si combatte una battaglia silenziosa contro lo spopolamento.
La scuola quì non è soltanto il luogo nel quale si insegnano matematica, italiano o storia, rappresenta spesso uno degli ultimi presìdi di comunità rimasti nei piccoli borghi. La sua presenza dice alle famiglie che quel paese è ancora vivo. Che ci sono servizi. Che crescere un bambino lì è ancora possibile. Per questo la discussione sulla presenza degli alunni stranieri non può essere separata dalla discussione sulla demografia. Perché può accadere il paradosso che, mentre in alcune parti d'Italia si cerca di ridurre la concentrazione degli alunni stranieri, in altre si rischi di perdere la scuola semplicemente perché non ci sono più bambini.
Un'analisi pubblicata nei giorni scorsi in Calabria ha proprio evidenziato come, nei piccoli comuni, la presenza degli alunni stranieri possa intrecciarsi con la necessità di mantenere i servizi scolastici nelle aree colpite dallo spopolamento.
Non una contrapposizione tra italiani e stranieri
Credo che sarebbe un errore trasformare questa discussione nell'ennesima contrapposizione tra italiani e stranieri. La scuola ha il dovere di garantire a tutti gli alunni le migliori condizioni per apprendere e la conoscenza della lingua italiana è naturalmente fondamentale.
Ma la scuola ha anche il dovere di conoscere il territorio nel quale opera.
Una grande scuola di Milano, Roma o Napoli non è la stessa cosa di una pluriclasse di San Basile. Una norma nazionale può stabilire una regola generale. Ma l'applicazione di quella regola dovrebbe essere capace di comprendere le differenze tra una realtà e l'altra. Alla fine, il rischio è quello di risolvere un problema amministrativo creandone uno territoriale.
E allora torniamo alla frase di Antonio Jannicelli:
«L'Italia non è tutta uguale».
È vero. Ma aggiungerei qualcosa: non sono uguali le città e i piccoli borghi, non sono uguali le loro popolazioni e non sono uguali le loro scuole. Sarebbe doveroso prima di chiederci quanti bambini stranieri possono stare in una classe, porci una domanda ancora più semplice e drammatica: quanti bambini resteranno nei nostri piccoli paesi abbastanza a lungo da permettere alle loro scuole di continuare ad esistere?
Il problema, nei borghi del Pollino e della Sibaritide, potrebbe non essere quello di avere troppi bambini stranieri, potrebbe essere quello, molto più grave, di avere troppo pochi bambini, italiani o stranieri che siano.
Ed è una differenza che una percentuale, da sola, non può raccontare.
Tonino Cavallaro
Ex.emigrante, che ha vissuto sulla sua pelle e su quella dei propri figli il problema della scuola in un paese straniero