
Quella notte nevicava con un’intensità insolita. Forse lo era davvero, o forse ci sembrava tale perché eravamo stremati: io e mio fratello rientravamo da una serata passata a suonare in un locale da ballo, a centocinquanta chilometri da casa. L’ambiente non era stato dei migliori: svizzerotti mezzi ubriachi che, fino alle due del mattino, ci avevano tormentato con le richieste più improbabili e che avevamo comunque cercato di accontentare, come sempre.
Da poche settimane avevo comprato una FIAT 2300 del ’68, sei cilindri a benzina, abbastanza spaziosa da contenere anche i nostri strumenti. Cambio al volante, sedili “a panchina” anche davanti. Mio fratello si era appisolato, mentre io avanzavo piano lungo una strada coperta di neve fresca, distinguendo a fatica i paracarri che segnavano il limite della carreggiata. Procedevo così da almeno due ore. Il letto era ormai a pochi chilometri e, per restare sveglio, canticchiavo, sbattevo le ginocchia, mi aggrappavo a qualsiasi espediente.
Fu allora che notai, quasi al centro della strada, una specie di monticello ricoperto di neve. Istintivamente sterzai a sinistra e riuscii a evitarlo. Subito dopo, però, mi fermai. In Svizzera era raro imbattersi in ostacoli su una strada qualsiasi. Scesi dall’auto e mi avvicinai con cautela.
Pensai inizialmente a un animale investito: in quella zona non era raro imbattersi in cervi o cinghiali. Intanto mio fratello si era svegliato e, sceso anche lui, mi chiese cosa fosse successo. Insieme spostammo la neve e ci rendemmo conto che non si trattava di un animale, ma di un uomo: un giovane, più o meno della nostra età, avvolto in un pesante cappotto militare.
Era vivo. Lo capimmo subito. Lo sollevammo di peso e lo sistemammo sui sedili posteriori, massaggiandogli delicatamente il volto finché non diede segni di ripresa. Provammo a chiedergli dove abitasse, ma riuscimmo solo a capire il suo nome: Eddie. Aveva bevuto parecchio. Forse incoscientemente, decidemmo di portarlo a casa nostra.
Poco dopo arrivammo al bilocale in cui vivevamo. Lo accompagnammo quasi di peso su per le scale, lo pulimmo alla meglio senza spogliarlo del tutto e gli preparammo un giaciglio sul divano. Si addormentò quasi subito. Solo allora andammo a dormire anche noi.
Avevamo agito senza pensare alle conseguenze: se fosse stato colto da un malore, se fosse morto in casa nostra, ci saremmo trovati in grossi guai. Ma ormai era andata così.
Ci svegliammo verso mezzogiorno. Eddie dormiva ancora profondamente e lo lasciammo riposare. Mentre preparavo il caffè con la macchinetta espresso, l’aroma invase l’appartamento e, poco dopo, lui cominciò a muoversi. Seduti al tavolo, con la prima tazzina della giornata tra le mani, lo osservammo mentre si stiracchiava e si metteva seduto.
Ci guardò in silenzio. Nei suoi occhi cisposi c’era sorpresa, ma non paura. Fummo noi a rompere il ghiaccio: lo chiamammo per nome, gli chiedemmo come stesse. Si stropicciò gli occhi e disse semplicemente:
«Ich habe Hunger, darf ich ein bisschen Café haben?»
Parlava tedesco, non dialetto svizzero. Il confine con la Germania era vicino e pensammo che fosse tedesco, venuto oltre Reno per qualche ragione. Non insistemmo. Ormai eravamo tranquilli: era domenica e avevamo tutto il pomeriggio per capire il resto. Gli servimmo una grande tazza di caffè e si riprese del tutto.
Dopo una doccia e qualcosa da mangiare, finalmente ci chiese — con una naturalezza disarmante — come fosse finito lì. Gli raccontammo quanto accaduto, ma a nostra volta volevamo sapere chi fosse e cosa ci facesse, alle quattro del mattino, semisepolto nella neve.
