A Villapiana una serata di cinema, riflessione e confronto sulla violenza contro le donne. Ma anche sul rispetto, sull'educazione e sulle responsabilità di una comunità.
Una serata nata intorno a un cortometraggio si è trasformata, a Villapiana, in qualcosa di più: un'occasione per parlare di violenza sulle donne, ma soprattutto di ciò che può precederla, dei segnali che spesso vengono ignorati e del ruolo che una comunità può avere nel prevenirla.
Il cortometraggio proiettato, «All-in, una fede qualsiasi», è scritto e diretto da Giuseppe Alberto Chiaradia, un giovane autore che, quando lo ha realizzato, aveva circa vent'anni. Un'opera prima, dunque, alla quale sarebbe ingeneroso chiedere la maturità espressiva di un autore già affermato.
Il film è duro, a tratti volutamente provocatorio. Attraverso una successione di episodi racconta un mondo nel quale la violenza sembra attraversare rapporti e situazioni diverse: la violenza domestica, quella sessuale, la criminalità, la droga, il denaro, il possesso.
All'inizio una frase di Hermann Hesse — «La fede, così come l'amore, non passa attraverso la ragione» — introduce una storia nella quale la religiosità e la violenza sembrano convivere nella stessa persona. Un uomo respinge brutalmente una donna e subito dopo si inginocchia davanti a un inginocchiatoio recitando il Padre Nostro.
È una scena che personalmente ho trovato difficile da accettare nella sua costruzione e l'ho detto apertamente al regista. Ma la sua risposta ha chiarito almeno una delle intenzioni dell'opera: mostrare la contraddizione di uomini che possono vivere una dimensione religiosa e, nello stesso tempo, assumere comportamenti violenti nei confronti delle donne.
Seguono altre situazioni: un'intimidazione criminale, la droga, una giovane badante molestata da un anziano, rapporti nei quali il corpo della donna diventa oggetto di possesso e di scambio, fino alla violenza sessuale finale.
Il film non mi ha convinto pienamente. Ma questo non mi impedisce di riconoscere al giovane autore una cosa importante: il coraggio di provarci.
Gli ho detto personalmente che, pur con le mie perplessità, apprezzavo molto lo sforzo creativo e lo invitavo a continuare. A vent'anni scrivere una sceneggiatura, dirigere un cortometraggio, realizzarlo con le proprie forze e poi presentarlo davanti a un pubblico significa già avere qualcosa da dire e il coraggio di dirlo. Il tempo e l'esperienza faranno il resto.
Ma forse il vero film della serata è cominciato dopo.
Quando la violenza comincia prima delle mani
Il dottor Diodati, organizzatore dell'incontro, ha portato la discussione sul terreno concreto della realtà di una piccola comunità come Villapiana.
Ha parlato della necessità di creare un centro di ascolto per le donne, un luogo al quale potersi rivolgere quando emergono situazioni di difficoltà, anche prima che queste assumano le forme più gravi della violenza.
Perché la violenza, spesso, non comincia con uno schiaffo. Può cominciare con una parola, insulto, una frase detta per umiliare, con il controllo e con la svalutazione dell'altro, con quella forma di linguaggio che all'interno di una coppia viene talvolta considerata soltanto una «lite», ma che può progressivamente scavare una distanza difficile poi da colmare.
Durante il dibattito ho provato a portare proprio questo elemento: nelle relazioni di coppia il linguaggio può diventare una forma di violenza prima ancora che compaia la violenza fisica.
E questo vale, a mio parere, in entrambe le direzioni. Senza confondere le diverse dimensioni del fenomeno — perché la violenza contro le donne rimane un problema specifico che merita particolare attenzione — è comunque importante riconoscere che una relazione nella quale il rispetto viene progressivamente sostituito dall'offesa, dal disprezzo e dall'umiliazione diventa una relazione malata.
Ci sono, insomma, delle zone d'ombra nelle quali una coppia può progressivamente entrare senza rendersene conto. E quando non esiste più la capacità di parlarsi con sincerità, quelle zone d'ombra possono diventare difficili da recuperare.
Una delle partecipanti ha osservato che molte persone, soprattutto giovani, sembrano avere difficoltà a gestire le proprie emozioni e i propri sentimenti. E qui è comparso un altro tema fondamentale: confondere l'amore con il possesso.
Amare qualcuno non significa possederlo. Non significa controllarlo o stabilire con chi può parlare, come deve vestirsi, dove può andare o cosa può fare. Questa distinzione dovrebbe essere insegnata molto presto.
