Liberato dai sovietici il 2 settembre del ’45, è giunto in patria il 15 dello stesso mese, così recita il foglio matricola di Francesco Costantino (nella foto a lato) fu Giuseppe. Non so quando sia arrivato a Cassano, il paese da dove era partito prima come soldato di leva il 5 ottobre del ’37 e poi richiamato il 14 maggio del ’40 poco meno di un mese prima della dichiarazione di guerra.
Nel suo racconto la guerra non era stata la tragedia che con gli anni ho imparato a conoscere, ma un’epopea. Nel caos del ritorno a casa si riconciliava con la vita, di più: appariva come il periodo più importante della sua vita, tanti e tali erano stati gli stimoli, le sollecitazioni; una vera manna per un animo curioso e assetato di apprendere da ogni esperienza. (Dopo alcuni anni avrei trovato quelle atmosfere nella Tregua di Primo Levi.) Invece di riposare nel pensiero del ritorno, prevaleva la curiosità di conoscere che ho avuto modo di apprezzare durante tutta la sua vita. Ma l’eccesso di stimoli non era stato consumato immediatamente, aveva bisogno di decantazione e di integrazione nella propria storia di vita, da qui il racconto ripetuto ogni volta che trovava qualcuno disposto ad ascoltarlo. Nel racconto stava costruendo una storia che integrava le esperienze di guerra con il paese dove era nato e dove era tornato. Alcuni oggetti poi come il gavettino e il pastrano diventano il suo mito personale. Il gavettino era diventato la misura della pausa pranzo delle giornate di lavoro nei campi o nei cantieri per la costruzione di strade e bonifiche dei terreni nel dopoguerra. Il pastrano grigioverde ormai solo grigio dopo i tanti anni di esposizione alle intemperie del clima, lo indossava a mo’ di cappa come i generali francesi della Grande guerra.
Nel racconto affiorava poco la problematizzazione del passato, era relativa soltanto alla sua giovinezza durante il regime fascista, ma non alla guerra, sembrava preoccupato a non perdere il filo della propria vita e arricchirla, moltiplicandola con la fantasia.
Non c’era la Storia, ma le storie, la sua e dei suoi simili, mandati a combattere gli uni contro gli altri. Gli avvenimenti, i processi storici come il fronte, la deportazione, l’internamento, la liberazione erano illuminati dal racconto del suo esserci stato. E per esserci stato ne aveva fatto la sua casa e ora nel racconto l’esperienza della guerra trovava una dimora.
Raccontare era diventato per lui il modo di comunicare con gli altri. Non era dato il parlare per il parlare. Le sue idee, le sue opinioni le esprimeva attraverso il racconto di un’esperienza vissuta e fatta oggetto di riflessione, mediata dal pensiero, e in questo modo catturava l’attenzione dei suoi interlocutori, sapeva di poter contare su una comunità narrativa.
Raccontare, per dire il suo ritorno alla casa da dove non si era mai congedato.
Salerno, Alba, Cuneo, Vicenza, Padova e poi Molfetta, Bari, Croazia, Ragusa, Valona, Spalato, Erzegovina, Mostar la sua cosmografia personale che nella mia infanzia era diventata la mia geografia. Tra le tante foto che lo ritraggono insieme ai commilitoni con sfondi anonimi, ce n’è una che lo ritrae da solo sul Ponte Vecchio ad una sola arcata a schiena d’asino, a Mostar, che dopo due giorni di bombardamento tra Croati e mussulmani di Bosnia crollerà il mattino del 9 novembre del 1993 durante la sciagurata guerra di Jugoslavia. Lo Stari Most, il vecchio ponte costruito durante la dominazione ottomana nel XVI secolo ha materializzato il ricordo paterno nel figlio mentre in macchina costeggiava la fredda Neretva sulla strada per Saraievo.
Era l’estate del 1977, quando su quel ponte mi faccio fotografare come aveva fatto mio padre poco più di trent’anni prima.
Dopo aver sentito, più che ascoltato per tanti anni questi avvenimenti, quindicenne ho cercato all’edicola-libreria del mio paese un libro sulla Seconda guerra mondiale. Per trovare riscontri della sua vicenda umana? Per iscrivere la guerra di mio padre nella Seconda guerra, questa sì davvero Mondiale? Difficile saperlo dopo tanti anni. Quello che so è che il primo anno dopo la sua morte ho invitato il Presidente dell’A.N.E.I. (Associazione Nazionale Ex Internati), nella scuola dove insegnavo Storia, a trattare la vicenda dei soldati italiani nei campi di internamento tedeschi in Germania e nei territori da essa occupati, Stalag per i soldati semplici e Oflag per gli ufficiali, in tutto 650.000. di questi in circa 40.000 morirono di fame, malattie, uccisioni. Molti fatti morire nelle stive delle navi che dalle isole greche, li trasportavano verso il continente. Di altri rimasti invalidi per malattie e lavoro coatto non se ne conosce il numero.
