Gli arresti di ieri nella Piana di Sibari raccontano un sistema che, a quanto pare, funzionava da anni. Ma la domanda è sempre la stessa: possibile che nessuno se ne fosse accorto?
Ci sono notizie che, quando arrivano, sorprendono.
E ce ne sono altre che sorprendono soltanto perché, finalmente, qualcuno decide di metterle nero su bianco.
Quella pubblicata oggi dalla Gazzetta del Sud e dal Quotidiano del Sud appartiene, almeno per me, alla seconda categoria.
Caporalato, l'inferno quotidiano, titola il Quotidiano.
I braccianti bruciati ad Amendolara: orrore senza limiti, scrive la Gazzetta.
Titoli diversi, ma una stessa realtà: nella Piana di Sibari, secondo quanto emerge dall'operazione dei Carabinieri del Comando Tutela del Lavoro coordinata dalla DDA di Catanzaro, non esisteva soltanto qualche caporale che, all'alba, andava a raccogliere manodopera nei luoghi dove i braccianti aspettavano di essere chiamati.
Esisteva un sistema.
Un sistema che, secondo gli investigatori, organizzava il reclutamento, il trasporto, l'alloggio e lo sfruttamento dei lavoratori e che sarebbe arrivato perfino a gestire pratiche amministrative legate all'ingresso dei migranti in Italia.
Venti persone sono state sottoposte a fermo: 18 cittadini pakistani, un indiano e un cittadino del Bangladesh. L'inchiesta era partita nel 2020, dopo le denunce di alcuni braccianti.
E qui, a mio avviso, comincia la parte sulla quale sarebbe opportuno riflettere.
Dal 2020 al 2026. Sei anni di indagini per arrivare a scoprire, almeno secondo l'accusa, un'organizzazione che poteva contare su uomini, mezzi, abitazioni, rapporti di lavoro e pratiche amministrative. Nel frattempo, raccontano i giornali, c'erano uomini che lavoravano anche otto-dieci ore al giorno, senza riposo, per pochi euro l'ora.
Uomini stipati nelle automobili per essere portati nei campi, costretti a vivere in abitazioni degradate. Uomini ai quali sarebbero stati sottratti soldi per il trasporto e per l'alloggio e che, quando provavano a ribellarsi, si trovavano davanti alla minaccia e all'intimidazione.
Non è più soltanto caporalato. È qualcosa che assomiglia terribilmente a una moderna forma di schiavitù. Naturalmente saranno i magistrati, nelle sedi proprie, a stabilire responsabilità e colpe. Gli arrestati sono persone sottoposte a indagine e hanno diritto a tutte le garanzie previste dalla legge.
Ma il problema che emerge dalle cronache è un altro. Chi c'era dall'altra parte?
Perché il caporale può reclutare cento uomini, ma qualcuno quei cento uomini deve pur farli lavorare. La domanda che, secondo me, non possiamo eludere, è questa: chi acquistava quella manodopera a prezzi stracciati? Chi beneficiava di lavoratori disposti a raccogliere per ore sotto il sole per pochi euro? Chi non si accorgeva delle condizioni nelle quali vivevano? Chi non si domandava come fosse possibile che una persona potesse essere trasportata, alloggiata e messa a disposizione di un'azienda agricola attraverso un circuito completamente estraneo alle normali regole del lavoro?
Come poteva un sistema del genere andare avanti per anni senza che nessuno vedesse, nessuno sentisse, nessuno parlasse?
Sono domande scomode, ma proprio per questo bisogna farle.
Poi c'è quella maledetta notte di giugno. Quattro uomini bruciati vivi dentro un furgone ad Amendolara. Quattro braccianti che avevano commesso, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, l'errore imperdonabile di chiedere condizioni di lavoro regolari.
Quella tragedia aveva fatto finalmente emergere ciò che per troppo tempo era rimasto nascosto dietro le campagne, dietro i cancelli delle aziende, dietro il silenzio di chi non voleva vedere. Oggi l'operazione “Master” sembra aggiungere un altro tassello a quella storia, allora forse dobbiamo avere il coraggio di dirlo:
Amendolara non è stato un fulmine caduto da un cielo sereno.
È stato il lampo che ha illuminato, per un istante, un paesaggio che era già lì.
Bisogna capire chi la alimentava, chi ne traeva profitto e bisogna impedire che, dopo qualche settimana di titoli sui giornali, tutto torni come prima. Perché il caporalato non è soltanto un problema degli stranieri, é un problema nostro.
È un problema della terra sulla quale viviamo, dell'agricoltura che produciamo, dei prodotti che finiscono sulle nostre tavole e del prezzo che siamo disposti a pagare perché arrivino sugli scaffali dei supermercati. Dietro una cassetta di frutta venduta a pochi euro può esserci un uomo che quella frutta l'ha raccolta per tre euro l'ora.
Quindi alla luce di tutto ciò la domanda più ovvia e più difficile è anche la più semplice: quanto costa davvero ciò che mangiamo? Come sopravviverebbe la nostra agricoltura senza l'apporto di queste braccia a noleggio?
Oggi finalmente qualcuno ha cominciato a rispondere. Ma temo che questa sia soltanto la prima risposta.
Adesso bisogna avere il coraggio di arrivare fino in fondo.
Antonio Michele Cavallaro
Fonti: Gazzetta del Sud, 3 settembre 2026, p. 15; Quotidiano del Sud, 3 settembre 2026, p. 7; comunicazioni relative all'operazione dei Carabinieri e della DDA.






