L’articolo di Antonio Iannicelli apparso sul Quotidiano di Calabria di oggi riporta con dovizia di particolari il vasto incendio sviluppatosi nella zona “Casone - Laghi di Sibari”, nelle vicinanze del Museo Archeologico Nazionale della Sibaritide.
Nel testo si legge che "le alte fiamme non hanno raggiunto la struttura museale solo grazie al pronto intervento e al duro lavoro dei vigili del fuoco del distaccamento di Castrovillari», mentre il sindaco Gianpaolo Iacobini ha parlato di «ancora un incendio ai margini del museo archeologico di Sibari», aggiungendo che «Sibari non si tocca. La sua storia nemmeno".
Molto allarmata anche la nota di Sinistra Italiana – AVS, secondo cui "le fiamme, di vaste proporzioni, hanno rischiato di causare danni incalcolabili e irreparabili", configurando addirittura "un’aggressione alla nostra città, alla salute dei cittadini, alla memoria storica e al futuro delle nuove generazioni".
Da una visita sul posto il giorno dopo, tuttavia, non risultano tracce evidenti di un incendio di proporzioni così devastanti, se non lungo le rive del canale Stombi. L’allarme che emerge dall’articolo appare, almeno visivamente, un po’ esagerato rispetto a quanto concretamente riscontrabile sul terreno.
Va però detto che tutta l’area circostante il museo, fuori dalle recinzioni, continua ancora oggi ad essere invasa da erbacce alte oltre un metro. In queste condizioni, qualsiasi incendio estivo — fenomeno purtroppo frequente nella piana di Sibari — può facilmente generare alte fiamme e dense colonne di fumo nero.
È indubbio che il fumo avrebbe potuto arrecare danni ai reperti custoditi nell’area museale, ma appare difficile pensare che un classico “fuoco di paglia” potesse compromettere le strutture esterne in cemento del museo.
Resta comunque il fatto che i vigili del fuoco hanno dovuto lavorare duramente per evitare che il rogo si propagasse verso altre aree coltivate o abitate, e per questo meritano riconoscenza e rispetto.
Al di là dei toni forse enfatici utilizzati nelle dichiarazioni politiche e nelle prese di posizione diffuse a caldo, l’episodio dovrebbe riportare l’attenzione soprattutto sulla prevenzione: bonifica delle sterpaglie, manutenzione costante delle aree limitrofe e controllo del territorio. Perché la tutela di Sibari passa certamente dagli appelli solenni, ma soprattutto dalla cura quotidiana del suo immenso patrimonio storico e ambientale.
Basterebbe, probabilmente, applicare con rigore norme già esistenti, imponendo ai proprietari dei terreni incolti circostanti di provvedere periodicamente al taglio di erbe ed arbusti bassi fino ad una distanza di sicurezza dai confini dell’area archeologica e museale. Una semplice opera di prevenzione che ridurrebbe notevolmente il rischio di incendi e contribuirebbe a proteggere concretamente un patrimonio che appartiene a tutti.
Vale forse la pena ricordare che nell’estate del 2025 Marina di Sibari fu interessata da incendi ben più vasti e devastanti, che colpirono la storica pineta e vaste aree della fascia boschiva litoranea, minacciando persino strutture turistiche e villaggi della zona. In quelle occasioni si parlò apertamente di emergenza ambientale, di vento, siccità e scarsa pulizia delle aree boschive, ma soprattutto della necessità di un serio piano di prevenzione e tutela del patrimonio naturalistico.
Eppure, a distanza di tempo, non risultano interventi significativi di recupero ambientale e riforestazione delle aree distrutte dal fuoco, che ancora oggi mostrano ferite evidenti. Per questo sarebbe utile affrontare il problema senza allarmismi selettivi o polemiche occasionali, ma con una visione concreta e continuativa della tutela del territorio.
La redazione
(Immagine in alto: Foto di repertorio, non riguarda l'accaduto di cui si legge.)






