Questo sito utilizza cookie per garantire il corretto funzionamento delle procedure e migliorare l'esperienza d'uso delle applicazioni. Se vuoi saperne di più o negare il consenso clicca su info. Continuando a navigare o accettando acconsenti all'utilizzo dei cookie.

Punti di vista sull'Europa di oggi in chiave futura del filosofo tedesco Peter Sloterdijk

lettura-corriere.pngNell’inserto “La lettura” del Corriere della sera della scorsa domenica mi ha colpito particolarmente l’intervista ad uno dei più influenti pensatori dei nostri tempi il filosofo tedesco Peter Sloterdijk, autore di uno dei libri filosofici più venduti del XX secolo, “Critica della ragion cinica” (1983 – Garzanti 1992). L’intervista condotta da Mara Gergolet merita di essere letta ed ho pensato di proporvela integralmente, carissimi amiche ed amici. Ritengo che offra una visione dell’Europa di oggi molto aderente alla realtà. Il mio interesse per l’articolo è stato stimolato anche dal fatto che il contenuto riecheggiava per certi versi il resoconto pubblicato su questo sito, del nostro amico e collaboratore prof. Giuseppe Costantino, di un autorevole simposio romano in cui venivano trattati i fondamenti essenziali dell’Unione Europea e la loro validità nell’attuale situazione politica internazionale. Buona lettura. (A.M.Cavallaro)

Peter Sloterdijk crede che l’Europa dovrebbe smettere di farsi dire chi è dagli altri. Tanto più se sono ostili, o indifferenti. Non sono le loro definizioni al ribasso, ignoranti — tutt’al più volano in superficie — che dovrebbero condizionare il modo in cui gli europei vedono sé stessi. E allora ha scritto un libro, Il continente senza qualità (Meltemi, con traduzione e saggio introduttivo di Stefano Vastano), che ovviamente va inteso in senso più sottile, ed è l’opposto della rassegnazione. Sloterdijk può ben essere definito il più importante filosofo tedesco contemporaneo. Magicamente, è riuscito a tenere insieme mondi che paiono inconciliabili: scrivere un bestseller appena trentenne (Critica della ragion cinica), creare un sistema filosofico (parla di sfere, perché l’uomo appunto non si muove nel vuoto ma dentro un ecosistema) e diffondere la cultura in tv, senza tirarsi indietro nei dibattiti. Vastano lo chiama un «antropologo della cultura», ma niente in lui — forse l’ultimo erede nietzschiano in Germania — è una concessione alla sociologia. A 78 anni porta i baffi e i capelli lunghi sulla nuca come quando era ragazzo. Bisogna entrare nella sua casa razionalista nel West End berlinese, tra pareti di libri, giardini d’inverno e wunderkammer di oggetti meravigliosi e raccolte di elefantini, per cogliere la vastità della sua erudizione e curiosità, sempre temprata da un’ironia non cinica. Stavolta però ci risponde dalla casa in Provenza, un rifugio per una piccola convalescenza autunnale tra una tappa e l’altra dei suoi viaggi.

SLOTERDIJK.jpgProfessor Sloterdijk, perché questo titolo, «Il continente senza qualità»? È un riferimento a Musil?

«Percome la descrivo io, l’Europa è una costruzione multiculturale di tale ricchezza che non la si può ricondurre a un’unica essenza, a un solo denominatore comune. Ma c’è anche un secondo livello di significato, un po’ più profondo. Ovviamente il titolo è un rimando al romanzo epocale di Robert Musil, L’uomo senza qualità. Musil era affascinato dalla mistica tardo-medievale, in particolare da Meister Eckhart. E in quella tradizione, la “mancanza di qualità” significava che l’uomo si purifica del tutto dalle proprie qualità e proprietà, e si unisce interiormente a Dio. Una sorta di dimensione profonda alla quale io alludo, nel descrivere l’uomo moderno».

Non è facile unire mistica e uomo moderno...

«Provo a spiegarlo ai lettori italiani, citando Caterina da Siena. Anche lì c’è l’idea che Dio e l’uomo si scambino l’anima. Secondo la leggenda, un giorno Caterina sentì di non avere più un cuore, e dopo qualche settimana Gesù le apparve e le disse che non le avrebbe restituito il suo cuore, ma le avrebbe dato il proprio. Sono immagini di uno scambio interiore. Vorrei evocare anche questo aspetto, perché credo che il vuoto spirituale che oggi regna in Europa non debba necessariamente avere l’ultima parola nella definizione culturale di ciò che siamo».

Lei dice che l’Europa nasce in un preciso momento: quando il vescovo Ambrogio di Milano nega all’imperatore Teodosio l’ingresso in chiesa, finché non si sarà pentito.

«Sì, la ritengo la scena originaria, la Urszene, della civiltà dell’Europa occidentale. Il momento in cui un’autorità spirituale si oppone al potere temporale, mostrando che non è sovrano chi dispone di truppe e polizia, ma chi detiene l’accesso ai mezzi della salvezza, quindi ai beni spirituali della cultura. È una forma mentale di potere. E in Europa ha continuato a esercitare la propria autorità fino al XX secolo».

Quando è entrata in crisi.

