In un articolo che muove da una dimensione intima per allargarsi a quella universale, Maurizio Maggiani racconta di una presenza domestica familiare e quasi rassicurante: «da tempo ha preso dimora in qualche recondità del nostro sottotetto una famiglia di ghiri», creature con cui si è instaurata una convivenza fatta anche di tenerezza.
Ma l’equilibrio si spezza quando «un membro della famiglia […] è finito in una cassetta di smistamento […] e da lì non riesce ad uscire». Da quel momento, il racconto diventa un confronto diretto con l’impotenza: «lo sentiamo, giorno e notte tentare una via di fuga», mentre cresce il disagio di chi non riesce a intervenire. Il passaggio è netto: «tra bizzarri progetti di salvamento e sconfortanti sensi di colpa […] detestiamo la nostra impotenza». Un sentimento che travalica la dimensione privata e si apre al mondo.
Così irrompono immagini ben più drammatiche: «i sudari in cui sono avvolti i bambini ammazzati a Gaza». Il dolore individuale si trasforma in consapevolezza collettiva, e la domanda diventa inevitabile: quale capacità reale abbiamo di reagire?
La riflessione si fa ancora più dura quando l’autore afferma che «eliminare i bambini in massa non è un esercizio di sadismo, è una politica». Non solo tragedia, dunque, ma scelta, progetto, visione. Il cerchio si chiude tornando all’immagine iniziale, ormai carica di significato universale: «l’unico testimone che abbiamo in casa è il ghiro lassù che raspa in agonia». Forse è proprio qui la forza dell’articolo: nel costringerci a vedere senza alibi la distanza tra ciò che proviamo e ciò che siamo davvero in grado di fare.
Preferirei che leggeste l'intero racconto, ma ve ne propongo una sintesi, forse non sarà corretto, ma ritengo che anche chi non acquista abitualmente quel quotidiano debba avere la possibilità di leggere, di emozionarsi e riflettere così come é successo a me e, sicuramente, all'autore. (Tonino Cavallaro)
Il ghiro in solaio, i bimbi di Gaza e il nostro dolore davanti all’abisso
di Maurizio MAGGIANI - da La Stampa del 23 marzo 2026
Da tempo ha preso dimora in qualche recondità del nostro sottotetto una famiglia di ghiri ora prosperata in vasta dinastia. A noi piacciono i ghiri, sono esseri molto simpatici e di indole gioiosa. In effetti la certezza che si tratti di una allegra famiglia di glis glis ci è giunta a suo tempo per via empirica alla stagione delle giuggiole, quando si è notato un via vai di esserini pelosi saettanti tra il giuggiolo del giardino e il tetto, eterei, funamboli....
... Ci è piaciuto sapere che avrebbero dormito satolli e beati fino alla primavera, allorquando si destano dal loro letargo e, proprio sopra il nostro letto nuziale si sentono scalpicciare frettolosi e concitati la mattina presto quando si dedicano alle cerimonie copulatorie e la sera quando se ne vanno in giro a nutrirsi e tornano in tempo per le loro veglie digestive.
Hanno lasciato il letargo ormai da una settimana e da allora un membro della famiglia, forse un inesperto novello, è finito in una cassetta di smistamento della condotta dell’impianto elettrico e da lì non riesce ad uscire. Lo sentiamo, giorno e notte tentare una via di fuga, grattare, annaspare, mordere, ed è ancora lì, ora dopo ora sempre meno insistente, sempre più debole, affamato, forse ferito. Quell’esserino sta nel palmo di una mano, visse d’arte e d’amore, non fece mai male a anima viva, non si merita forse che lo si salvi, potremo salvarlo?
Ed è dunque da una settimana che in famiglia ne discutiamo. Occorrerebbe un intervento tecnico complicato, occorrerebbero almeno due operatori, una scala, se non si trova nella cassetta ma nella condotta forse bisognerebbe abbattere parte della parete, dopodiché, sempre che sia ancora vivo, bisognerà compiere un’operazione di estrazione complicata, i ghiri non sono abituati al soccorso umano. Ne parliamo e ne parliamo senza saper decidere il che fare, combattuti tra il non è che un ghiro e non ci si può far niente e il sì però non è solo un ghiro è il nostro ghiro.
E intanto ogni volta che entriamo nella camera da letto lo sentiamo vivere disperatamente. Tra bizzarri progetti di salvamento e sconfortanti sensi di colpa abbiamo preso a starci antipatici, detestiamo la nostra impotenza, detestiamo più che mai i nostri discorsi sulla nostra impotenza, odiamo andarcene a letto avendone sopra il capo il tragico testimone. E faticosamente cerchiamo di prendere sonno.
