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Amendolara, il ricordo delle quattro vittime e una domanda che resta aperta

amendolara_convegno_strage.jfifcorona.jpgUna corona di fiori deposta nel luogo della tragedia, il silenzio, la preghiera, una chiesa gremita. A un mese dalla morte di Amin Fazal Khojani, Ullah Ismat Qiemi, Safi Iayjad e Waseem Khan, i quattro braccianti stranieri arsi vivi nella stazione di servizio sulla Statale 106, la Chiesa calabrese ha voluto testimoniare la propria vicinanza alle vittime e ribadire con forza il valore della dignità del lavoro.

La giornata, promossa dalla Conferenza Episcopale Calabra, è iniziata proprio nel luogo della strage con la deposizione di una corona di fiori. «Non bastano gli aggettivi a qualificare un gesto simile», ha affermato il vicepresidente della CEI, mons. Francesco Savino, spiegando che l'iniziativa nasce dalla volontà di restituire «speranza e fiducia» a un territorio profondamente segnato da quella tragedia.

«Il nostro è un gesto di grandissima semplicità – ha detto mons. Giuseppe Alberti – ma vorrebbe essere un segno di grande forza. Non tante parole, ma una presenza significativa, fatta anzitutto di silenzio e di preghiera».

Alla cerimonia erano presenti numerose autorità civili e religiose, tra cui la prefetta di Cosenza Rosa Maria Padovano, la sindaca di Amendolara Maria Rita Acciardi, diversi vescovi calabresi e rappresentanti istituzionali dei ventidue Comuni della diocesi di Cassano all'Ionio.

Successivamente, nella chiesa della Madonna della Salute di Amendolara Marina, gremita di fedeli e di amministratori, si è svolta una tavola rotonda dedicata al tema del lavoro libero, dignitoso e sicuro. Particolarmente toccante è stata la testimonianza di Moses, cittadino del Togo residente ad Amendolara, che ha raccontato la propria esperienza di migrante, di padre e di lavoratore.

Chi scrive era presente sia alla commemorazione sia all'incontro successivo.

Le parole pronunciate dai relatori sono state sincere, partecipate e profondamente segnate dal dolore. È stata unanime la condanna del caporalato e dello sfruttamento del lavoro, insieme alla vicinanza espressa ai familiari delle vittime.

Eppure, uscendo dalla chiesa, rimaneva una sensazione difficile da ignorare: quella di aver ascoltato molte parole giuste, ma poche indicazioni concrete capaci di trasformare l'indignazione in cambiamento. Qualche proposta è stata accennata, ma senza delineare un percorso preciso. E questo lascia inevitabilmente aperta una domanda: come impedire che una tragedia simile possa ripetersi?

Fuori dalla chiesa si raccoglievano anche commenti di alcuni cittadini. C'era chi lamentava che «in tutta questa vicenda ci va di mezzo il buon nome di Amendolara», osservando che le persone coinvolte non risiedevano nel paese e che ormai il nome del Comune è associato in tutto il mondo a quel terribile delitto.

È un'osservazione comprensibile sul piano emotivo, ma rischia di spostare l'attenzione dal problema reale. L'agricoltura del territorio, come quella di gran parte della Piana di Sibari, vive anche grazie al lavoro di migliaia di lavoratori stranieri, molti dei quali extracomunitari. Ignorare questa realtà non aiuta nessuno. La vera sfida non è difendere l'immagine di un paese, ma garantire che chi lavora nei campi possa farlo in condizioni di legalità, sicurezza e dignità.

Un limite dell'incontro è stato anche di carattere pratico. L'acustica della chiesa, pur raccolta e accogliente, rendeva spesso difficoltosa la comprensione degli interventi, impedendo a molti presenti di cogliere pienamente il contenuto delle relazioni.

Resta l'auspicio che gli atti della giornata vengano raccolti e resi disponibili. Potrebbero costituire una base utile per elaborare progetti e iniziative a favore dell'accoglienza e dell'integrazione dei lavoratori migranti.

Ma, da soli, i convegni non bastano.

Senza un deciso sostegno delle istituzioni, attraverso norme efficaci, controlli rigorosi e risorse adeguate, il rischio è che anche questa intensa giornata di riflessione finisca per aggiungersi alle tante manifestazioni di buona volontà che, con il passare del tempo, non riescono a incidere realmente sulla vita di chi continua ogni giorno a lavorare nei campi in condizioni spesso difficili.

Tonino Cavallaro

Osservatore indipendente

Tavolo dei relatori

 

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