A Cassano, ogni tanto, si parla di Rosario Livatino, il giudice assassinato dalla mafia il 21 settembre 1990 e proclamato Beato nel 2021.
E ci sta. Anzi, ci sta benissimo.
Livatino è una figura che merita di essere ricordata, studiata e proposta ai giovani. La sua vita, la sua fede, il suo modo di intendere la giustizia e il suo rifiuto dei compromessi appartengono a quella parte della nostra storia civile che non dovrebbe mai essere archiviata.
L'ennesima occasione per tornare sulla figura del giudice Livatino ci viene offerta da un elaborato di Francesco Garofalo, presidente del Centro Studi Giorgio La Pira di Cassano all'Ionio, che pubblichiamo integralmente in coda a questo articolo.
Garofalo ricorda Livatino come un uomo lontano dalla retorica dell'eroe: il magistrato che rifiutava compromessi e raccomandazioni, che interpretava il proprio lavoro come servizio alla giustizia, che viveva la propria fede senza confonderla con il potere. Richiama il suo «Sub tutela Dei» e quella frase diventata emblematica: «Quando moriremo, nessuno ci chiederà quanto siamo stati credenti, ma quanto siamo stati credibili».
Sono considerazioni che meritano attenzione.
C'è però qualcosa che, ogni volta che si torna sull'argomento, mi lascia perplesso. Non è quello che viene detto.
È quello che non viene detto.
Perché quando a Cassano si parla di Livatino, sembra quasi che la memoria faccia una selezione accurata: alcune cose vengono illuminate dai riflettori, altre finiscono sistematicamente nell'ombra.
E tra quelle che finiscono nell'ombra ce n'è una che, per noi cassanesi, non dovrebbe essere affatto secondaria.
Mons. Vincenzo Bertolone.
Non un nome qualsiasi. Mons. Bertolone è stato vescovo della diocesi di Cassano all'Ionio. Ma è stato anche il postulatore della causa di beatificazione di Rosario Livatino nella fase romana, quella che avrebbe condotto al riconoscimento del suo martirio e alla beatificazione. E non si limitò a svolgere un incarico burocratico.
A Livatino dedicò anche un libro, Rosario Livatino. Agende non scritte, nel quale ricostruì la figura del magistrato attraverso la sua vita, il suo lavoro, le sue agende e le testimonianze raccolte. Dunque, quando a Cassano si parla di Rosario Livatino, parlare anche di Bertolone non sarebbe un esercizio di cortesia verso un ex vescovo.
Sarebbe semplicemente raccontare un pezzo della storia, e invece, curiosamente, quel pezzo tende a scomparire.
Qui nasce la mia domanda. Non una sentenza e neppure un'accusa: semplicemente una domanda che, da persona attenta a ciò che accade intorno a me e poco incline alle dimenticanze telecomandate, ritengo legittimo pormi.
Perché?
Perché una cosa è dimenticare una circostanza marginale; altra cosa è lasciare fuori, ogni volta che si ricorda Livatino, proprio colui che ha avuto un ruolo nella sua causa di beatificazione e che, peraltro, è stato vescovo della nostra diocesi.
Allora permettetemi una divagazione tutta cassanese.
A Cassano il violino è uno strumento che in molti sanno suonare magnificamente e quando qualcuno sa suonarlo bene, può tirar fuori melodie capaci di incantare.
Poi, però, abbiamo anche la tiratroccola: uno strumento assai diverso, nato per fare rumore, e che proprio per questo può essere utilizzato alla bisogna quando una melodia non serve o quando, magari, è preferibile coprire qualche altra voce.
Naturalmente è soltanto una metafora, ma qualche volta le metafore aiutano a capire meglio la realtà.
Perché il problema non è celebrare Livatino, il problema è come lo si celebra.
Se si racconta soltanto ciò che conferma la narrazione che abbiamo deciso di costruire, e si lasciano fuori gli elementi che potrebbero completarla, non siamo più davanti alla memoria: siamo davanti a una memoria selettiva.
E io, personalmente, ho sempre avuto una certa diffidenza verso le memorie selettive.
Forse perché appartengo a quella categoria di persone che, quando trova un particolare che non torna, invece di lasciarlo perdere si mette a cercare.
Chi ha l'abitudine di frequentare la storia e i documenti sa che le omissioni possono essere interessanti quanto le presenze.
Non significa che dietro ogni omissione ci sia necessariamente un disegno. Significa soltanto che, quando una cosa si ripete, vale la pena chiedersi perché.
E allora noi continueremo a parlare di Rosario Livatino. Continueremo a ricordare il magistrato, il credente, l'uomo che scriveva «Sub tutela Dei». Ma, già che ci siamo, ricorderemo anche chi ha avuto un ruolo documentato nel percorso che lo ha portato alla beatificazione.
E ricorderemo che quel postulatore era stato, qualche anno prima, vescovo proprio di Cassano all'Ionio.
Non togliamo nulla a Livatino, gli restituiamo, semmai, qualcosa: la completezza della sua storia.
Perché la memoria non dovrebbe funzionare come un pianoforte al quale si scelgono soltanto i tasti che producono le note desiderate.
E soprattutto non dovrebbe funzionare come una tiratroccola: tanto rumore, purché nessuno faccia caso alle note che mancano.
Noi preferiamo il violino.
Ma quello vero, quello che suona tutte le corde; perché, alla fine, vale sempre la vecchia regola: diamo a Cesare quel che è di Cesare e prima o poi, forse, daremo a Cesare anche quello che qualcuno preferirebbe non ricevere.
Tonino Cavallaro
Osservatore della realtà
In allegato: La nota di Francesco Garofalo, testo dal quale prende spunto questa mia riflessione.
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