Nel numero di domenica 3 maggio del Quotidiano del Sud, nell’edizione Pollino-Sibaritide, il giornalista Antonio Iannicelli firma un articolo dedicato al messaggio del vescovo di Cassano allo Jonio, Francesco Savino, in occasione della festa del Primo Maggio. Un intervento che merita attenzione perché va ben oltre la consueta riflessione celebrativa dedicata al mondo del lavoro.
Già il titolo scelto dal quotidiano, “Il lavoro, soglia sacra dell’umano”, restituisce la profondità del pensiero espresso dal presule cassanese. Non siamo davanti ad una semplice analisi economica o sociale, ma ad una riflessione che mette al centro la dignità della persona.
Nel testo riportato da Iannicelli, monsignor Savino afferma infatti che il lavoro “non è soltanto fatica, salario, produzione”, ma rappresenta “una soglia sacra dell’umano”. Una definizione intensa, quasi poetica, che restituisce al lavoro una dimensione troppo spesso dimenticata dalla società contemporanea, abituata a misurare tutto in termini di produttività e profitto.
L’articolo del Quotidiano del Sud evidenzia con efficacia anche il tono fortemente umano del messaggio episcopale. Savino parla infatti di chi “rientra a casa con il corpo stanco e l’anima impoverita”, di chi accetta “condizioni ingiuste per difendere il pane”, ma anche di chi il lavoro continua a cercarlo inutilmente, vivendo “l’umiliazione dell’attesa”.
Parole che assumono un significato ancora più forte in territori come il nostro, dove precarietà, disoccupazione ed emigrazione giovanile rappresentano ferite aperte da decenni. Ed è proprio qui che il messaggio del vescovo colpisce nel segno, soprattutto quando denuncia che “quando il lavoro si trasforma in sfruttamento, in precarietà che umilia, in ricatto silenzioso, non viene violato soltanto un diritto: viene ferita la carne viva della dignità”.
Il servizio firmato da Antonio Iannicelli coglie bene anche un altro aspetto importante dell’intervento di Savino: la critica ad una politica troppo spesso incline agli annunci. Il vescovo invoca infatti “riforme davvero strutturali: non gridate, ma attuate”. Una frase semplice ma durissima, che fotografa perfettamente il distacco tra le promesse pubbliche e la realtà quotidiana vissuta dai lavoratori.
Molto forte anche il riferimento ai nuovi poveri del lavoro, a coloro che pur avendo un’occupazione continuano a vivere in condizioni di fragilità economica e sociale. Savino parla di “lavori precari, saltuari, intermittenti, a gettone” e di persone che “lavorano e restano povere”. È una denuncia lucida di un sistema che spesso trasforma il lavoro da strumento di emancipazione a forma di sopravvivenza.
L’articolo del Quotidiano del Sud riporta inoltre il duro passaggio dedicato al caporalato e allo sfruttamento nelle campagne: “Dietro ogni arancia, ogni cassetta, ogni gesto consumato sotto il sole, può esserci una storia di fatica non riconosciuta, di diritti negati”. Un richiamo che riguarda da vicino anche il nostro territorio, dove il tema dello sfruttamento agricolo continua purtroppo ad essere attuale.
Ma il cuore più profondo del messaggio di monsignor Savino è forse nella visione finale del lavoro come luogo di umanità e partecipazione. “Il lavoro sia casa e non esilio, pane condiviso e non un prezzo pagato dai più fragili”, afferma il vescovo. Una frase che racchiude un’intera idea di società: più giusta, più solidale, più attenta alla persona.
Il pezzo pubblicato dal Quotidiano del Sud e firmato da Antonio Iannicelli ha dunque il merito di portare all’attenzione dei lettori una riflessione autentica, concreta e profondamente attuale. In tempi nei quali il lavoro viene spesso raccontato solo attraverso statistiche o slogan politici, il messaggio di Savino restituisce centralità alle persone, alle loro fatiche e alla loro dignità.
E forse è proprio questo il passaggio più importante: ricordare che il lavoro non può essere soltanto un mezzo per produrre ricchezza, ma deve restare soprattutto uno strumento di riconoscimento umano e sociale. Perché, come conclude il vescovo cassanese, “dove una persona è calpestata nel lavoro o esclusa dal diritto al lavoro, lì è calpestata anche l’immagine di Dio”.






