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Il liberalismo non è una casella: la risposta di Ciro Palmieri

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Dopo la mia riflessione sul liberalismo italiano, una risposta che considero parte integrante del confronto

Qualche giorno fa ho pubblicato una mia riflessione, nata da un intervento di Ciro Giovanni Palmieri, Presidente nazionale dei Liberaldemocratici Italiani, nel quale avevo cercato di andare oltre la semplice polemica politica per porre una domanda che ritenevo, e ritengo, più importante: quale idea di liberalismo si vuole rappresentare nella politica italiana di oggi?

Avevo rivolto questa domanda a Ciro con la libertà che consente un'amicizia sincera, ma anche con la prudenza necessaria quando si entra nel terreno delle appartenenze politiche. Non mi interessava infatti suggerire ai Liberaldemocratici dove collocarsi, né tantomeno aprire una discussione sulla loro eventuale appartenenza a questo o quello schieramento. Mi interessava piuttosto capire se il liberalismo potesse ritrovare una propria autonomia culturale, tornando a guardare anche a quella grande tradizione italiana rappresentata, pur nelle profonde differenze tra loro, da Giovanni Amendola, Piero Gobetti, Luigi Einaudi e Benedetto Croce.

Avevo inoltre sottolineato come, a mio avviso, una cultura autenticamente liberaldemocratica non possa prescindere dalla difesa della Costituzione repubblicana e degli equilibri istituzionali che garantiscono la libertà, il pluralismo e lo Stato di diritto. Allo stesso tempo avevo osservato che le degenerazioni della politica — il trasformismo, il personalismo, il clientelismo, la ricerca di candidature e di rendite di posizione — non appartengono esclusivamente a una parte politica, ma possono manifestarsi, in forme diverse, in tutti gli schieramenti.

Ciro ha voluto rispondere pubblicamente a quelle domande e lo ha fatto con una lettera che, oltre al valore personale che naturalmente ha per me, contiene una serie di precisazioni sulla visione culturale e politica dei Liberaldemocratici Italiani. Ritengo quindi corretto pubblicarla integralmente, lasciando ai lettori la possibilità di leggere direttamente le sue parole e di formarsi la propria opinione.

È, in fondo, la continuazione di un confronto che considero molto più utile di tante contrapposizioni politiche: non un confronto tra amici che la pensano necessariamente allo stesso modo, ma tra persone che ritengono ancora possibile discutere di politica partendo dalle idee, dalla storia e dai principi.

Questa è la risposta di Ciro Giovanni Palmieri.

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ciro_palmieri.liberaldemocratici.jpgCaro Tonino,

ti ringrazio per la profondità, la misura e l’onestà intellettuale con cui hai voluto cogliere le mie parole. In una stagione politica spesso segnata dalla contesa superficiale e dalla ricerca del pretesto polemico, ritrovare un interlocutore che sceglie di elevare il confronto sul terreno delle idee, della storia e delle categorie culturali è un esercizio di rara nobiltà d’animo, oltre che una dimostrazione di sincera amicizia.

La tua domanda — quale idea di liberalismo intendiamo rappresentare nell'Italia di oggi — merita una risposta chiara, articolata e priva di infingimenti.

Innanzitutto, è doverosa una chiarificazione di metodo e d'identità. Quando parliamo del nostro impegno, è bene ribadire che ci definiamo con nettezza Liberaldemocratici Italiani. Non si tratta di una sottolineatura pedante, ma di un’esigenza di rigore in un panorama nazionale fin troppo gremito di sedicenti «formazioni liberali», spesso ridotte a etichette di comodo, a succursali d'area o a meri orpelli elettorali usati per nobilitare ambizioni personali. La storia del pensiero liberale non è un abito da indossare alla bisogna; è un’eredità morale, economica e istituzionale rigorosa.

Venendo al cuore della tua riflessione, colgo e condivido il richiamo ai maestri del nostro pantheon ideale. Quando citi Giovanni Amendola e la sua intransigente difesa della dignità della politica contro il trasformismo; quando evochi la severa e operosa etica della responsabilità di Luigi Einaudi, la passione etico-politica di Benedetto Croce e l'intransigenza critica di Piero Gobetti, tocchi la fibra stessa della nostra cultura. Quei giganti ci hanno insegnato proprio questo: che il liberalismo è, prima di tutto, un metodo di libertà e un presidio istituzionale, mai una disciplina di fazione. Rispondo quindi direttamente al tuo interrogativo: i Liberaldemocratici Italiani non intendono incasellare la libertà in uno schieramento precostituito. Per noi il liberalismo non è né un dogma di destra né un sedativo moderato di sinistra, ma un'esigenza strutturale della democrazia.

