Non tutte le registrazioni nascono in uno studio, e non tutte le memorie musicali chiedono di essere giudicate. Alcune riaffiorano semplicemente perché custodiscono un episodio della vita, un luogo, un incontro, una parola rimasta impressa più del previsto. Questa mia prova di “E lucevan le stelle”, registrata molti anni dopo i fatti che sto per raccontare, appartiene a quella categoria: non un’incisione professionale, non un saggio di bravura, ma la traccia di una passione e di un ricordo che il tempo non ha cancellato.
Per risalire all’origine di tutto bisogna tornare ai primi anni Settanta, credo al 1972 o al 1973. Mi trovavo in Svizzera, a Lucerna, con l’orchestra Stardust, impegnata in un locale da ballo di un grande albergo che la memoria oggi mi riconduce all’Hotel Palace. Noi facevamo musica moderna da ballo, e io, che ero il più giovane del gruppo, mi occupavo, insieme al mai dimenticato Franco Parolini il più anziano, spesso anche dell’impianto sonoro: montare i microfoni, stendere i cavi, controllare i collegamenti, regolare i volumi. Era un lavoro che preferivamo sbrigare nel pomeriggio, quando il locale era ancora vuoto e si poteva trafficare in pace, senza disturbare nessuno.
Quel giorno, dopo aver sistemato gran parte dell’attrezzatura, mi misi a provare i microfoni. E come talvolta accade quando si è soli in una sala deserta, con il silenzio intorno e l’eco della propria voce a far compagnia, mi venne un’idea improvvisa: invece delle solite frasi di prova, mi misi a cantare “E lucevan le stelle”, la celebre aria della Tosca di Giacomo Puccini. Non avevo accompagnamento, naturalmente. Era una prova fatta per me stesso, a cappella, solo per il gusto di sentire come la voce si posasse nello spazio e come il microfono la restituisse.
Cantai l’aria con tutta l’intensità che avevo, provocando le rimostranze del collega, senza immaginare che quel gesto privato, quasi un gioco, potesse essere udito altrove. Finito di cantare, tornai alle mie faccende: cavi da riordinare, aste da sistemare, amplificatori da controllare. Ero già rientrato nel mio ruolo di tecnico improvvisato quando, dopo qualche minuto, vidi arrivare un signore nel locale ancora vuoto.
Si avvicinò con modi cortesi e mi chiese:
— “Ho sentito poco fa qualcuno cantare. Sa chi era?”
Io, sinceramente, non collegai subito la domanda alla mia improvvisata esecuzione. Risposi che non avevo sentito nessuno. Lui allora insistette, con un tono sorpreso più che accusatorio:
— “Ma come no? Qualcuno ha cantato un’aria della Tosca di Puccini. Ero al piano di sopra e ho sentito distintamente.”
Fu allora che capii. Mi scusai subito e gli dissi che sì, ero stato io, e che mi dispiaceva averlo disturbato: non immaginavo affatto che la voce potesse salire fino ai piani superiori dell’albergo. Lui si avvicinò ancora, quasi divertito dalla mia sorpresa, e si presentò come il maestro Franco Barbieri, (figlio di Carlo Barbieri e che si trovava a Lucerna per i celebri Café Concerto, dove si esibiva come violinista in un trio formato con Michele Marvulli al pianoforte e con il violoncellista francese Michel Simon). Era un ambiente musicale ben diverso dal nostro: noi, con gli Stardust, facevamo musica da ballo moderna; lui apparteneva a un contesto più raccolto e cameristico, dove l’ascolto aveva un altro peso e un altro silenzio.
Poi mi disse parole che non ho più dimenticato:
— “Le faccio i miei complimenti. Lei ha una voce notevole. Ma quello che mi ha colpito di più è l’uso perfetto del diaframma. Il suo maestro di canto dev’essere molto bravo.”