Non educare soltanto i maschi a rispettare le donne
Nel corso della discussione ho ascoltato con interesse posizioni diverse, anche generazionali. Mi è sembrato di cogliere, nelle partecipanti più mature, in particolare alcune insegnanti, una lettura che tendeva a considerare determinati comportamenti violenti soprattutto come problemi individuali, quasi delle patologie da riconoscere e, quando possibile, da curare.
Le partecipanti più giovani sembravano invece porre maggiormente l'accento sulla libertà, sull'autonomia e sul rispetto dovuto alle donne, partendo dall'educazione dei figli. Sono due prospettive diverse e probabilmente entrambe contengono elementi importanti.
Personalmente, però, credo che l'educazione debba partire da un concetto ancora più generale: educare al rispetto della persona. Non soltanto educare il figlio maschio a rispettare la donna. Educare i figli a rispettare tutti. A rispettare la madre e il padre, il fratello e la sorella, il compagno di scuola, l'amico, l'anziano, la persona diversa da sé, perché il rispetto non dovrebbe avere un genere e non si insegna soltanto con le parole.
Un bambino può sentirsi dire mille volte «devi rispettare gli altri», ma se poi dentro casa vede il padre insultare la madre, oppure la madre umiliare il padre, imparerà molto più da ciò che vede che da ciò che gli viene spiegato. L'esempio degli adulti è la prima scuola del rispetto.
Una rete, non una porta sola
Nel corso della serata Diodati ha richiamato più volte anche il ruolo della Caritas diocesana. La sua riflessione partiva da una considerazione condivisibile: la Caritas non dovrebbe essere conosciuta soltanto come il luogo dove si distribuiscono pacchi alimentari, vestiti e altri aiuti materiali. Potrebbe svolgere, secondo lui, un ruolo più ampio nell'offrire ascolto e sostegno alle donne che vivono situazioni di difficoltà, comprese quelle legate alla violenza.
Ho espresso qualche perplessità. Non perché ritenga che la Caritas non debba occuparsi di queste situazioni, ma perché credo sia importante non confondere i ruoli. L'aiuto psicologico, l'intervento sociale e la presa in carico di situazioni di violenza richiedono competenze e responsabilità specifiche, che appartengono ai servizi sociali e alle strutture specializzate.
Questo, tuttavia, non significa che il volontariato debba restare fuori.
Al contrario. Ciò che serve è proprio una rete, nella quale servizi pubblici, professionisti, associazioni, volontariato e realtà ecclesiali possano collaborare, ciascuno per le proprie competenze. Perché, quando una donna trova il coraggio di chiedere aiuto, l'importante è che trovi una porta aperta e qualcuno capace di ascoltarla.
Alla fine, un apericena
La serata si è conclusa in maniera quasi sorprendentemente normale: una piacevole apericena, qualche conversazione ancora, il ritorno a casa. Questo é il valore di incontri come quello di Villapiana. Non servono necessariamente grandi dichiarazioni. A volte basta mettere insieme un giovane che prova a raccontare la violenza attraverso il cinema, un organizzatore che pone il problema della prevenzione, alcune donne che portano la propria sensibilità, qualche uomo disposto ad ascoltare e discutere, e una comunità che per qualche ora si ferma a riflettere.
Il cortometraggio di Chiaradia mi ha lasciato delle perplessità. La serata, invece, mi ha lasciato delle domande e le domande possono essere a volta più importanti delle risposte, perché la violenza non comincia necessariamente quando compare una mano alzata, a volte comincia molto prima: comincia quando smettiamo di riconoscere nell'altro una persona da rispettare.
Un ultimo pensiero va all'accoglienza. L'incontro si è svolto in un locale piccolo, ma particolarmente intimo e piacevole, dove Giuseppe e i suoi fratelli hanno saputo creare un'atmosfera semplice e familiare, resa ancora più gradevole dall'apericena che, come dicevo pocanzi, ha concluso la serata. Anche questi aspetti contribuiscono a rendere possibile un momento di incontro e di confronto, lontano dalla formalità delle grandi sale.
Un ringraziamento particolare va al dottor Diodati, che ha voluto organizzare e promuovere questa serata, offrendo a Villapiana un'occasione per parlare di un tema difficile e delicato come quello della violenza, ma anche per riflettere su prevenzione, educazione, rispetto e ascolto.
Perché, alla fine, è forse questo ciò che una comunità dovrebbe saper fare: creare occasioni per incontrarsi, ascoltarsi e parlare anche delle cose che spesso si preferisce non vedere.
Antonio Michele Cavallaro
Libero pensatore
Un parterre composito e partecipato, espressione di sensibilità e punti di vista diversi, ha caratterizzato la serata.







