Dalle piazze di Milano alla crisi della rappresentanza: comprendere il disagio senza assolvere la violenza.
C'è un aspetto delle proteste contemporanee che merita di essere osservato con particolare attenzione: non soltanto ciò che accade nelle piazze, ma il modo in cui quelle azioni vengono concepite, rappresentate e consumate nell'universo della comunicazione digitale.
È questo uno degli spunti che si possono ricavare dalla riflessione di Christian Caliandro su Artribune.com, a proposito delle proteste di Milano. Un contributo che invita a interrogarsi sulle nuove forme della mobilitazione collettiva e sul confine, sempre più sfumato, tra manifestazione politica e performance.
La questione non è di poco conto. Siamo abituati a leggere le proteste attraverso categorie che appartengono alla storia del Novecento: organizzazioni, partiti, sindacati, programmi, rivendicazioni e obiettivi riconoscibili. Ma che cosa accade quando la piazza non esprime più, o non riesce a esprimere, un progetto comune? Quando la rabbia è evidente, mentre le ragioni che la alimentano si presentano frammentate e contraddittorie?
La protesta nell'epoca dello spettacolo
Un tempo la manifestazione cercava soprattutto di esercitare una pressione sui governi, sui datori di lavoro, sulle istituzioni. Il corteo, lo sciopero, l'occupazione di una fabbrica o di un'università erano strumenti attraverso i quali un gruppo sociale cercava di rendere riconoscibili le proprie rivendicazioni.
Oggi, accanto a queste forme tradizionali, ne sono emerse altre, profondamente condizionate dalla comunicazione digitale. Un gesto compiuto in strada può diventare immediatamente un'immagine destinata a circolare in tutto il mondo. La sua forza non dipende più soltanto dalle conseguenze materiali o politiche, ma anche dalla capacità di suscitare attenzione, indignazione, consenso o riprovazione.
La protesta può così trasformarsi in spettacolo, non necessariamente perché sia falsa o costruita a tavolino, ma perché la visibilità diventa parte integrante dell'azione.
Una vetrina infranta, un confronto violento con la polizia, un oggetto lanciato contro le forze dell'ordine producono immagini immediatamente riconoscibili. Le ragioni di una protesta, invece, richiedono tempo, approfondimenti, dati e capacità di ascolto. Il gesto violento si impone all'attenzione; le condizioni sociali che possono averlo preceduto restano spesso sullo sfondo.
Qui si manifesta una contraddizione della nostra epoca: si può ottenere una visibilità enorme senza riuscire a modificare nulla. Si può conquistare per qualche ora il centro della scena senza aver costruito un progetto capace di durare oltre la manifestazione.
La rabbia non è ancora politica
Sarebbe tuttavia sbagliato fermarsi a questa constatazione. Se una parte dei giovani manifesta insofferenza verso il sistema economico, le istituzioni e le prospettive offerte dalla società, non basta liquidare tutto come un problema di ordine pubblico o come una degenerazione dei comportamenti individuali.
La precarietà del lavoro, il costo degli alloggi, le difficoltà economiche delle famiglie, le disuguaglianze e la percezione di un futuro sempre meno accessibile possono alimentare un malessere reale. Ma tra l'esistenza di un disagio e la sua trasformazione in una forza politica c'è una distanza che non può essere colmata dalla sola rabbia.
La protesta diventa politicamente efficace quando riesce a individuare obiettivi, organizzare le persone, formulare richieste e costruire interlocutori. Senza questi passaggi, il rischio è che il malessere si esprima attraverso una successione di gesti, fiammate e scontri, destinati a esaurirsi senza lasciare risultati.
Non tutto ciò che accade in una piazza è necessariamente espressione di una medesima volontà. Possono convivere manifestanti con rivendicazioni precise, giovani esasperati, gruppi organizzati e individui interessati allo scontro. Attribuire a tutti un'unica intenzione significa semplificare la realtà.
La rabbia, insomma, può essere un segnale politico. Ma non è ancora, di per sé, una politica.
Comprendere non significa giustificare
Su questo punto occorre evitare ogni ambiguità. Le difficoltà sociali possono contribuire a spiegare il disagio, ma non giustificano aggressioni, devastazioni o intimidazioni. Chi commette atti violenti risponde delle proprie azioni; chi manifesta pacificamente non deve essere confuso con chi utilizza la protesta come occasione per danneggiare persone e beni.
Ma sarebbe altrettanto superficiale concludere che, una volta verificatisi episodi di violenza, ogni questione sollevata dalla manifestazione perda valore.