L’altra notte la mia sposa ha sognato le caramelle bianche, le chiama così, caramelle, e non c’è bisogno che entri in dettagli perché le avete visti tutti voi decine di volte, sono i sudari in cui sono avvolti i bambini ammazzati a Gaza; sì, sembrerebbero enormi caramelle e non escluderei che qualche ministro in carica dello stato di Israele ci abbia fatto sopra dello spirito. Si è svegliata piangendo, le ho chiesto di cosa piangesse, mi ha detto di rabbia.
Rabbia di sé, di lei che non sa portare in salvo un ghiro, figuriamoci un bambino; dal muro intanto il testimone raspava disperatamente e io non ho saputo fare altro che piangere con lei, di rabbia per me.
Noi non salveremo nessuno. Nei settecento giorni di guerra a Gaza sono stati uccisi in media 30 bambini al giorno con mezzi diversi e di varia efficacia, indirettamente con droni, missili et similia, o in forma diretta; ad esempio, in questo modo, cito da Vatican News, «quattro membri di una stessa famiglia palestinese — due bimbi piccoli, di 5 e 7 anni, e i loro genitori, di 35 e 37 — sono stati colpiti a morte con spari alla testa e al volto, a un checkpoint a Tammun, in Cisgiordania, nello Stato di Palestina, dalle Forze di difesa israeliane. Altri due figli sono invece rimasti feriti dalle schegge dei proiettili. A bordo dell’auto su cui viaggiavano, le sei persone facevano ritorno da Nablus dopo una giornata di acquisti per la fine del Ramadan».
Nel primo giorno di guerra all’Iran da un missile americano di penultima generazione sono state uccise in una scuola 180 bambine in un colpo solo, massimizzazione del risultato, ottimizzazione del rapporto costo-qualità. Quanti sono i bambini rapiti in Ucraina dalle forze speciali russe? Ventimila? Trentamila? Di più? Non si sa con precisione.
Quanti i bambini lasciati morire tra il deserto libico e il mare nostro? Centinaia, migliaia? Non si sa; si sa che il nostro amico di stato Almasri prima di eliminarli ne ha personalmente stuprati una imprecisata quantità.
Eliminare i bambini in massa non è un esercizio di sadismo, è una politica, una politica di estirpazione genocidaria, Henrich Himmler l’avrebbe castamente definita politica demografica, Joseph Goebbels più poeticamente mistica della razza, loro l’hanno praticata con ampio successo.
... se fossi della tempra di Peter Thiel avrei la certezza che l’Anticristo, il Male Assoluto, è qui tra noi e sta facendo la sua politica. Non credo al male assoluto; anche se ignoro fin dove potrà spingersi nel male, e nel bene, l’umano, l’assoluto non gli appartiene, tenta disperatamente di costruirlo ma non gli riesce mai bene come vorrebbe... se il male lo sottraggo alla corrente pratica politica per consegnarlo a una filosofia, a una teologia, allora capisco meglio perché io e la mia sposa non sappiamo altro che piangere di rabbia per noi stessi.
... resistere a una filosofia, a una perversione dello spirito, a una depravazione dell’etica, a una devastata esemplificazione dell’ultraumano, fino a farne una teologia, è pura disperazione.
... I fascisti messianici negli Usa e in Israele hanno una loro teologia dello sterminio dei bambini, e il loro dio è incarnato, e in questo non c’è solo il tragico ma l’abisso. Nella sua comunicazione al Congresso Usa la responsabile della Sicurezza Nazionale Tulsi Gabbard ha dichiarato, «l’unica persona che può determinare cosa rappresenti o non rappresenti un pericolo imminente è il presidente» dunque Donald Trump... e noi, noi sull’orlo dell’abisso, noi che ostinatamente ci proponiamo di costruire il bene, il bene che non abbiamo mai pensato avesse bisogno di una maiuscola, non abbiamo saputo custodire e coltivare la filosofia, e la teologia su cui abbiamo fondato l’agire per il bene, e ora che sarebbe vitale edificare su quel fondamento qualcosa di più della resistenza, chiamiamolo pure un ideale positivo, ora che siamo chiamati ad esserne i testimoni, i martiri per correttezza etimologica, l’unico testimone che abbiamo in casa è il ghiro lassù che raspa in agonia a nome e per conto degli innocenti.