L’operazione “caccia agli italiani” era sta pianificata e perfezionata dai tedeschi dopo il 25 luglio del ‘43 alla caduta del fascismo. Il successo fu favorito dalla disorganizzazione degli alti comandi militari e civili, dalle incertezze dei comandi periferici circa l’atteggiamento da tenere coi tedeschi, con il risultato di intere unità ancora efficienti che si arresero a pochi avversari e coraggiosi eroici episodi di resistenza armata che si conclusero tragicamente come Cefalonia, Creta, Lero..
La deportazione fu preceduta dalle proposte di “adesione”, di arruolamento nei reparti combattenti tedeschi con lo stesso trattamento, si prometteva, dei militari della Wehrmacht. I dati del Ministero della Difesa ci dicono che vi aderirono solo l’1,03 per cento, per lo più ammalati, invalidi e anziani spinti ad aderire per il timore che non ce l’avrebbero fatta a sopravvivere alla dura esperienza della prigionia in quelle condizioni.
Questi internati dopo l’ultimo incontro di Mussolini nel quartier generale di Hitler il 20 luglio del 1944 vengono trasformati d’ufficio in lavoratori civili privandoli così della tutela che la Croce Rossa riservava ai prigionieri di guerra. Mussolini per soddisfare le esigenze di manodopera per l’economia di guerra del Reich “vendette” alla Germania nazista i soldati italiani che tornavano nei campi solo per dormire, mentre gli allievi ufficiali che rifiutarono il lavoro forzato furono mandati in campi di rieducazione (Arbeitserziehungslager) gestiti dalla Gestapo.
Sottoufficiali e militari di truppa furono costretti ad attività aventi molto spesso diretta attinenza con la guerra, cosa che non compete a chi ha lo status di prigioniero. Costretti a lavorare 12-14 ore al giorno, con alimentazione insufficiente, in luridi, freddi, alloggiamenti infestati da parassiti di ogni sorta, con lunghe marce per raggiungere le fabbriche o le retrovie del fronte dove erano in costruzione postazioni difensive, con bastonature, vessazioni e in alcuni casi con uccisioni a sangue freddo.
Meno significativa ma solo per il numero la vicenda delle crocerossine catturate negli ospedali militari dopo l’8 settembre che in massima parte furono internate nello Stalag IV/B. e che, poste davanti alla possibilità di “adesione”, scelsero la sorte dei loro assistiti.
I campi di concentramento nazisti erano luoghi creati appositamente per annullare la personalità dei prigionieri, attraverso maltrattamenti e imposizioni illegali, umiliazioni, fame, freddo, sporcizia, e poi tubercolosi, ricatti e minacce di trasferimento ai campi di punizioni gestiti dalle SS e dalla Gestapo, e con la sensazione di essere stati abbandonati da tutti.
Non riconosciuti come prigionieri dai tedeschi, ignorati da inglesi e americani che dopo la liberazione si meravigliarono per la loro resistenza, giudicati sporchi traditori dai fascisti di Salò, malvisti dai prigionieri di altri paesi che li ricordavano ancora come nemici e, a volte, sgraditi ai propri famigliari che in Italia avevano aderito alla Repubblica di Salò e al neofascismo di Farinacci e Pavolini. Al ritorno in patria non si aspettavano fiori e riconoscimenti, ma neppure che il conte Sforza Presidente della Consulta, seppure col beneficio del dubbio, li considerasse “collaborazionisti” solo perché rientravano dalla Germania e che il ministro all’Assistenza postbellica pensasse che dovessero essere “rieducati”.
Per tutti gli anni precedenti avevo celebrato le gesta eroiche dei Partigiani che avevano combattuto nella Resistenza e commemorato la Shoa. Dopo la morte di mio padre, ho voluto che venisse ricordato il soldato italiano abbandonato, con l’armistizio dell’8 settembre del ’43, sui fronti che il governo fascista aveva aperto a fianco della Germania nazista, in Unione Sovietica, in Africa settentrionale, in Francia, nei Balcani e in Grecia. Galli della Loggia allievo dell’insigne storico Renzo de Felice, ha identificato l’8 settembre la morte della Patria, ma a ben vedere a morire è stata solo la Patria fascista. Non esiste una Patria senza aggettivi, Renan addirittura pensava la Patria come un plebiscito quotidiano. Patrioti si proclamavano i protagonisti della Resistenza romana, i GAP (Gruppi di azione patriottica), che insieme al più vasto movimento antifascista ha edificato la Patria democratica declinata in ogni articolo della Costituzione. Il 2 giugno di ottanta anni fa il popolo italiano si è pronunciato a favore della forma repubblicana dello stato e ha eletto l’assemblea che doveva definire l’ordinamento del nuovo stato, l’equilibrio dei poteri, i principi che devono ispirare le politiche dei governi eletti a guidare il paese.
Foto scattata dall'ufficiale Vittorio Vialli nel campo di Sandbostel. il prigioniero accovacciato che lava la gavetta e' l'autore di Peppone e Don Camillo, Giovanni Guareschi.