La responsabilità individuale e quella politica appartengono a piani diversi. La prima riguarda gli atti commessi e le conseguenze che ne derivano. La seconda riguarda la capacità delle istituzioni di comprendere e affrontare i problemi della società.
Condannare la violenza non ci esonera dall'indagare le cause del disagio. Comprendere il disagio non ci autorizza ad assolvere la violenza.
È una distinzione elementare, eppure spesso scompare nel dibattito pubblico, dove tutto viene rapidamente ricondotto a uno scontro tra opposte appartenenze: da una parte chi invoca la repressione, dall'altra chi tende a giustificare qualsiasi comportamento in nome della protesta.
In entrambi i casi, la complessità viene sacrificata alla convenienza della polemica.
Dove sono finiti i luoghi della rappresentanza?
La domanda più importante riguarda forse il rapporto tra i giovani e le organizzazioni tradizionali della politica.
Partiti e sindacati non hanno certamente esaurito la loro funzione, ma devono fare i conti con una difficoltà evidente: intercettare le nuove forme del disagio e trasformarle in partecipazione organizzata. Quando una parte della società non si riconosce più nei soggetti che dovrebbero rappresentarla, il dissenso rischia di perdere i canali attraverso i quali può tradursi in cambiamento.
I social network consentono di mobilitare rapidamente migliaia di persone, ma non sostituiscono automaticamente le organizzazioni capaci di elaborare proposte, negoziare, assumersi responsabilità e verificare i risultati ottenuti.
La rete può convocare una piazza. Non necessariamente sa costruire ciò che viene dopo.
È qui che si manifesta uno dei limiti della protesta-spettacolo: il momento della visibilità può essere intenso, perfino travolgente, ma non garantisce alcuna continuità. Quando le telecamere si spengono e l'attenzione si sposta altrove, le condizioni che hanno alimentato il malessere possono rimanere immutate.
La politica, dal canto suo, non può limitarsi a intervenire quando la protesta degenera. Deve dimostrare di saper ascoltare anche prima che il conflitto esploda, riconoscendo le domande sociali e offrendo risposte verificabili.
Il ruolo dei media: mostrare i fatti, spiegare il contesto
La comunicazione contemporanea tende a privilegiare ciò che colpisce immediatamente. Un'immagine violenta può essere ripetuta centinaia di volte, mentre l'analisi delle condizioni economiche e sociali richiede uno spazio che non sempre viene concesso.
Il risultato è che il pubblico rischia di conoscere ogni dettaglio spettacolare di una manifestazione senza comprenderne le motivazioni, le differenze interne e le eventuali contraddizioni.
Questo non significa minimizzare gli episodi di violenza o attenuare le responsabilità. Significa restituire ai fatti il loro contesto, distinguendo le responsabilità individuali dalle questioni collettive e le rivendicazioni legittime dai comportamenti illegali.
Anche l'arte, richiamata dal contesto della riflessione di Caliandro, può offrire strumenti per leggere queste contraddizioni. Una fotografia, un video o una performance possono rendere visibili esperienze che il linguaggio istituzionale fatica a raccontare. Ma anche l'arte può correre il rischio di trasformare il conflitto in una rappresentazione affascinante, nella quale la forza delle immagini finisce per sostituire l'analisi della realtà.
La domanda non è dunque soltanto che cosa vediamo, ma che cosa riusciamo a comprendere attraverso ciò che vediamo.
E la Calabria, lontana dalle grandi piazze?
Queste riflessioni possono apparire lontane dai problemi quotidiani della Calabria e della Sibaritide. In realtà, riguardano anche i territori nei quali il disagio sociale assume forme meno spettacolari, ma non per questo meno profonde.
Qui il problema può manifestarsi nella difficoltà di trovare un lavoro stabile, nell'emigrazione dei giovani, nella debolezza dei servizi, nella distanza dalle opportunità formative e professionali, nella sensazione che le decisioni importanti vengano prese altrove.
Non occorre che una piazza si riempia o che una protesta finisca in televisione perché esista una crisi della rappresentanza. A volte il segnale più eloquente è proprio l'assenza: l'allontanamento dalla partecipazione, la rinuncia a chiedere, la decisione di cercare altrove ciò che non si riesce a trovare nel proprio territorio.
Naturalmente, non si possono assimilare situazioni diverse né attribuire automaticamente alle medesime cause comportamenti che nascono in contesti differenti. Ma una questione comune esiste: che cosa accade quando le persone non vedono più un rapporto credibile tra le proprie aspettative e le risposte della politica?