Rimasi senza parole. Non soltanto per il complimento, ma per il fatto che a notare proprio l’uso del diaframma fosse un musicista di mestiere, abituato all’ascolto e alla disciplina dell’esecuzione. In quegli anni io avevo avuto un solo vero maestro di canto: don Francesco Spingola, maestro del coro giovanile maschile di Cassano e per me, insieme, guida musicale e padre spirituale. Era stato lui, negli anni della giovinezza, a insegnarmi il respiro, il sostegno, il rispetto della voce, prima ancora forse del canto stesso. Eppure non lo vedevo da almeno dieci anni. Sentire un estraneo riconoscere, in pochi istanti, il segno di quell’insegnamento fu per me quasi commovente: come se, da lontano, don Francesco fosse ancora lì, presente nel modo in cui prendevo fiato e sostenevo una frase musicale.
Lo dissi al maestro Barbieri, che ne rimase sorpreso. Mi confidò che quella notte sarebbe venuto ad ascoltarci mentre suonavamo con gli Stardust. Non so se poi gli impegni glielo impedirono o se la serata prese un’altra piega; fatto sta che non lo rividi più. Ma quell’incontro, breve e casuale, è rimasto nella mia memoria con una forza particolare, come accade per certi episodi che non cambiano la vita e tuttavia la illuminano per un istante. Non fu un’audizione, non fu una consacrazione, non ne seguì nulla di concreto. Eppure, per me, quelle parole ebbero il valore di una conferma inattesa: la sensazione che quella voce, coltivata con passione e disciplina, fosse stata ascoltata davvero.
Molti anni più tardi, quando la tecnologia rese possibile anche ai non professionisti registrare con mezzi semplici e disporre di basi musicali un tempo introvabili, mi tornò la voglia di riprendere quell’aria. Così nacque questa registrazione. Non è, beninteso, la registrazione di quel pomeriggio a Lucerna: quella esiste soltanto nella memoria. Questa è una prova privata, realizzata molto tempo dopo, come si fa con certi oggetti cari che si tirano fuori da un cassetto per guardarli meglio alla luce del presente.
Dentro questa incisione, per me, non c’è soltanto Puccini. C’è un albergo svizzero, c’è una sala ancora vuota in attesa della sera, ci sono microfoni e cavi da sistemare, c’è un ragazzo che prova la voce senza sapere di essere ascoltato, c’è il ricordo di don Francesco Spingola che riaffiora all’improvviso nelle parole di un musicista incontrato per caso, e c’è anche la discreta emozione di sentirsi riconosciuto, per un momento, da un orecchio esperto.
È per questo che ripropongo oggi questa registrazione non come prodotto discografico, ma come memoria personale. Se ha un valore, non sta nella perfezione dell’esecuzione, ma nella sua verità: quella di una voce che viene da lontano e che, insieme alla musica, porta con sé un pezzo di strada vissuta.
Forse è proprio questo, in fondo, il senso più autentico di certe vecchie incisioni: non quello di restituirci ciò che eravamo in termini di bravura o di possibilità mancate, ma quello di riconsegnarci, intatto, il suono di un tempo della vita. Un tempo in cui una voce provata per gioco in un pomeriggio d’albergo poteva salire al piano di sopra, sorprendere un musicista, richiamare alla mente un maestro lontano e restare, per decenni, come una piccola luce accesa nella memoria.
Antonio Michele Cavallaro
Nota:
Successivamente ho potuto verificare che il trio formato da Michele Marvulli, Franco Barbieri e Michel Simon si esibì effettivamente a Lucerna, all’Hotel Palace, nell’ambito dei Café Concerto. La fonte disponibile documenta con certezza quella presenza a partire dall’estate del 1959; il mio ricordo personale colloca invece l’incontro qui narrato nei primi anni Settanta, in un diverso momento della mia esperienza svizzera. Anche per questo, quanto al luogo, preferisco dire che mi trovavo in un grande albergo di Lucerna che la memoria oggi mi riconduce all’Hotel Palace.