L’autonomia culturale e politica che tu giustamente invochi è per noi una stella polare:

Siamo e saremo intransigenti nella difesa della Costituzione repubblicana, garanzia suprema dell'equilibrio dei poteri, dello Stato di diritto e della centralità della persona contro ogni tentazione di cesarismo o di erosione delle garanzie democratiche.

Siamo e saremo inflessibili contro il clientelismo, il trasformismo e il personalismo, mali atavici della politica italiana che travalicano i singoli schieramenti e che mortificano il merito, le competenze e la buona amministrazione.

Siamo fermi nel sostenere una società aperta e responsabile, dove lo Stato non si fa gestore o padrone, ma garante delle regole, promotore del merito e solido argine contro l'assistenzialismo e la spesa pubblica improduttiva.

Quanto allo "spazio" di cui chiedi: crediamo che l'autorevolezza di una forza liberaldemocratica non si misuri dalla capacità di galleggiare nel tatticismo politico o dalla ricerca spasmodica di un'equidistanza d'opportunità, ma dalla piena sovranità del proprio giudizio. Essere liberaldemocratici oggi significa proprio questo: conservare la libertà di valutare le proposte, i provvedimenti e le alleanze alla luce dei propri principi fondativi, sostenendo ciò che promuove la crescita, le garanzie individuali e l'efficienza delle istituzioni, e respingendo con forza ciò che le mortifica, da qualunque parte provenga.

In questa prospettiva, la rotta concreta e l'orizzonte strategico dell'azione politica dei Liberaldemocratici Italiani non saranno definiti da estemporanee intese di palazzo, bensì scolpiti e tracciati nel documento politico, programmatico ed elettorale che sarà al centro dei lavori e del dibattito della nostra prossima Assemblea Nazionale. Sarà quella la sede sovrana e collegiale in cui la nostra visione culturale si tradurrà in proposta di governo per il Paese, riaffermando il primato delle idee e dei contenuti su ogni forma di trasformismo.

Le mie parole nel comunicato non miravano a costruire recinti, ma a tracciare una linea di demarcazione etica e culturale. Chi intende la politica come professione del millantato credito, come corsa alla poltrona o come mero strumento di consenso clientelare troverà sempre nei Liberaldemocratici Italiani un avversario irriducibile. Chi, come te, crede che la politica vada restituita al rigore, al valore delle idee, al rispetto delle risorse dei cittadini e all'autonomia critica, troverà sempre un terreno d'incontro autentico.

La tua domanda non rimane dunque sospesa, ma diventa per noi uno stimolo ulteriore a proseguire con coraggio sul cammino intrapreso: ricordare perché esserci, prima ancora di decidere dove stare, per restituire alla tradizione liberaldemocratica italiana la dignità, il rigore e la forza propulsiva che le competono.

Con immutata stima e affetto,
Ciro Giovanni Palmieri
Presidente nazionale dei Liberaldemocratici Italiani

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Una breve nota mia

A questo punto, forse, non c'è molto altro da aggiungere. Avevo posto a Ciro una domanda e Ciro ha scelto di rispondere non soltanto a me, ma pubblicamente, entrando nel merito di quella domanda. Mi sembra significativo soprattutto un passaggio della sua risposta: «ricordare perché esserci, prima ancora di decidere dove stare». È una frase che, in qualche modo, riassume il senso del confronto che avevo cercato di aprire.

Naturalmente, saranno poi i fatti, le scelte concrete e il documento programmatico annunciato da Palmieri a mostrare come questi principi troveranno traduzione nell'azione politica. Per ora mi sembra già importante che, in un tempo nel quale il confronto politico scivola spesso verso le appartenenze e le contrapposizioni personali, due amici possano ancora discutere di politica partendo da Amendola, Gobetti, Einaudi, Croce, dalla Costituzione e dal significato stesso della parola liberalismo, senza che il dissenso debba necessariamente trasformarsi in una frattura.

A Ciro, dunque, il mio grazie per questa risposta. Il confronto, naturalmente, rimane aperto.

Tonino Cavallaro