«Sì, però prima bisogna capire che qui, per secoli, si è sviluppata una cultura intellettuale del tutto particolare, che si è sempre distinta dalla cultura politica. L’intellettuale moderno, in fondo, è un discendente tardivo di Ambrogio. Che, non dimentichiamolo, fu anche il maestro di Agostino. C’è una frase straordinaria nella Città di Dio, dove Agostino dice: se si toglie la cura della giustizia, i regni non sono altro che grandi bande di ladri. Magna latrocinia: grandi brigantaggi. Credo che questa sia una delle più grandi conquiste della cultura europea: avere concepito sé stessa come qualcosa di diverso da una grande banda di predoni. Ed è molto importante oggi, in un’epoca in cui si ha di nuovo l’impressione che la nuda violenza voglia tornare al vertice. Qualche mese fa ho letto il nuovo libro di Giuliano da Empoli».

«L’ora dei predatori», citato da chiunque rifletta oggi sulla politica in Europa...

«È un libro interessante, descrive una situazione neomachiavellistica. Anch’io ho appena terminato un libro su Machiavelli, e affronto proprio questo tema: l’emancipazione della violenza nuda dalla violenza vestita, cioè dalla violenza giuridicamente addomesticata».

cosa l’affascina di Machiavelli?

«Lui riconosce che la violenza deve essere vestita, ma sa anche che sotto quella veste essa resta nuda».

Lei legge tutta la storia europea come una messa in scena teatrale. Il teatro può spiegare l’Europa?

«Fatta eccezione forse per i Paesi scandinavi, nella mia interpretazione la cultura europea è, in larga misura, una rievocazione teatrale—o una serie di rievocazioni — dell’Impero romano».

Perché proprio l’Impero romano?

«Per più di mille anni, l’uomo europeo si è impegnato a rimettere in scena ciò che un tempo fu l’Impero romano. Poi gli imperi europei si sono distrutti a vicenda, in due grandi guerre, e da allora l’Europa è diventata un continente tragico: è uscita dal vecchio schema drammaturgico e ha dovuto inventarsi un nuovo copione, quello di una costruzione post-imperiale. È qualcosa senza eguali nella storia mondiale. Per questo oggi gli europei appaiono “deboli sulle gambe”: perché non sanno più che parte recitare, non riescono ad affermarsi pienamente, poiché non hanno ancora compreso fino in fondo il nuovo copione che devono interpretare».

Vale per tutto il continente?

«Naturalmente, i “nuovi europei” vivono già in modo assertivo nel mondo post-imperiale: la Polonia, altri Paesi dell’Est... Ma ogni impero porta in sé il seme della propria autodistruzione, anche quando per un certo tempo sviluppa una sua grandezza. Oggi, la Russia è ricaduta nel suo passato imperiale; l’America non riesce più a esercitare in modo netto la propria funzione imperiale; la Cina agisce nel mondo come nuova potenza».

E gli europei...

«Proprio per questo, è così importante che comprendano meglio la loro differenza specifica. Ed è questa l’implicazione politico-pedagogica del mio libro: gli europei non devono identificarsi troppo con l’odio della critica post-coloniale».

Crede che per questo l’Europa fatichi a a riarmarsi, mentre la Russia avanza in Ucraina? A tanti Paesi, l’Italia compresa, sembra mancare questa volontà.

«Sì. Soprattutto dentro l’Unione Europea, i cittadini si vedono come un modello di società pacifica e consumistica. Una società puramente civile, direi “civilistica”. Eppure, l’Europa ha conosciuto anche momenti di vergogna estrema. Penso al 1939, ma anche a Srebrenica, quando soldati europei, capitanati dagli olandesi, si sono girati dall’altra parte mentre i serbi massacravano migliaia di civili musulmani. Sono dovuti intervenire gli americani per fermare il conflitto nei Balcani. Fu il punto più basso del dopoguerra».

Quell’evento cambiò qualcosa?

«Da allora, molto lentamente, si è sviluppata una nuova consapevolezza: l’idea che l’Europa debba diventare più capace di garantirsi la propria sicurezza».

Se usiamo la sua drammaturgia: la Russia, che denigra e attacca l’Europa, ha in realtà «rimesso in scena» l’ultima versione dell’Impero romano...

«Proprio così: mentre l’Europa ha abbandonato il modello imperiale, la Russia l’ha raccolto di nuovo. Però i rapporti di forza non sono affatto come spesso vengono rappresentati. Le capacità difensive europee, se sommate, superano quelle russe, almeno a livello convenzionale. Certo, sul piano nucleare Germania e Italia contano zero, ma il conflitto non sarà una guerra nucleare.

Ultime Notizie

Il Circolo Territoriale Alto Jonio/Arberia del Partito della Rifondazione Comunista è stato intitolato all'antifascista rosetano Niccolò Converti nell'ultima Assemblea del...
Il dibattito apertosi recentemente sulla spesa dei fondi sociali ha avuto il merito di riportare al centro una questione strutturale...
<Dal Governo arrivano risposte che ripercorrono una vicenda nota, ma nessuna soluzione politica concreta per garantire la continuità territoriale dell’aeroporto...
Dopo il grande successo del concerto per pianoforte e clarinetto ospitato presso la Biblioteca Pometti, la Stagione Concertistica “Città di...
Il Mercosur non passa e va in soffitta La mobilitazione degli agricoltori, prima a Bruxelles e poi a Strasburgo ha ottenuto...

Please publish modules in offcanvas position.