Quando la legge non basta a sconfiggere la cultura dell'illegalità
Leggendo due articoli apparsi recentemente, uno sul Corriere della Calabria, con le riflessioni di Salvatore Curcio, procuratore della Repubblica di Catanzaro, e l'altro a firma di Giuseppe Aloise, pubblicato su Cosine, il blog gestito da Franco Petramala, ho trovato alcune correlazioni interessanti che meritano una riflessione.
Curcio sostiene che la repressione giudiziaria, pur essendo indispensabile, non basta a sconfiggere la criminalità organizzata. Occorre una vera e propria «rivolta delle coscienze» e un rinnovamento culturale.
Aloise, invece, affronta il tema della vergogna e della colpa, sostenendo che la legalità non può fondarsi soltanto sulla paura della pena. Occorre recuperare il senso della vergogna come forma di responsabilità civile, come sentimento che ci porta a rispettare le regole anche quando nessuno ci controlla.
Due ragionamenti diversi, ma un punto d'incontro evidente: una società non può affidare soltanto alla legge e agli apparati repressivi il compito di garantire la propria civiltà.
A questo proposito mi torna in mente un episodio di molti anni fa.
Durante un viaggio in Ucraina, quando ancora faceva parte dell'URSS, mi capitò di vedere in una stazione ferroviaria una bacheca con alcuni piccoli manifesti. Vi erano riprodotti i volti di uomini e donne, persone comuni, accompagnati da una breve didascalia. Erano stati sorpresi a viaggiare senza aver pagato il biglietto.
La mia guida tradusse il testo: «Il signor X Y è stato sorpreso a viaggiare sulla tratta K-Z senza aver pagato il biglietto».
Nient'altro. Nessun riferimento alla multa o alla sanzione. Bastava rendere pubblica la scorrettezza commessa. La vera punizione sembrava essere il giudizio della comunità.
Non intendo certo idealizzare il sistema sovietico, né proporre l'esposizione pubblica dei trasgressori come modello. Ma quell'episodio mi colpì e mi fece pensare alla mentalità del mio Paese.
Da noi, quando di qualcuno si diceva «è un bravo ragazzo», spesso si intendeva che fosse un bonaccione, magari un po' ingenuo. Quando invece si voleva esaltare la furbizia e l'abilità di qualcuno, non era raro sentirsi dire: «È un figlio di buona donna!».
Non so se mi spiego, cari lettori.
Dietro questa battuta si nasconde una contraddizione: siamo talvolta portati ad ammirare la furbizia anche quando si esercita a danno degli altri, mentre rischiamo di considerare l'onestà e il rispetto delle regole come manifestazioni di ingenuità. Chi viaggia a sbafo può diventare un dritto, uno che sa arrangiarsi. Altro che vergogna!
Naturalmente, non stiamo parlando di mafia. Sarebbe assurdo equiparare una piccola scorrettezza alla criminalità organizzata. Ma il problema culturale merita attenzione: quando il rispetto delle regole perde valore e la furbizia diventa una qualità da ammirare, si indeboliscono le fondamenta della convivenza civile.
Questo è proprio il ragionamento di Curcio. La 'ndrangheta non vive soltanto di estorsioni, narcotraffico e appalti. Trova terreno fertile anche nell'indifferenza, nei silenzi, nelle convenienze e nelle ambiguità di chi, pur non appartenendo alle organizzazioni criminali, finisce per tollerarne le logiche.
Aloise ci offre una chiave di lettura filosofica, richiamando il mito di Protagora narrato da Platone: Zeus affida agli uomini la vergogna e la giustizia perché possano vivere insieme. Non sono qualità riservate a pochi, ma condizioni indispensabili della vita collettiva.
La vergogna, naturalmente, non deve diventare umiliazione o conformismo. Deve essere la consapevolezza di aver compiuto qualcosa di ingiusto nei confronti degli altri.
E allora la domanda riguarda tutti noi: possiamo pretendere che siano soltanto magistrati e forze dell'ordine a combattere la criminalità, mentre nella vita quotidiana continuiamo a tollerare raccomandazioni, privilegi, piccoli abusi e scorciatoie?
La legge deve punire chi commette reati, ma la coscienza civile deve impedire che certi comportamenti diventino normali.
Una società civile non è quella nella quale tutti hanno paura di essere puniti, ma quella nella quale nessuno considera motivo di orgoglio riuscire a farla franca.
Invito i lettori a leggere entrambi gli articoli. Sono contributi diversi, ma affrontano una questione che riguarda da vicino il nostro futuro: non basta combattere l'illegalità, bisogna anche smettere di considerarla, in qualche sua forma, una furbizia da ammirare.
Tonino Cavallaro
I due contributi da leggere
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Salvatore Curcio, 'Ndrangheta, Curcio rilancia l'allarme: approccio troppo burocratico del legislatore rispetto all'azione investigativa — Leggi sul Corriere della Calabria. della Calabria.
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Giuseppe Aloise, La Vergogna e la Colpa, pubblicato sul blog Cosine di Franco Petramala — Leggi su Cosine