In Calabria questa domanda dovrebbe interrogare soprattutto le amministrazioni locali, i partiti, le organizzazioni sociali e le rappresentanze economiche. Non basta lamentare la fuga dei giovani; occorre chiedersi quali condizioni concrete potrebbero convincerli a restare, partecipare e contribuire alla vita delle proprie comunità.
Dopo lo spettacolo, che cosa rimane?
Lo spunto offerto da Christian Caliandro ci conduce, dunque, oltre la cronaca di una manifestazione. Ci invita a osservare una società nella quale la protesta può diventare immagine, la rabbia può circolare senza trasformarsi in progetto e la politica rischia di intervenire soltanto quando il conflitto è ormai esploso.
Ma non dobbiamo trasformare questa constatazione in una condanna generalizzata dei giovani, né attribuire a ogni gesto di dissenso un significato che non possiede.
Il problema è ricostruire il legame tra il malessere e la proposta, tra la visibilità e la partecipazione, tra il diritto di protestare e la capacità di ottenere cambiamenti.
Una democrazia non si misura soltanto dalla sua capacità di mantenere l'ordine pubblico. Si misura anche dalla possibilità che i cittadini trovino interlocutori credibili, che le domande sociali possano essere espresse e che le istituzioni sappiano rispondere prima che la frustrazione diventi rottura.
La violenza non è una scorciatoia per cambiare la società. Ma neppure l'ordine, da solo, è una risposta sufficiente a tutti i problemi che attraversano la società.
Il vero rischio è che, esaurito lo spettacolo della protesta, tutto torni come prima: le immagini restino nella memoria digitale, la politica si consumi nelle polemiche e le ragioni del disagio continuino a non trovare risposta.
La domanda posta dalle piazze di Milano diventa una questione che riguarda tutti, anche chi vive lontano dai grandi centri urbani: chi sarà capace di trasformare la rabbia individuale in un progetto collettivo, e il dissenso in una possibilità concreta di cambiamento?
Una protesta può durare un giorno, la crisi che l'ha generata, se nessuno se ne occupa, può durare molto più a lungo.
Fonte: La riflessione prende spunto dall’articolo di Christian Caliandro pubblicato su Artribune, dedicato alle proteste di Milano e al rapporto tra protesta, performance e società contemporanea.
Leggi l’articolo originale: Artribune – Proteste a Milano: l’articolo di Christian Caliandro
PS: Anche la politica, qualche volta, diventa spettacolo come ierisera a Cassano Jonio
Per non limitarci a osservare ciò che accade nelle piazze di Milano, proviamo a fare un salto a casa nostra. Ieri sera, durante il Consiglio comunale di Cassano Jonio, abbiamo assistito ad alcuni siparietti particolarmente interessanti. Certo, niente a che vedere con le violenze milanesi, ma quanto a ricchezza del repertorio verbale non si è rimasti poi così lontani da certe fiere del bestiame di qualche decennio fa, o dalle memorabili dispute fra lavandaie per accaparrarsi i posti migliori lungo il fiume.
Qualcuno ha definito «indecente» lo spettacolo offerto. Io sarei più prudente nell'uso di questo aggettivo: l'indecenza, a mio avviso, andrebbe riservata ad altri atteggiamenti, ben più gravi, diseducativi e, in certi casi, spregevoli. Ma resta una domanda: quale esempio offre ai cittadini un confronto istituzionale quando le parole smettono di servire al dibattito e diventano strumenti di sopraffazione verbale?
Il Consiglio comunale non è un salotto e nessuno pretende che la politica sia una conversazione fra gentiluomini d'altri tempi. Il dissenso può essere aspro, la polemica anche ruvida. È legittimo criticare, contestare, persino alzare la voce. Ma chi siede in un'assemblea eletta dal popolo dovrebbe ricordare che il mandato ricevuto comporta anche una responsabilità pubblica: quella di rappresentare i cittadini senza trasformare il confronto in una gara a chi pronuncia la battuta più aggressiva o l'insulto più colorito.
Qui il collegamento con le proteste di Milano diventa inevitabile. Da una parte, la piazza che rischia di trasformare il dissenso in spettacolo; dall'altra, l'aula consiliare che rischia di fare altrettanto con il confronto politico. Contesti diversi, responsabilità diverse, ma una questione comune: quando la scena prende il posto dei contenuti, a perdere non sono soltanto le buone maniere. È la sostanza stessa della partecipazione democratica.
Più che scandalizzarci per una parola fuori posto, dovremmo domandarci quale cultura del confronto stiamo costruendo, perché i giovani osservano, i cittadini giudicano e le istituzioni educano anche attraverso ciò che non vorrebbero insegnare.
Antonio Michele Cavallaro