Scoprimmo così che Eddie era un collega: anche lui suonava in un complessino, in un paese non lontano da dove lo avevamo trovato. A fine serata avevano bevuto. Era uscito a prendere aria e non ricordava più nulla. Probabilmente si era allontanato, aveva imboccato la strada e, vinto dalla stanchezza e dall’alcol, era crollato.
Nulla di grave, dunque. Dopo un pranzo a base di spaghetti al sugo, cotoletta e un paio di birre, lo accompagnammo nel paese dove aveva suonato. I suoi compagni erano già ripartiti, portando con sé anche la sua chitarra e l’amplificatore. Ci chiese se poteva restare da noi un’altra notte: il mattino dopo lo avremmo accompagnato alla stazione della città dove lavoravamo in fabbrica.
Accettammo senza problemi. Venne con noi a scaricare la nostra attrezzatura nella cantina dove provavamo con il resto del gruppo. Lì capimmo che con la chitarra ci sapeva davvero fare: Hendrix, Jimmy Page, Led Zeppelin. Facemmo un gran baccano per un paio d’ore, volumi al massimo; poi gli proponemmo di suonare con noi. Accettò con entusiasmo.
Il lunedì mattina lo accompagnammo alla stazione. Ci salutammo con la promessa che sarebbe tornato presto.
Non tornò né la settimana dopo né quella successiva. Erano gli anni Settanta: niente cellulari, niente numeri lasciati. Dopo circa un mese, però, eccolo riapparire all’uscita della fabbrica. Un po’ più in carne, lunghi capelli biondi, una barbetta rada, la chitarra a tracolla. Sorridendo come se fosse passato un solo giorno, disse che era pronto a suonare con noi.
Gli altri del gruppo non si opposero. Cominciammo a fare serate insieme. A volte dormiva da noi, altre tornava in treno. Scoprimmo anche che dipingeva. Un giorno mi regalò un piccolo autoritratto a pastello. Lo accettai con piacere.
Poi, all’improvviso, sparì di nuovo. Non avevamo recapiti. Col tempo smettemmo di cercarlo.
Anni dopo, quando avevo cambiato lavoro, lo incontrai a Zurigo. Faticai a riconoscerlo: giacca e cravatta, capelli corti, aspetto da impiegato. Mi invitò a bere qualcosa e mi raccontò di aver ripreso in mano la laurea in economia. Lavorava proprio nella banca davanti alla quale ci eravamo incontrati. Non parlò del suo allontanamento, e io non glielo chiesi. Da allora ci vedemmo spesso.
Durante il Natale del ’74 tornai in Calabria e mi fermai più a lungo del previsto. Rientrai all’inizio dell’anno nuovo e per un po’ non andai a Zurigo. A fine marzo capitai di nuovo in città. Entrai in banca senza avvisare e chiesi di Eddie. Il volto della ragazza allo sportello si fece improvvisamente triste. Mi disse che Eddie era morto, stroncato da una malattia che lo accompagnava da anni.
Capii allora i suoi improvvisi silenzi, le sparizioni che avevo attribuito a chissà quali dipendenze. Era la malattia. Aveva scelto di non parlarne, di ignorarla, di vivere.
Uscii all’aria aperta, respirando a pieni polmoni, quasi a rivendicare il mio essere ancora vivo. Andai nel bar che frequentavamo a Paradeplatz. Ordinai due Kafi fertig.
La cameriera mi guardò sorpresa.
«Due?»
«Sì. Uno per me. Uno per un amico.»
Seppi poi che se n’era andato il 13 marzo. Sono passati cinquant’anni. Di Eddie mi resta il suo autoritratto, appeso in salotto. Ogni tanto lo guardo. E, se ho un problema, improvvisamente mi sembra più leggero.
So che Eddie, da lassù, mi sorride.
E mi aspetta.






